Dissezioni narrative: a proposito di Ratigher, Simeoni e Neri.

 di Tonio Troiani

Il 2011 si è chiuso da un buon trimestre, lasciandosi una manciata di miseria alle spalle. Faccio fatica a ricordare un anno così fiacco e privo di stimoli. Molto probabilmente la causa è ascrivibile alla mia scarsa attenzione, o all’affievolirsi della mia curiosità. Sono solito, però, a fine anno, scorrere le mille classifiche, che accompagnano le strenne natalizie, per capire un po’ se ho perso qualcosa e quali sono le tendenze unanimi o le piccole eresie (soprattutto queste rientrano nei miei maggiori interessi). E allora, tra i fumetti italiani dell’anno  mi trovo a fronteggiare uno strano trittico: La coda del lupo di Marino Neri, Trama di Ratigher e Stria di Gigi Simeoni. Per background e target i tre autori occupano tre domini totalmente differenti e che forse in parte collidono per i primi due, ma tutti credono abbiano avuto la velleità o l’intenzione di raccontare una storia, e a ben vedere forse la stessa storia: è l’atavico tema dell’iniziazione al mondo adulto (con differenti ricadute e possibili scarti). Il nucleo fondamentale è quasi fiabesco, e non a caso vi è la presenza di quelle constanti o funzione che Propp enunciò nel suo fondamentale Morfologia della Fiaba (1928): una su tutte il bosco o un suo sussidiario/superlativo (la caverna, l’antro). Lo schema archetipico di Propp è strutturato in quattro distinte fasi, che vedono un equilibrio iniziale (1) venir messo in crisi da una complicazione (2), che conduce alle peripezie dell’eroe (3) sino alla risoluzione e alla ristabilimento dell’equilibrio (4). È uno schema facilmente incrinabile, nonostante la forza centripeta e inconscia che esercita. Ma, sia il lavoro di Neri che quello di Simeoni (quest’ultimo con un intreccio complesso e avvincente) rispondono nel bene e nel male a questa struttura. Lo schema viene eluso invece da Trama di Ratigher. Ma, non è l’unico elemento messo in crisi. Vediamo un po’ nel dettaglio.

Marino Neri ordina la materia scandendola per scene, lasciando molto al non detto. I suoi neri profondi e plumbei sembrano fossilizzare l’azione nel tentativo, forse, di restituire la stasi della civiltà pre-industriale in cui ambienta la vicenda.

Si nota senza dubbio uno stile, che se ben deficitario per riferimenti e influenze, cerca ostinatamente una propria dimensione, attingendo anche al vissuto personale: infatti, le vicende sono ambientate nei pressi di Bologna con precisi riferimenti toponomastici 1. L’intreccio procede a scatti rompendo la monotona quotidianità della canonica, in cui da un equilibrio iniziale, rappresentato dalla fanciullezza della piccola e già inquieta protagonista (1) si passa ad una situazione in cui folklore, sacro e sociale vengono utilizzati per imbastire un dramma, che monta lentamente (quasi per accumulo) e che si consuma, non a caso, nel ventre della miniera di rame esausta.

La figura della donna-lupo – riflesso dell’escluso/a – è appena accennato, sebbene sia il centro gravitazionale nel processo di formazione della protagonista (2). Non a caso è la stessa amicizia con Fucsio, che chiama in causa la donna lupo, a sancire la rotture del limite della canonica.La discesa negli inferi alla ricerca dell’evanescente donna-lupo, nella cui emarginazione si riflette Elga priva com’è di figure parentali, produce uno stigma incancellabile (3). Al di là del dramma, tuttavia, lo zio vagheggiato sin dalle prime pagine strappa ad una terra ormai lacerata la piccola orfana conducendola verso una nuova realtà: le prime perdite mestruali segnano il superamento e l’iniziazione ad un nuovo mondo (4). Si respira un po’ di fiacca (forse il culmine è nelle tavole dove il belato è l’unico protagonista) e pur riconoscendo intenzioni nobili queste sboccano in un innocua sinfonia nera, basata sui silenzi e sulle mancanze: una sorta di contrasto tra il pieno dei neri e il vuoto della narrazione.

Il tema della colpa e delle sue ferite interiori (con note di misoginia malcelata) sono al centro anche del lavoro di Simeoni.

