Intervista a Mirka Andolfo

di Andrea Tosti

Intervistiamo Mirka Andolfo, disegnatrice e colorista napoletana. Del suo lavoro abbiamo parlato in occasione dell’articolo dedicato alla parodia di Dracula di Bram Stoker comparsa sulle pagine del settimanale Topolino.
Per chi volesse approfondire la conoscenza di questa autrice rinviamo al suo blog personale, dove è possibile ammirare molti suoi lavori (QUI)

© Walt Disney Company Italia e relativi autori

© Walt Disney Company Italia e relativi autori


Ciao Mirka,  
innanzitutto benvenuta su Conversazioni e complimenti per il tuo lavoro. Come forse già saprai sul nostro blog abbiamo già dedicato un lungo articolo a Dracula di Bram Topker, alla cui realizzazione hai collaborato.

 Al di là di questo tuo ultimo lavoro, vorrei chiederti di presentarti ai nostri lettori e riassumere il tuo percorso professionale e di studio.

Grazie a voi per l’intervista! Sono Mirka, ho 22 anni (quasi 23), e da poco più di tre anni lavoro principalmente come colorista, ma talvolta anche come illustratrice e fumettista. Sono nata a Napoli, dove ho frequentato il Liceo Artistico, e un anno di Scuola Italiana di Comix, che ho lasciato all’inizio del secondo anno per trasferirmi a Torino, la città dove attualmente vivo e lavoro. Oggi lavoro stabilmente sulla serie di Geronimo Stilton e per la Walt Disney (perlopiù per Topolino). Saltuariamente ho lavorato, lavoro (e lavorerò, spero!) in Francia e Stati Uniti, con diverse case editrici, in ordine sparso Image Comics, BOOM! Studios, Glénat/Drugstore…

Il vostro lavoro, pubblicato sui numeri 2945-2946  di Topolino ha fatto molto parlare di sé ma l’aspetto della colorazione, come purtroppo spesso accade, è rimasto in ombra rispetto a quello dello sceneggiatore e del disegnatore. In realtà sembra esserci qualche segnale che potrebbe preannunciare un cambiamento. Innanzitutto il tuo nome compare nei credit sotto la prima tavola della storia e nell’intervista agli autori pubblicata nel n° 2946 del settimanale anche il tuo lavoro riceve visibilità (anche se bisogna specificare che nella versione comparsa sul sito http://www.topolino.it (nello specifico QUI)  sono riportati solo i brani dell’intervista riguardanti Enna e Celoni). Cosa pensi di questo?

Il fatto di essere inserita nei credits è un grande onore per me, soprattutto perché non capita spesso, come dici! Se da un lato è vero che il ruolo del colorista viene generalmente “snobbato” (soprattutto dalla cosiddetta critica), posso dire che in Disney ho trovato persone estremamente attente. Tutta la fase di coloritura viene seguita passo-passo dalla redazione (idem per la coloritura delle copertine), e tutti tengono in grande considerazione il ruolo del colore. Quando sono andata in redazione, qualche settimana fa, sono stati tutti gentilissimi con me e mi hanno fatto capire che apprezzano il mio lavoro.

Per la questione “nomi”, considera che, solitamente, Topolino non è colorato da dei “coloristi”, bensì in maniera meccanica, da un fotolito che si occupa di colorare tutte le storie che escono in ogni numero, con semplici colori piatti. La colorazione viene affidata a un colorista solo in occasioni particolari (come, appunto, con Dracula), per cui serve anche uno studio accurato di luci e ombre.

Come ti dicevo, ho avuto modo di vedere che in Disney prestano molta attenzione al colore (non dimentichiamo poi che Max Monteduro, colorista storico di Topolino, è stato uno dei primi coloristi in Italia a usare Photoshop per colorare le copertine di Paperinik, PK, Topolino…), e sto avendo soddisfazioni enormi. Quando dalla redazione mi hanno scritto per “farmi un paio di domande”, pensavo fosse uno scherzo! :-) [1]

Parlando in generale, comunque, bisogna dire che, purtroppo, soprattutto in Italia (ma non solo, in realtà…), il ruolo del colorista non è considerato un ruolo creativo al pari di quello del disegnatore e di uno sceneggiatore. Forse questo è dovuto al fatto che, nell’immaginario collettivo, “qualcosa fatto col computer” (come la coloritura della stragrande maggioranza dei fumetti, oggi) viene visto come qualcosa di “meccanico” e “semplice”. Mi è capitato in più di un’occasione di sentirmi rispondere, da gente non del mestiere, “Eh, ma oggi fa tutto il computer… Facile colorare così!”. Un po’ come si diceva una volta dei cartoni animati. È difficile spiegare che il computer, come l’acquerello, o i pantoni, è uno strumento. Quello che fa la differenza è la mano (e la testa) che lo usano…

In realtà Dracula non è la tua prima collaborazione con Topolino. Hai realizzato, infatti, oltre ai colori di alcune copertine, anche la colorazione della serie La storia dell’arte di Topolino. Come è stato il tuo approccio ad una serie di storie che parlano, appunto, della Storia dell’Arte?

