Intervista ad Alex Toth

traduzione di Alberto Choukhadarian

Questa intervista al grande Alex Toth (qui tutti gli articoli che gli abbiamo dedicato) è estratto da Comics Book Artist #11.
Qui il link originale. Godetene. -AQ


Nel considerare gli autori più importanti e autorevoli tra quelli che hanno fatto la Storia del Fumetto di tutti i tempi, ogni appassionato della Nona Arte che si rispetti non può non inserire in uno dei posti in cima alla sua breve lista il nome di Alex Toth. Anzi, molti tra i cartoonist professionisti odierni non esiterebbero un istante a considerarlo semplicemente il migliore che ci sia mai stato. Pochi sono stati gli artisti del suo calibro in grado di studiare e meditare sul complesso linguaggio dei comics con l’intenso amore e la convinta passione del nostro intervistato, la stessa, immutata sino ad oggi, che lo ha caratterizzato nei suoi anni da fan, uno dei primi del medium, sin dalla fine degli anni Trenta, inizio dei Quaranta. Cba ha avuto il piacere e la fortuna di incontrarlo nella sua casa di Hollywood nel febbraio del 2000 e Alex stesso ha revisionato la trascrizione.

E’ giusto affermare che il tuo più grande desiderio è sempre stato quello di essere un disegnatore delle strisce sindacate per i quotidiani?

Sì, certo. Essendo figlio del mio tempo, allora la massima aspirazione era: ‘Dio, voglio essere Milton Caniff’. Ho scoperto Noel Sickles e il suo lavoro sulle strisce solo molto dopo il suo abbandono di Scorchy Smith (che realizzava per la AP Features), e l’ho ritrovato in quelle piccole pagine di ristampe di Famous Funnies, con strisce di cinque vignette e un formato molto ridotto.
Gli subentrò Bert Christman, che a sua volta lasciò la serie dopo circa un anno per una (breve) capatina alla National Periodical Publications (DC) dove fece “The Three Aces” e “The Sandman,” salvo lasciare anche quelli e diventare uno dei primi cento AVG Flying Tiger, ossia quei piloti che fronteggiarono i giapponesi in Cina e Birmania, e infine morire in azione – e tutto questo prima di Pearl Harbor, pensa!

Ma, sì, il mio sogno era quello di fare ciò che fecero Caniff, Raymond, Foster e inoltre diventare pure illustratore, perché mi piacevano tantissimo anche le cose che vedevo nel Saturday Evening Post e in Liberty, e tutte le altre patinate riviste settimanali e mensili.

E Collier’s

E Collier’s, certo.

Non rimpiangi di aver lavorato duramente in un settore diverso?

Sì e no…come chiosò Charles Schulz poco prima di morire: “Non volevo lasciare. Me l’hanno portata via”. Bé, è esattamente quello che è successo a me con le strisce (e anche con le illustrazioni per le riviste!).
Nel momento in cui io ero finalmente “pronto” la loro vena stava già esaurendosi, soffocate, schiacciate e ormai deformate dal precipitare degli eventi bellici; persino lo stesso concetto di eroe/eroina/avventura era stato compromesso, macchiato, sporcato indelebilmente dalla guerra.
Un tetro realismo aveva frantumato il numero incalcolabile dei sogni fantastici di noi ragazzi. La striscia aveva cambiato il linguaggio che le era stato proprio sino ad allora. Il Grande Cambiamento era per dimenticarla, non per ridarle lo spazio e il rispetto che si era conquistata e meritata.

Nonostante tutto fosti in grado di mantenere intatto tutto il tuo amore per quel genere e infondere la tua passione per la striscia nel lavoro che svolgesti per i comic-book.

Bé, fu una splendida palestra. E il più classico degli “allenamenti sul campo”, ecco cosa fu. Durante la seconda guerra mondiale, nello stesso momento in cui i cartoonist veterani venivano coscritti per essere mandati lontani da casa a combattere, si creò uno spazio riservato ad altri per disegnare quelle sciocchezze; quindi mi si presentò un’occasione imperdibile, specie stante il mio status di ragazzo quindicenne, ancora studente.
Per me, fu essenzialmente un impegno cui dedicarsi dopo le ore di scuola; molto meglio peraltro, che destreggiarsi maldestramente tra cumuli di bucato umido o di biancheria o qualsiasi altro lavoro di consegna che mi era capitato di fare. E poi c’era il formidabile aspetto della gratificazione dell’ego! Vedere il proprio nome stampato…mio Dio! Chi l’avrebbe mai pensato? P
oi, la vera gratificazione fu quella materiale, l’essere pagati. E inoltre, all’epoca, un artista delle strisce sindacate ricopriva una posizione di un certo prestigio, era circondato da un fascinoso alone di mistero.