Ben più strutturato, grazie anche alle sue 300 pagine e a ricerche condotte sul campo, Simeoni ci regala senza dubbio un buon intrattenimento e un ottimo campo di riflessione. L’intreccio procede inesorabile, con non poche cadute di stile a causa di scene telefonate che sembrano assecondare più il lettore che la buona riuscita dell’opera, tuttavia il lavoro entra nel vivo quando indietreggia sino al passato per mostrare il trauma ancestrale, che ha scatenato la Stria. L’equilibrio viene subito incrinato dal riemergere di un vissuto occultato, di un trauma relegato nel subconscio, che riemerge assumendo forme spettrali e conducendo la mente della protagonista a vacillare sino al tracollo nervoso.

Ora, non è questa la sede per condensare il susseguirsi degli avvenimenti, sino alla risoluzione finale. Ci interessa, più che altro, sottolineare alcuni aspetti:

1)la presenza di un percorso di iniziazione, che segue la scansione classica, ma è tutto “interno” agli eroi. E qua vi è già la prima complicazione: il fiabesco viene ricondotto sotto il regime dello psichico e le peripezie degli eroi sono “limitate” alla ricostruzione del mancato passaggio tra infanzia ed età adulta. Stria si presenta come un’enorme seduta psico-analitica, condita sapientemente – per rendere il tutto più saporito – con sesso occasionale, epifanie, azione e un po’ di horror di maniera. Tuttavia, è da notare una buona padronanza dei tempi narrativi2, che si richiamano in un continuo gioco di specchi. Infatti, la risoluzione è mostrata ricorrendo all’espediente della confessione scritta: per cui la verità viene ricomposta pezzo dopo pezzo. Simeoni conduce per mano il lettore, ma nel contempo ne richiede l’attenzione (con i dovuti limiti: parliamo sempre di un prodotto rivolto al pubblico della Bonelli, che per quanto possa permettersi di essere ardita, deve confezionare prodotti di “facile” lettura: pur nelle velleità del programma “Romanzi a Fumetti” rimane una basa volutamente e potentemente “popolare” che debba rendere il prodotto digeribile ai più).

2)la parallela ricerca di un luogo “fisico” reale (nel lavoro di Simeoni con alcuni utili variazioni o sintesi3) come in Neri dove ambientare la vicenda: tutta strutturata sull’archetipo simbolico del bosco e della caverna.

L’antro della Stria, la Pocìa Negra, che è localizzato con precisione nei pressi di Marmentino, è il luogo topico entro cui ha inizio e fine la vicenda, in una specie di corto circuito che congela l’iniziazione sino all’età adulta, compromettendone il dispositivo. Infatti,l’aspetto interessante è vedere come pur convogliando l’intreccio verso un tiepido lieto fine, Simeoni assuma una certa ambiguità rispetto alla risoluzione. Il nesso che instaura tra abisso della colpa e iniziazione è forse l’elemento più potente del romanzo grafico di Simeoni, che si salva così in calcio d’angolo, non facendoci così rimpiangere il tempo speso nella lettura.

La colpa e l’iniziazione: è un tema caro a Ratigher. In un altro luogo avevo già velocemente parlato di qualcosa del genere (qui): il tutto ritorna ma in un contesto finalmente ampio e complesso per i riferimenti e le implicazioni non solo tematiche, ma anche e soprattutto strutturali nel suo lodatissimo Trama, pubblicato dall’altrettanto lodevole Grrrzetic. Al di là della trama che utilizza scarti di un immaginario abusato, ma che tanta presa ha sul lettore medio, proveniente dai teen-horror, il fulcro dell’operazione di Ratigher sembra essere la dissezione della trama stessa.

 

Sebbene le tavole conservino singolarmente una percorribilità classica , la sequenza delle stesse viene sconvolta ripetutamente dal ricorso al flash-forward. Di primo acchito ciò non sembrerebbe così disarmante, abituati ormai a graphic novel dall’impianto temporale molto complesso. Basterebbe pensare al Jimmy Corrigan di Chris Ware. Ma, il flashforward in questo caso non ha una funzione narrativa, è essenzialmente uno strappo o meglio uno s c o s s o n e nel continuum narrativo.                                                                                                                  Nell’incipit Ratigher ci mostra una mappa che illustra questo movimento sussultorio.

La tavola flash-forwardata si presenta in negativo: non può essere interpretata che come una distorsione temporale: i balloon presentano mancanze, come se provenissero da un’altra dimensione.

La slegatura della trama, quindi, crea un movimento contrappuntistico tra presente e futuro, che nella sua anticipazione ricade in una dimensione ibrida, creando un feedback continuo all’interno dell’opera: è come se il flusso temporale fosse sconvolto ripetutamente con un flash che accelera la pellicola per poi riportarla alla velocità iniziale. Questa struttura viene protratta sino al punto di non ritorno, in cui l’anticipazione sfora il corpo del testo. Il supporto fisico viene superato in direzione di un tempo che non ha spazio nei suoi limiti.