Quello che ho notato è che, al di là dei risultati raggiunti con le singole storie, si è cercato, per quel che riguarda disegni e colori, di ‘ritagliare’ l’azione dei personaggi sul fondo delle scenografie, oltre a cercare di rendere non solo l’atmosfera del periodo via via rappresentato ma anche il profilo cromatico della corrente artistica raccontata. Inoltre la colorazione digitale sembra essere resa in modo consapevolmente evidente, diversamente da Dracula,  dove l’apporto digitale è mascherato, al fine di rendere, attraverso l’uso discreto di luci ed ombreggiature, un’atmosfera d’epoca e coerente con il genere. Cosa ne pensi?

© Walt Disney Company Italia e relativi autori

Sì, ho esordito sul Topolino n. 2922, con la prima “Storia dell’arte” e una copertina! Da allora, quando capita coloro le storie e, spesso, delle copertine…
Proprio come dici tu, ho cercato di adeguare il colore a ogni storia e, quindi, a ogni periodo artistico… Nella storia ambientata in Egitto, per esempio, c’è una predominanza di colori caldi, e di atmosfere molto “limpide”, e così ho tentato di fare per tutte le storie. A onor del vero, devo dire che non è stato difficile, visto che sia Paolo che Vitale (i disegnatori) hanno fatto un lavoro eccezionale.
Come giustamente dici, ho “ritagliato” personaggi dallo sfondo, ispirandomi anche a lavori già apparsi su Topolino non colorati da me (penso a Destino)[2], e cercando di rimanere comunque su un genere più “classicheggiante”. Colorare le linee di disegno che fanno parte dello sfondo è una buona tecnica per dare profondità alla scena, e dare l’impressione che gli oggetti siano distanti dai personaggi (come dici tu, “ritagliati”). Non a caso, l’ho fatto anche in Dracula che, come hai ben notato, è stato comunque lavorato in modo molto diverso dalle Storie dell’Arte, se vogliamo più “sfumato”, desaturato e d’impatto. La cosa diventa particolarmente evidente per il semplice fatto che su Topolino non si sono mai visti, o comunque raramente per quel che ne so, colori che non siano particolarmente saturi (a parte il rosso, che abbiamo cercato di tenere sempre molto acceso, in Dracula… Chissà se qualcuno l’ha notato?). Credo che questa scelta, per Dracula, sia stata vincente, per amplificare la giusta atmosfera che i disegni di Fabio già anticipavano così bene…

Da disegnatrice, come imposti la collaborazione con altri autori quando devi colorare tavole non tue? Come ha funzionato la collaborazione, in questo caso, con Fabio Celoni, con il quale avevi già realizzato la versione a fumetti de Il cacciatore di aquiloni?  Vedo che Celoni, su Dracula, risulta accreditato come colorista insieme a te. Come ha funzionato questa collaborazione a due? Potresti raccontarcene le fasi?

Fasi di colorazione

Quando coloro disegni altrui cerco sempre di avere un approccio rispettoso e coerente, ci ragiono molto sopra. Mi spiego meglio: ogni autore ha delle caratteristiche di disegno e di china che lo portano ad avere un “suo” modo di esser colorato, almeno questo secondo il mio punto di vista… Il mio obiettivo, quando inizio a colorare un nuovo autore, è scoprire qual è quel modo. Non amo ripetermi, preferisco diversificarmi in base al target, al genere di tratto, alla destinazione della pubblicazione e al tipo di storia. Per intenderci: non potrei mai colorare un disegno di stampo realistico con la tecnica usata su Topolino, né viceversa. Ma anche: una stessa tecnica usata su due autori diversi viene… Diversa! Un esempio? Le Storie dell’arte di Topolino. Le storie della serie (scritta da Roberto Gagnor) erano disegnate da due autori diversi: Paolo De Lorenzi e Vitale Mangiatordi. Entrambi bravissimi, hanno stili molto, molto diversi… Lo stesso colore “dato” alle storie di Paolo, ai miei occhi, ha una resa diversa rispetto a quelle di Vitale!

