Intervista a Jack Kirby: “Amo i fan anche se alcuni sono Nazisti” (1975)

traduzione di Mattia Braida

Oggi presentiamo un’intervista a Jack “The King” Kirby risalente al 1975, periodo in cui l’autore cominciava a essere un po’ critico con la Marvel, ma ancora abbastanza vicino ad alcuni eventi del passato per ricordarseli bene. L’intervista è tratta dall’incredibile blog Oh Danny Boy, curato dal grande Daniel Best, che ringrazio per la concessione. -AQ

Cos’è che spinge un uomo come te a stare sveglio per notti intere a disegnare fumetti?

Probabilmente qualche cosa nel come è fatta la mia psiche! Decisi di mettermi a fare fumetti perché mi piacevano. Sviluppai un grandissimo interesse fin da quando ero piuttosto giovane, e finii per rispondere a un annuncio che pubblicizzava un corso di corrispondenza per fare cartoni animati. Avrò avuto dodici o tredici anni all’epoca. Cosa mi fa stare su tutta la notte? Probabilmente il fatto che devo guadagnarmi da vivere!

Ti chiedono costantemente da dove prendi le tue idee. Cosa suggerisci?

Un’idea può venire da qualsiasi cosa. Il processo di creazione non ha uno standard. O se ne esce fuori dalla tua testa o nasce parlandone con qualcuno o in gruppo…ma alla fine trovi qualche cosa. Le idee sono dovunque. Il tipo che sta di là alle spedizioni può venirsene fuori con qualche cosa e quello che dice può avere un gran valore! E’ il responsabile che deve avere senso editoriale. In altre parole, deve poter riconoscere se un’idea si vende. E, mentre chiunque può avere un’idea, è colui che ha la capacità editoriale che ne riconoscerà la validità nella situazione particolare. Black Magic nacque perché vedemmo un trend che si stava sviluppando nel fumetto a quel tempo, negli anni Cinquanta; qualcosa che era stato iniziato da altri ma a cui dovemmo rispondere se non volevamo rimanere indietro. Non era un’idea nuova usare tutti quei fantasmi e spettri, ma era un’idea che all’epoca vendeva e fummo fortunati a rendercene conto presto. Dovevamo competere con la E. C., era dura.

A quel tempo, tu e Joe Simons facevate da editors, scrivevate e disegnavate per la gente della Crestwood. Avevi anche un discreto staff sotto di te – uomini che potevano competere e persino sorpassare quelli della E.C. Da un punto di vista editoriale, cercavi di fare le cose in modo diverso?

La E.C. aveva un approccio molto basilare all’horror. Con questo voglio dire che non lasciavano niente all’immaginazione, e lo stesso si può dire della maggior parte degli altri produttori. Questa può essere una delle ragioni del loro declino. Puoi proporre quel genere di cosa al pubblico fino al momento in cui questi ne diventano immuni. Penso che fossimo un po’ limitati nelle nostre storie, ma può essere dovuto al fatto che stavamo pubblicando un sacco di fumetti romantici, e questo ci rendeva in qualche modo melensi.

Il materiale che facesti per Crestwood era, più o meno, superiore a ciò che producesti subito prima o subito dopo il tuo impiego li. Questo era dovuto al fatto che avevi anche il controllo editoriale?

Si, in Crestwood avevamo un controllo completo sia sulla politica editoriale, che sulla scrittura che sul lavoro artistico. Decidevamo i nostri standard, Joe ed io avevamo l’ultima parola sul nostro materiale. Provammo qualsiasi cosa! Ci addentrammo per la prima volta nel mondo delle vignette satiriche. Per tentare qualche cosa di nuovo e, si sperava, avere una risposta da un pubblico di lettori in declino, provai a fare questo supereroe comico con il Fighting American di Jack Oleck. Questi fumetti funzionavano come funziona qualsiasi fumetto nella propria epoca. In quella, anche se suona come se voglia trovare scuse, il campo d’azione era molto ristretto. Gli editori non avevano solo pressioni interne, ma anche dal di fuori. Un giorno potevi aver comprato la macchina nuova, e il giorno dopo trovarti con l’editore che ti sbaraccava l’ufficio. Avevano uno stato mentale molto fragile, e solo gli editori che godevano di risorse economiche esterne avevano qualche sicurezza in più.

Avevi del personale di alto livello, però.

Avevano tantissimo talento! Facevano parte del nostro gruppo alcuni dei migliori uomini che il mondo dei fumetti avesse mai visto. Era un momento straordinario per lavorare in quel mondo – se lasci da parte i problemi finanziari. Non direi che gli anni Cinquanta siano stati uno dei più grandi momenti nella storia del fumetto – era, ad essere sincero, un periodo piuttosto brutto. I vestiti erano orribili, le auto, la gente…ma era un momento dove le menti più produttive erano ancora in campo. C’era Marvin Stein, un uomo grandioso e uno dei migliori artisti che avevamo. Mort Meskin era all’apice della sua carriera. Steve Ditko stava crescendo rapidamente e facendo del lavoro egregio. C’erano pure un sacco di scrittori e sceneggiatori in giro…di quelli bravi. Era certamente come lavorare in una sorta di Rinascimento!

All’epoca c’era anche gente che cercava di entrarci in quel campo?

Beh, a dire la verità penso che ci fosse più gente che cercava di uscirne! (ride). Si, comunque, c’era gente che veniva cercando di portare cose nuove. Gente come Jules Feiffer, Roy Lichtenstein. Se la loro roba sembrava buona gli davamo pure una trama. Più di qualche volta, abbiamo dato degli script a qualche tizio che poi non abbiamo più visto.