La tavola 89 sostituita dalla 102 anticipa una cellula narrativa che non verrà mai narrata: ed è l’unica in cui il discorso tra i personaggi, in questo caso Lavinia e Giu(g)lio, diventa intellegibile. La trasmissione è utile alla quadratura del cerchio. Similitudini nell’ (ab)uso del tempo si ritrovano anche in lavori come Superspy di Matt Kindt. Anche, Kindt espone sin da subito la leggi della sua dissezione.

In Superspy ogni cellula narrativa è posta in un flusso che non segue la scansione cronologica lineare. L’ordine è arbitrariamente scelto dall’autore, che suggerisce anche una possibile lettura classica: il lettore è, quindi, chiamato attivamente a ricostruire il flusso della narrazione, dossier per dossier, secondo l’ordine numerico degli stessi. Si acquista, così, una linearità logica, ma si perde – probabilmente – il senso di smarrimento e lo sballottamento a cui si è sottoposti. A ciò non giova il continuo gioco mimetico di Kindt, che “scrive” ogni dossier con uno stile differente: contravvenendo alla logica, che, invece, li vorrebbe scritti nella stessa maniera. In entrambi i fumetti, pertanto, la percorribilità della tavole conserva una dimensione classica – anzi Ratigher sembra sperimentare più nei racconti brevi o nelle tavole di Cobra Sagra – è ri-dimensionata, invece, la gerarchia logica tra le cellule narrative. Ciò, pertanto, crea una sorta di dimensione anfibia in cui classicismo e innovazione convivono creando una sensazione che Freud definirebbe perturbante. La dose è poi rincarata dalla distorsione dello schema iniziatico:

1) la situazione iniziale presenta due ragazzi che appartengono di fatto al mondo adulto, ma in realtà la loro situazione è quella di un tarda-post-adolescenza incurante del mondo.

2) La complicazione è rappresentata dall’arrivo dell’amorevole Bimbo Fango, che mette alla prova quella stessa insana stabilità con la sua richiesta di partecipare ad un party da “ricchi”.

3) le peripezie vengano ambientate negli stessi ambienti delle precedenti graphic novel, cioè bosco e caverna, questa prossima quasi all’inferno con un Bimbo Fango che traghetta Giulio e Lavinia verso la loro inesorabile sorte4.

4) E’ questo l’elemento che viene scardinato: non vi è una chiusura del cerchio. Potremmo dire che non vi è affatto chiusura: vi è appunto come detto sopra un anticipo, un vademecum o un accenno del tema finale e tocca a noi completare l’ordito: assumerci il compito di sancire come l’iniziazione dei due ragazzi, pur strappandoli dalla loro boriosa tarda-adolescenza di ricchi rampolli dell’alta borghesia non li ha restituiti ad un mondo adulto, ma li ha gettati completamente nell’abisso della colpa, insieme al machiavellico Bimbo Fango. La “medesima” storia condotta con metodi diversi (attraverso una peculiare maniera di declinare la materia sia narrativa che segnica) permette ad un materiale apparentemente esausto di riattivarsi.

Come evidenziato, il tentativo di Neri è quello più debole sia a livello di costruzione narrativa (forse rimarcabile è solo il nesso che instaura nelle splash-page che inaugurano ogni capitolo tra la profanità vetero-americana di Buffalo Bill e il sacro/magico delle immagini della Vergine) che a livello di declinazione grafica, sebbene ambisca ad un suo linguaggio. Simeoni, invece, da sfogo al suo delirio narrativo e ai suoi giochi sull’ordito temporale, regalando un lavoro di buona fattura: certo il tratto e la ricerca grafica è arrenata, a mio avviso, e non regala grandi momenti. L’ultimo esempio, che corona, il trittico è il graphic novel di Ratigher, che invece pur non raccontando nulla di nuovo, ma anzi rimasticando pezzi di cultura horror-pop, restituisce invece un’opera potente, sia a livello di narrazione che a livello di struttura temporale e ricerca segnica.

***

Note

1 La vicenda è ambienta nelle vicinanze del Santuario di Boccadirio nei pressi di Bologna.

2 Basterebbe dare un’occhiata anche al precedente lavoro di Simeoni Gli occhi e il buio per vedere con quale facilità gioca con gli incastri temporali.