Caniff era considerato alla stregua di un rinomato divo del cinema.

Era molto bravo ad autopromuoversi, sì. E anche il Chicago Tribune/New York News Syndicate fu di enorme aiuto. Contribuì a far vendere la striscia ad altri giornali.

Perché Sickles non ricevette la stessa considerazione secondo te?

Bé.. da quello che ho sentito, l’AP non trattò Sickles molto bene. Lo ingannarono e lui se ne rese conto solo quando si accorse quanti giornali… e quanto guadagno ‘Scorchy Smith’ fosse in grado di procurare, comparati ai suoi miseri 125 dollari a settimana (penso che quello fosse il massimo concessogli). Negli anni Trenta era un cifra niente male! Il punto è che la striscia giornaliera guadagnava 1500 dollari a settimana! E si stufò. Sarebbe potuto restare, se fosse stato trattato meglio, e questo è vero per un sacco di cartoonist ma anche di persone in genere, in tutti i campi dell’occupazione. Così ho perso quell’obiettivo e non l’ho raggiunto, fatta eccezione per i lavori da “ghost” o quelli svolti come assistente — ‘Warren Tufts’ ad esempio, per pochi mesi e poi una breve incursione in ‘Roy Rogers’, sostituendo Mike Arens quando non era in salute.

Un striscia di “Roy Rogers”, disengata come “ghost” da Toth

Oggigiorno i giovani autori guardano Caniff e Sickles però non li capiscono, non li comprendono. Pensano siano sorpassati! Come o cosa si potrebbe fare per insegnargli ad apprezzare i veri Maestri?

Sai, probabilmente non li apprezzerebbero comunque, non prima di altri 10 anni di vita e attenta osservazione, lasciando sedimentare le cose. Perché le loro teste e i loro occhi sono pieni degli artisti oggi più in voga nel campo dei comic book. Non riescono ad andare oltre l’ammirazione per Jack Kirby o Neal Adams o chiunque altro sia stato di moda 30, 20 o 10 anni orsono. Questo è il massimo che si concedono: andare ‘indietro’ nel tempo sino a fare indigestione di Kirby/Adams!

E Miller.

Alex: E Miller, ovvio… ma insomma, quella è tutta un’altra storia. Però
Caniff, Sickles e tutti gli altri autori delle strisce sindacate sono di gran lunga superiori se rapportati allo storytelling, al disegno, ai personaggi dei tradizionali comic book. Ed è un vero peccato che se apprezzi particolarmente il cioccolato tu non sia in grado di gustarti anche la vaniglia, perché non ti riesce di andare oltre le cose che sono di moda in una determinato fase storica. E’ una sorta di vicolo cieco in cui si infilano i giovani appassionati riguardo i loro artisti preferiti o qualsiasi altra mania li faccia impazzire al momento.
Una specie di visione ristretta e limitata che fatico molto a capire. Non riescono proprio ad allargare i loro orizzonti e lo spettro delle loro preferenze! “Non confondermi con i fatti, lasciami semplicemente fare le mie cose, a me piace questo tipo di disegno e solamente questo.” Quando saranno più anziani e maturi, se saranno abbastanza fortunati, cominceranno ad apprezzare un secolo intero di arte profusa sulle strisce giornaliere, pagine domenicali e quotidiane; ad ammirare o essere intrattenuti o anche solo leggere… le strip più divertenti e quelle tradizionali di avventura!

E l’arte in generale, e la fotografia.

Sì, certo! Come no!

Noel Sickles, particolare che evidenzia l’inclinazione per l’impressionismo

Sickles e Caniff sono spesso accomunati. Puoi stilare le reciproche caratteristiche e le differenze tra loro?