Fasi di colorazione

Comunque, lo stesso tipo di ragionamento lo applico spesso anche ai miei disegni… Quelli che realizzo con un particolare stampo (ad esempio, umoristico) hanno un certo tipo di colorazione, quelli più realistici un altro… Ma, spesso, mi diverto a creare mix particolari, e a sperimentare sempre cose nuove (visto che…mi annoio molto facilmente!).
Tuttavia, un conto sono i disegni fatti “per passione”, un conto sono i lavori. Quando si lavora, prima che il pubblico, prima che il proprio gusto (o quello del disegnatore) viene l’editore. È una considerazione ovvia, ma molti non ci arrivano. Quando un editore mi dà libertà di manovra, provo a spaziare un po’ (nei limiti del seminato). Quando invece mi vengono fatte richieste precise, mi attengo a quelle richieste.

Per quanto riguarda Dracula, la collaborazione con Fabio è andata benissimo, perché basata su un rispetto e una stima reciproci. All’inizio abbiamo lavorato per trovare una quadratura del cerchio sul “tipo di colorazione”, e anche sulle scelte cromatiche. Bruno e Fabio avevano in mente certe referenze, che mi hanno girato, mi sono studiata, e ho rielaborato. La difficoltà principale, in questo caso, era riuscire a essere cupi (e talvolta dissonanti, come le locandine dei film horror anni Cinquanta/Sessanta), ma al contempo adatti alla pubblicazione che ospitava la storia. Comunque, una volta trovato l’accordo (tra di noi, e con la redazione), io ho colorato le pagine. Fabio, oltre ad avermi dato un “la” iniziale, aggiungeva un tocco in più alle pagine (su alcune di più, su altre di meno, su altre per niente), modificando alcune cromie e atmosfere, osando più di quanto non avessi fatto io… Insomma, è stato un po’ una guida, tanto che io per prima ho chiesto alla redazione di accreditarlo…  In realtà, Dracula è stato un caso più unico che raro: su Topolino, i disegnatori di solito vedono le tavole solo quando sono… pubblicate, per via dei tempi produttivi che sono strettissimi.

Come ricordi giustamente, Dracula non è stato il primo lavoro con Fabio… In effetti, il mio primo lavoro importante, da professionista, è stato proprio la colorazione delle sue tavole (su testi di Tommaso Valsecchi) per l’adattamento in graphic novel de Il Cacciatore di Aquiloni, per Piemme. È stata un’esperienza importante, estenuante, e altamente formativa. Estenuante perché per la prima volta mi sono ritrovata, con scadenze abbastanza strette, a lavorare su un prodotto di alto profilo (a oggi, mi pare sia uscito in una dozzina di paesi). Formativo perché Fabio è un ottimo colorista, oltre che un grande disegnatore, quindi nel confronto quotidiano con lui ho imparato moltissimo.

Quando si parla di disegno e, in misura leggermente minore, di sceneggiatura, è relativamente facile individuare i referenti artistici di taluno o talaltro autore.  Per quanto riguarda la colorazione i collegamenti non sono così immediati. A chi ti ispiri, quindi, e perché? Quali autori o studi consideri i tuoi caposcuola?

Posso risponderti molto facilmente, visto che ho imparato a colorare (da autodidatta) ammirando e “studiando” i lavori dei miei artisti preferiti. Sicuramente, prima fra tutti, c’è Barbara Canepa. Ancora mi ricordo del mio primo W.i.t.c.h., e di come rimasi affascinata dalle colorazioni della copertina, oltre ai bellissimi disegni… Per non parlare di Sky Doll, un fumetto che ha fatto scuola. Un’altra colorista che ammiro moltissimo è la mia concittadina Barbara Ciardo, Emanuele Tenderini, Christina Strain e Lichtner (“Liquid”). Senza tralasciare i vari artisti orientali che ammiro (Masamune Shirow primo fra tutti). Credo di aver accumulato tutte queste influenze dentro di me, averle rielaborate e… Alla fine è venuto fuori un “mix” di tutto quello che mi piace. Tra parentesi, una nota curiosa: da piccola amavo già disegnare, ma odiavo colorare!