3 Nell’introduzione al lavoro Simeoni chiarisce che la sua Marmentino è una collazione di più comuni della zona; nello specifico Ville, Dosso e Ombriano, così come la Pocìa Negra è un nome dialettale inventato per indicare l’Oere de la Cruz, un crepaccio sito nei pressi dei Piani della Vaghezza di Marmentino.

4 Una nota particolare va alla figura del Filosofo Eremita, una specie di “aiutante magico” dell’eroe, e che crea un luogo di raccordo tra il bosco e la caverna: un luogo di pura invenzione. Ci sarebbe da scrivere pagine su questo strambo personaggio, sulle sue manie compilative e sul sua ossessione della rappresentazione. Ma, non ci addentriamo in faccende troppo “accademiche”.

About these ads

8 risposte a “Dissezioni narrative: a proposito di Ratigher, Simeoni e Neri.

  1. massimo galletti

    Simeoni non sono ancora riuscito a leggerlo, per gli altri due sono veramente non d’accordo (avendo amato Neri) ma mi rendo anche conto che bisognerebbe argomentare. In verità scrivo questo commento per dire che a mio parere l’elemento più forte e convincente del libro di Ratigher è una presa di posizione politica fortissima, direi “di classe”, pur se solo “espressa”, ma potentemente “espressa”. Il resto del suo lkibro mi pare invece più che altro piacevole, magari anche ottima, struttura, e sovrastruttura. Grazie comunque per i pensieri profondi.

  2. Soffermandosi su ogni singola opera si potrebbe approfondire il discorso sino a trattare ogni minima tematica – sino ai problemi che si agitano a livello carsico ed espressi in maniera non diretta – ma il contesto dell’analisi era quello del rapporto con un’archetipica forma di narrazione, per cui altri aspetti sono decaduti a favore della tesi principale. Il lavoro di Marino Neri può essere sviscerato a più livelli, così come quelli di Ratigher, ma non rientrava nelle intenzioni dell’articolo. Grazie per gli appunti sul “politico”, che sarebbero magari da approfondire in un secondo momento…

  3. ken_serratura

    io invece trovo encomiabile l’articolo. certo, forse troppi grecismi… (lo dico perchè vorrei iniziare allo studio del fumetto ragazzi di una certa età). molti articoli dal taglio “tecnico” in effetti li escludono. ora, come ai ragazzini, esiste anche un’utenza di adulti a cui piacerebbe inoltrarsi in un certo tipo di riflessioni, pur non avendo magari una dote “accademica”. il mio ‘desiderio’ è che, come il fumetto, anche le conversazioni sul fumetto siano ‘popolari’, inclusive. Saluti.

  4. La volontà non è quella di escludere nessuno: è però altrettanto indispensabile utilizzare un linguaggio utile a descrivere determinati meccanismi e certe strutture, senza scadere nel banale e nel triviale. Se popolare deve essere un sinonimo di superficiale o di intrattenimento, mi oppongo ad un abbassamento del linguaggio. Del resto, doti accademiche a parte (che sia ben chiaro il sottoscritto non ha, almeno in campo fumettistico) l’articolo era volutamente di approfondimento e quindi necessitava di “grecismi” (pochi a mio avviso). Le “mie” conversazioni vogliono essere anche stimolo e non solo chiacchiericcio.

  5. Ma guardi, dovrebbe forse già sapere che per un concetto si stimano almeno 16 forme per esprimerlo, senza che esso perdi forza o sconfini in qualche tropo. Quando studiavo giornalismo mi si chiedeva spesso come esercitazione di spiegare un convegno di medicina a dei ragazzini di V elementare!!! Trovo quasi offensivo allacciare il termine ‘popolare’ a ‘scadere nel banale e nel triviale’, come nel suo passaggio sopra.
    Fra l’altro, in tutta franchezza, e visto che mi pare voglia dire di non poter per nulla al mondo rinunciare ad un certo tipo di lessico, lei non mi sembra affatto un esperto di tecniche narrative o di semiotica! E anche per ciò che non rigurada la scienza della comunicazione, non mi sembra che lei possa avvalersi di diritto del titolo di esperto; qualche articolo fa commise infatti dei peccati di anacronismo! ragion per cui, anche in quel caso, lasciai un commento. E allora, qualche volta citi un manuale!!!

  6. Prossima volta cito un manuale in maniera da guadagnare le sue simpatie…Suo Anacronistico Tonio Troiani :) p.s. Buona Pasqua!!!

  7. Ben le sta Mr. Trojan!

  8. mi cospargo il capo di cenere, caro Giovanni…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...