Mentre gli anni Cinquanta volgeva al termine, i supereroi cominciarono a tornare. Quando iniziasti i Challengers of Unknown, ti stavi impegnando di più per riaffermare i supereroi o per approfondire maggiormente la fantascenza e l’avventura?

I numeri che ho disegnato erano ancora formativi e non posso rispondere per quello che ha voluto farci la DC. Però quando me ne andati loro propendevano per la figura del supereroe. In molti modi, i Challengers furono i predecessori dei Fantastici Quattro.

E’ in quest’epoca che ricominciasti con la Marvel…

Si, mi assegnarono dei mostri, e io li feci. Avrei senza dubbio preferito disegnare Rawhide Kid. Ma invece feci i mostri…avevamo ‘sti Grottu, Kurrgo e…beh, era una vera sfida tirarne fuori qualche cosa, qualunque cosa con quei ridicoli personaggi. Però quelli erano, in un modo o nell’altro, i padri fondatori dei supereroi della Marvel! Avevamo già un Hulk, o una Cosa…cercammo di farli in una versione più accattivante.

Per quanto riguarda i disegni, ricordi quante pubblicazioni producevi all’epoca?

Per un po’ mi sembrava come se le stessi facendo tutte! Sulle cose che non facevo le matite, lavoravo ai layout. Facevo sì che i volumi andassero avanti – penso che quella fosse principalmente la mia funzione – così che, nel momento in cui la Marvel assumeva i migliori sul mercato, potevano continuare a farli lavorare. Devi ricordare che prima che questo succedesse, l’intero staff consisteva in Stan Lee, Sol Brodsky e Artie Simek. Artie aveva la posizione più sicura, perché qualsiasi cosa succedesse, i volumi andavano letterati. Comunque, feci il primo layout di Iron Man, gli diedi una storia e poi Don Heck lo finì. La stessa cosa con Daredavil – Bill Everett lo disegnò sopra le mie bozze.

Disegnavi molto più velocemente allora?

Si, c’erano molte pressioni ed ero con l’acqua alla gola il più delle volte. Quello che preferisco è disegnare tre pagine in un giorno normale; se è una copertina, invece, sulle tre ore.

Chi consideri un buon disegnatore?

Uno con l’immaginazione e la capacità di raccontare una buona storia. Uno che sa disegnare bene non riesce a comlpirmi, se quello che cerca di esprimere esce fuori vago e grossolano.

E invece gli scrittori?

Stesso tipo di persona. Un uomo con la mente fertile e attiva. Lo scrittore di storie che ammiravo di più oramai è morto. Il suo nome era Eddie Herron. Creò il Captain Marvel originale e fu autore di molte storie che considero il massimo raggiungibile. Fece da padre anche al Teschio Rosso.

Era più facile scrivere storie all’epoca?

Beh, non certo nel tempo che ci mettevi a scriverle. In semplicità, senza dubbio. Con ciò voglio dire che la Seconda Guerra Mondiale ci lasciò una buona dose di drammaticità. L’intera vicenda avrebbe benissimo potuto essere scritta da qualche scribacchino della Warner Brothers. Era una produzione in bianco e nero con un cattivo così talmente malvagio, fatto meglio che su richiesta. Qualsiasi cosa tu facessi durante la Seconda Guerra Mondiale era un atto di nobiltà. Se impiccavi Hitler o uccidevi centinaia di Tedeschi eri dalla parte degli Angeli. Una volta ricevetti una lettera da un Nazista che mi diceva di scegliere il lampione che volevo in Times Square, perché quando Hitler sarebbe giunto, mi ci avrebbero appeso! Era una cosa tipica di alcuni fans che poi non ho più avuto…

Ti diverti a leggere le lettere che ti mandano eh?

Si, mi piace tantissimo. Forse perché amo i fans – anche se alcuni sono Nazisti. Dovevi vedere quando si facevano quei fumetti romantici alla Crestwood, quanta posta ricevevamo! Ci fu una donna che voleva adottassi sua figlia perché poteva vedere dalle mie storie che ero un brav’uomo!

Perché era sempre Simon e Kirby?

Simon era più grande! Il più delle volte era anche il letterista. Con un affabulatore come quello non avevo speranze! Era anche più vecchio di me, una specie di fratello maggiore. Era grandioso nei suoi layout. Uno dei pochi veri professionisti che il nostro settore ha visto. E lo è ancora!

Quindi perché lasciò perdere i fumetti e si dedicò alle riviste?

Ne era stanco. Molti lo erano, e Joe non era il tipo da sperimentare grandi cose. Quando la Crestwood fallì, era la conseguenza naturale di tutte le pessime cose che avevamo dovuto sopportare. Un sacco di gente lasciò i fumetti per una ragione o per l’altra…C.C. Beck, Eisner, Kurtzman…se ne andò gente importante per il fumetto. Suppongo che mi ritengano una sorta di dinosauro in questo campo, ma io rimango nel fumetto. Sento che è un mezzo di comunicazione importante e molto potente, e penso che ci sia gente che l’ha minimizzato perché aveva il dente avvelenato. Ha avuto periodi di disgrazia, ma deve essere risollevato al punto da dimostrare davvero l’importanza per questa nazione. La nostra è un’era visuale, e i fumetti sono un mezzo di comunicazione visuale. Li possono capire non solo gli intellettuali, ma anche l’uomo comune. E, nonostante quello che dicono, è l’uomo comune a fare la storia!

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