Molti disegnatori, spesso, eseguono anche la fase di colorazione sulle loro tavole. Qual è l’apporto che può dare un collaboratore esterno in questo campo? Quali sono, insomma, il vero ruolo e la vera importanza del colorista? Qual è, inoltre, il tipo di disegnatore con cui la collaborazione risulta più proficua e perché? C’è un tipo di tratto o stile di disegno che è più facile o più interessante da colorare?

Un colorista “esterno” alle volte diventa strettamente necessario, non perché l’autore di per sé non sia in grado di colorarsi da solo le proprie tavole (a parte i casi in cui il disegnatore non ha proprio alcuna confidenza con il colore), ma per ragioni produttive: il tempo! Le scadenze sono spesso molto strette, inoltre credo sia molto stressante per un artista riuscire a mantenere la giusta concentrazione dovendo realizzare sia il disegno che la colorazione, e forse rischierebbe di abbassare la qualità di entrambi. Non a caso, solitamente, gli autori completi lavorano su progetti più autoriali, che non richiedono i tempi strettissimi di una pubblicazione commerciale.
Ultimo, ma non ultimo: un occhio esterno, quello di un colorista, può essere più clinico e obiettivo, rispetto al disegnatore che già ha versato tanto sudore su una tavola, per disegnarla.

Uno dei disegnatori con cui ho avuto modo di collaborare spesso, oltre a Fabio, è sicuramente Ennio Bufi, un artista estremamente versatile (nato scultore, reinventato pittore, poi animatore, ora fumettista). Direi che è il disegnatore con cui lavoro da più tempo (di suo ho colorato le copertine della serie Don Camillo, copertina e interni di Perlasca, diversi Geronimo Stilton, illustrazioni varie…).
Comunque sia, parlando dei miei gusti personali, adoro colorare i tratti umoristici/caricaturali con uno stile “cartoon”, perché sono divertenti e più veloci da fare, oltre a piacermi molto visivamente. Con “divertenti e veloci” non intendo ovviamente togliere dignità al genere, anzi! Penso sia più complicato riuscire a sintetizzare un’ombra in modo “piatto” su un corpo che deve sembrare tridimensionale, piuttosto che utilizzando miliardi di sfumature spesso troppo facili da applicare (e pesanti), e che troppo facilmente ingannano l’occhio. Mi sento di dirlo proprio perché coloro in entrambi i modi (quindi non sono “di parte”), e sono totalmente contraria alla denigrazione della colorazione in stile “cartoon”. Vedo che chi si approccia al colore (in ambito fumettistico) per la prima volta parte sempre cercando di realizzare colorazioni elaborate, pasticciate e piene di pennellate messe a caso… E che magari appagano l’occhio, ma se poi si va ad analizzare più in profondità, si nota che ci sono un sacco di errori! Si dovrebbe iniziare colorando in stile cartoon, secondo me… Se uno riesce a colorare Geronimo Stilton o Topolino, dopo avrà, secondo me, meno difficoltà a specializzarsi anche in una colorazione pittorica, ma non il contrario!
Se devo dire le mie preferenze… Posso dirti che amo più o meno tutte le tecniche di colore, tranne quelle eccessivamente aerografate, che trovo decisamente troppo laccate e fredde.

Sei stata disegnatrice e colorista della serie Alice Dark. Puoi parlarci di questa tua esperienza  e di altre esperienze lavorative che ti hanno vista all’opera come quella sulle copertine di Don Camillo e della tua attività come illustratrice?

Alice Dark è stato il mio primo fumetto in assoluto, come disegnatrice. Prima di lavorare al mio albo avevo fatto, sì e no, due o tre tavole nel tempo libero senza alcuna pretesa, o complete soltanto per metà. Ero, insomma, molto svogliata, e non riuscivo ad avere “la testa”, nonostante comunque il mio sogno sia sempre stato quello di diventare una fumettista completa. Alice Dark è stata una palestra perfetta! Quando ho concluso il lavoro (in particolare un secondo albo che, purtroppo, non verrà pubblicato vista la chiusura della serie) sono letteralmente impallidita nel vedere le prove che feci all’inizio per Bartoli e Domestici… Terribili. Sono rimasta colpita nel vedere quanto sono migliorata! Sono molto grata ai due autori (e all’Aurea) per avermi comunque dato fiducia e avermi fatto crescere così tanto: è grazie a quest’esperienza se oggi mi sento molto più sicura, e sto lavorando come disegnatrice ad alcuni progetti, che non avrei mai, mai e poi mai sperato di riuscire a fare. Comunque, prima di Alice avevo già avuto modo di lavorare come copertinista (disegno e colore) per Jonathan Steele e Agenzia incantesimi (Star Comics). Più recentemente, alcuni mesi fa, ho realizzato un libro per bambini, con testi dell’amico Paolo “Moise” Moisello, per la serie “Le Miciofiabe”, e disegnato una cover variant per la serie The Last Of The Greats, edita da Image Comics (di cui ho colorato anche le copertine, e un paio di albi). Come specificato in qualche risposta fa, su Don Camillo ho avuto il piacere di colorare le splendide copertine realistiche di Ennio Bufi, fino al numero 3, quando ho interrotto la mia collaborazione con l’editore.