Il più giovane, Noel Sickles, fu il maestro del più vecchio, Milt Caniff. Illustratore/”reporter” è una definizione che rende abbastanza l’idea di quello che fu Sickles. Non gli piaceva esagerare. Non amava usare un segno deformante, caricaturale. Gli piaceva giocare secondo le regole. Era un illustratore. Punto!
Disegnava magnificamente, aveva un occhio straordinario per la prospettiva, quella aerea e in generale. E’ incredibile quello che fece con le figure umane, l’illuminazione e lo storytelling ad esempio, per non parlare delle tecniche prettamente cinematografiche che riuscì ad inserire nella sua striscia!
La fotografia in bianco e nero, che campeggiava nel 95% delle pellicole cinematografiche dell’epoca, non dobbiamo dimenticarlo, lo esaltava al punto da spingerlo ad inserirla nel suo lavoro quotidiano su ‘Scorchy Smith’, grazie all’uso di una tonalità di grigio perfettamente inserita nel suo splendido disegno in bianco e nero, per indicare i volumi, gli effetti delle fonti di luce nelle ambientazioni più disparate, dalle scene invernali con la neve a quelle immerse nel più fitto buio notturno…cose memorabili, insomma. Era geniale!

Caniff invece, era più prettamente fumettista, in grado di realizzare cose fantastiche (sebbene le stesse caratteristiche le avesse anche Sickles, intendiamoci; entrambi apprezzavano molto Roy Crane sin dall’inizio delle loro carriere e ammiravano molto quello che riusciva a fare con l’uso di semplici linee. Ma non disdegnavano neppure quel meraviglioso caricaturista e virtuoso del fantasy che fu T.S. Sullivant).
Quello che entusiasmava Sickles piaceva almeno altrettanto a Caniff, ad esempio il lavoro di certi artisti, cartoonist, pittori: dato che Sickles adorava gli impressionisti ecco quindi le preferenze per Monet, Sisley, David Low, un caricaturista politico che aveva un segno sontuoso e usava contrapporre un tratteggio elegantissimo a dei neri molto pieni, primeggiando inoltre nella messa in scena e nella capacità di far recitare i suoi personaggi.
Le sue vignette politiche erano opere d’arte fatte e finite, c’è poco da aggiungere, insomma!

Una vignetta di David Low

Sickles poi, era fortemente influenzato dalle deformazioni concepite dal grande Sullivant: sia quelle realistiche che quelle di deriva più fantastica, contemporaneamente. E aggiungiamoci pure le invenzioni dell’artista-caricaturista-illustratore del settimanale satirico tedesco Simplicissimus, Olaf Gulbransson, norvegese di origine, celebre soprattutto per i suoi Thony e Blix. Era in grado di assorbire e rielaborare tutto, insomma.

Alcune di queste contaminazioni lambirono anche il lavoro di Caniff, quasi una sorta di eco delle influenze già rimasticate da Sickles. Ma Caniff, a differenza del suo collega, era ben conscio dell’importanza dell’auto-promozione e di quanto sarebbe stata cruciale per una striscia della forza di ‘Terry and the Pirates’! Non oso immaginare cosa avrebbe potuto fare per promuovere ‘Dickie Dare’ per l’AP Features, notoriamente non troppo generosa con gli stanziamenti per il suo stesso materiale promozionale?! Fu invece certamente aiutato dalle pingui casse del Chicago Tribune/New York News Syndicate, quando gli portò Terry, e loro riuscirono a trarne il meglio. Possiedo degli estratti dal Mini-Cam Photography, una rivistina che usciva durante la seconda guerra mondiale, stipati di foto che ritraggono Milt in Chinatown, New York, con le sue modelle per i ruoli della Dragon Lady, di Burma e Pat Ryan. Scattava lui stesso le foto con la sua macchina Rollie twin-lens reflex, nell’appartamento che possedeva in High Torridge a New City, New York. C’era pure stato un numero di una nota rivista di moda a grandissima diffusione, ora non ricordo se fosse Vogue o Harper’s Bazaar. Qualche stilista aveva usato i disegni di Caniff che ritraevano le protagoniste delle sue strisce in abito da sera e ne aveva fatto gonne per modelle che sembravano uscite dritte dritte dalle pagine a fumetti dei quotidiani! Milt le ritraeva con un’abilità incredibile e quelle modelle in gonna…che donne! Un piacere e un divertimento enormi! Una qualità straordinaria nelle riproduzioni e un totale rispetto della reale bellezza muliebre!