Domanda scontata ma obbligatoria. Quali sono gli strumenti del tuo lavoro? Quali le sue fasi? Quali sono le differenze d’approccio e concettuali fra la colorazione digitale e quella tradizionale?

Io uso solo ed esclusivamente Photoshop per le mie colorazioni. È un programma che adoro e che conosco bene (almeno per quanto riguarda la colorazione… E poi è un software talmente completo che penso che nessuno lo sappia usare al 100%, io imparo cose nuove ogni giorno!) e onestamente, almeno tra i coloristi che conosco, non conosco nessuno che non lo utilizzi. Le mie fasi sono poche e semplici: tinte piatte, ombre, luci, effetti speciali (luminescenze, viraggi, filtri…). Parlando di colorazione manuale, penso che, almeno in minima parte, sia abbastanza importante conoscerne almeno le basi , quantomeno studiare come si comportano le ombre e le luci su un oggetto, persino saper disegnare (almeno il minimo indispensabile). Saper disegnare mi aiuta moltissimo quando devo colorare, e in molti mi hanno detto che “dal mio colore si nota che disegno”.  Per quanto mi riguarda, sicuramente l’aver frequentato un Liceo Artistico, dove realizzavo molti ritratti e dipinti dal vero con le tempere o a matita, mi ha aiutata molto. Anche se, devo ammetterlo… Da quando lavoro non ho mai più toccato una tela! Adoro la colorazione digitale, ed è perfetta per me, che sono distratta e pasticciona. Per non perdere la mano, quando voglio rilassarmi, coloro i miei disegni a matita con i Copic Ciao, dei particolari pantoni che adoro! E, in rarissimi casi, con gli acquerelli. In realtà, non ho più molto tempo per divertirmi con i colori a mano… purtroppo!

Oltre alla tua collaborazione con Topolino che, sono sicuro, continuerà con successo, quali sono i tuoi progetti futuri, anche sotto il profilo del disegno o, magari, da autrice completa?

Grazie mille, speriamo…:-) Per quanto riguarda il disegno, fino a poco tempo fa non ci avrei mai sperato, ma sembra che la ruota stia… Cominciando a girare, ma sono troppo ansiosa per parlarne, visto che non si tratta di niente di certo, e ci resterei davvero male poi nel dover ritrattare la cosa. Infatti sono entrata, recentemente, in contatto con una ottima sceneggiatrice francese, e stiamo lavorando ad un progetto da fare insieme, che dovrei disegnare e colorare, per cui ho già realizzato degli studi e sto lavorando delle tavole… Incrociamo le dita!
Mi piacerebbe moltissimo realizzare qualcosa di totalmente mio, ho un miliardo di idee in testa (non è detto che siano buone!), che non realizzo mai per problemi di tempo visto che la colorazione (o lavori di disegno sicuramente più immediati e certi dei miei progetti in via di sviluppo) mi prende tutto il tempo necessario. Comunque, ci spero sempre!
Per le colorazioni, anche in questo caso è ancora presto per parlarne! Se tutto va bene, ci saranno altre novità in Disney, oltre ai lavori su Geronimo Stilton, che mi divertono, e danno sempre moltissima soddisfazione… E poi… Be’, spero di avere presto novità straniere in arrivo.

Curiosità conclusiva. Il tuo lavoro come disegnatrice e, soprattutto, come illustratrice, si presenta come davvero professionale. Inoltre il tuo curriculum, a soli ventitré anni, con lavori pubblicati in Italia e all’estero, è già quello di una professionista. Come sei riuscita ad emergere così presto e quali aiuti e difficoltà hai incontrato nel tuo percorso?

Guarda, secondo me la verità è una sola e c’è poco da girarci intorno. Esser bravi non è sufficiente… Almeno, questo è quello che ho capito da quando lavoro, ed è una cosa che tengo sempre presente.
Ovvio che una base di capacità deve esserci, per garantire la qualità necessaria, ma se non sei una persona seria, se non riesci a separare il lavoro dalla vita privata, se non riesci a instaurare un rapporto di fiducia con l’editore, o non sei aperto al dialogo e pensi che tutto quello che fai sia un capolavoro indiscutibile portandoti a futili litigi con gli editor, be’… allora talento e capacità servono poco.
Una cosa che mi sono sentita dire spesso è che sono molto veloce (mi è capitato di realizzare, in casi estremi, albi in pochissimi giorni) e sempre disponibile a discutere con gli autori e i committenti su come migliorare il mio lavoro, cosa che faccio perché ci tengo molto che una cosa, con il mio nome scritto sopra (ma anche se è solo nel colophon va bene!) venga bene. Penso che molti vedano gli editor e le loro note come “un paletto”, io le vedo come occasioni per alzare la qualità del mio lavoro, e ne approfitto cogliendo la palla al balzo. Bisogna anche dire però che, per mia fortuna, finora ho lavorato quasi solo con persone gentilissime, che mi hanno lasciato molta libertà e datomi tanta fiducia. Mi sono sempre trovata a mio agio (tranne che di persona, ma questo è perché sono timidissima!)…

Insomma, per me, la prima cosa da fare è essere corretti e ricordarsi che non sei soltanto un artista, ma sei anche un professionista che è pagato per fare una determinata cosa. Se io vado a farmi un tatuaggio, be’, è chiaro che il tatuatore dovrà farmelo bene, ma soprattutto dovrà farlo come dico io, perché sono io il cliente. E, se me lo fa male, è sul mio corpo che resterà un brutto tatuaggio… Quindi, se mi venisse in mente di farmene un altro, cercherei un altro  tatuatore. Quando mi commissionano delle colorazioni, immagino sempre di essere questo fantomatico tatuatore, se mi passi la metafora.
Difficoltà ne ho avute tante, soprattutto all’inizio, quando non avevo un portfolio ampio, ed ero giovanissima. I primi a darmi fiducia sono stati, dopo Federico Memola, Roberta Bianchi di Piemme (che mi ha affidato il primo lavoro “importante”) e Michele Foschini, per Geronimo. Tralascio altri nomi solo perché citare tutti risulterebbe difficile (e dimenticare una sola persona mi dispiacerebbe), per giungere agli ultimi in ordine di tempo, cioè tutto lo staff Disney (dalla direttrice di Topolino, Valentina De Poli, a Vito Notarnicola e Luana Ballerani, e tutta la redazione)!

Se devo dire la difficoltà più grande che ancora oggi devo affrontare: le attese. Spesso, quando faccio una prova, poi attendo settimane (talvolta mesi), per avere una risposta, positiva o negativa che sia…
Comunque, per concludere… Quando lavoro non penso ad altro, non mi distraggo (anche quando vorrei), non ho mai consegnato in ritardo (e non ho certo intenzione di cominciare ora…), anche in situazioni estreme. So di essere fortunata nel fare un lavoro che mi piace, e cerco sempre di non dimenticarmi che, appunto, è anche un lavoro e non è solo un divertimento (anzi, alle volte il divertimento è pari a zero, quando devo fare l’ennesima tavola di un qualcosa che magari non rientra nemmeno lontanamente nelle mie corde, o quando devo consegnare qualcosa di complicato nel giro di poche ore), che vengo pagata per farlo bene. Anche perché è tutto quello che ho, ed è ciò che mi permette di pagarmi l’affitto da quando avevo 20 anni, con incredibili sforzi e sacrifici, senza mai arrendermi anche nei momenti più disperati e senza scendere a compromessi con nessuno. Quando mi sento giù, quando magari sono al computer dopo una giornata intera a colorare e vorrei farmi una bella passeggiata (o anche farmi un disegnino per il puro piacere di farlo), mi ripeto, a mo’ di mantra: “Mirka, non lamentarti…sei fortunata a fare questo lavoro! Forza!”. Ed… è vero! :)

Note
[1] In realtà la mia domanda è imprecisa. Negli ultimi anni, infatti, in caso di colorazioni speciali o “autoriali” il nome del colorista è sempre stato citato nei credit, come nel caso, appunto di Max Monteduro
[2] Topolino e il surreale viaggio nel destino

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3 risposte a “Intervista a Mirka Andolfo

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