Caniff, lungo tutto il corso della sua carriera, fu molto attento e abile nell’auto-promozione, con l’aiuto e l’assistenza del sindacato alle sue spalle, certo. Sickles invece aveva altro di cui occuparsi, dopo la sua esperienza con la AP (con una striscia che sono certo si divertisse molto a realizzare), si spostò nel campo della grafica pubblicitaria…tutto questo comportò la creazione di cose come le pagine di réclame domenicali di ‘Mr. Coffee Nerves’ insieme a Caniff, usando il loro ‘nom de plume’ combinato “Paul Arthur” (nient’altro che i loro rispettivi secondi nomi) e altri lavori pubblicitari per conto suo – usando originali mezzitoni, linee e colori. Finì anche per fare qualche lavoro da ‘ghost’ per Caniff su ‘Terry e i pirati’, visto che la flebite di Milt gli causava non pochi problemi, forse a causa della malaria contratta nei suoi giorni in Florida. Sickles era molto disponibile, grazie a Dio, a intervenire quando era necessario. Caniff aveva comunque anche altre persone che potevano fungere da assistenti quando era il caso: Alfred Andriola, Charles Raab, Ray Bailey nel suo studio presso casa…e altresì Frank Engli, magistrale letterista e colorista delle pagine domenicali. Tutto questo, ovviamente, solo nei casi in cui Milt non riusciva a fare tutto da sé! C’era anche una segretaria di cui ora ho dimenticato il nome…In ogni caso, voglio dire, era sistemato molto bene e organizzato nello studio presso la sua abitazione.

Una striscia di “Mr. Coffee Nerves”, collaborazione fra Sickles e Caniff

Dei due però, il lavoro di Sickles era quello che ti coinvolgeva maggiormente, vero?

Sì, è vero. Ho sempre ribattezzato il suo lavoro “reportáge” perché aveva un modo realista di presentare le cose, che a me risultava come un atteggiamento totalmente onesto. Molto raramente ricorreva a trucchetti, e se lo faceva – e magari io me ne accorgevo – non gli riuscivano. E se qualcosa non gli riusciva il suo insuccesso era palese. Risultava sin troppo evidente sia che avesse deciso di tirar via il disegno o semplicemente sbagliato qualche impostazione.

Ma la sua produzione media e velocità di realizzazione erano più che buone.

Senza alcun dubbio. Eccellenti.

Noel Sickles, tre strisce da Scorchy Smith

Nel tuo segno, specialmente nei fumetti del genere ‘romance’, s’intravede chiaramente la tua passione per gli illustratori dell’epoca. Mi riferisco ad artisti quali Al Parker, Whitmore, John Whitcomb…cosa ti entusiasmava in particolare del loro lavoro?

Dobbiamo premettere, innanzitutto, che le serie ‘romance’ erano molto particolari. Avevano a che fare con le emozioni in maniera molto diversa rispetto all’avventura dura e pura. E un sacco di cose rimanevano a sonnecchiare sotto la placida superficie sino a quando, ad un secondo sguardo più attento…una frase di un dialogo poteva ben recitare “questo”, ma l’espressione catturata sul volto dal disegnatore di turno voleva invece dire “quello”. Forse solo la macchina da presa/noi/il punto di vista del lettore poteva rivelare la verità. Un tipico esempio: quando lei diceva “Ti amo anch’io, George.” Magari però, il suo volto, i suoi occhi, nello stesso istante, stavano comunicandoci qualcosa di completamente diverso! Il paradosso è che il lettore lo sapeva, mentre “George” invece no! Non poteva vederlo!

Quindi c’erano tutte queste sfumature sottili nei dialoghi, nell’azione, nelle reazioni, nell’interpretazione dei protagonisti, approfondimenti delle rispettive personalità dei vari caratteri, un’apparente probità, persone che si prendevano e lasciavano convulsamente…tutto improvvisamente molto maturo, quasi a fare da contraltare all’avventura di cui sopra… Un gioco nuovo e completamente diverso, insomma, che mi insegnò delle nuove regole e mi costrinse a prestare una maniacale attenzione, a guardare, ascoltare e sentire, sforzandomi di capire. Fui molto fortunato a ottenere dei magnifici soggetti e delle altrettanto belle sceneggiature.

Il migliore autore di testi per i fumetti ‘romance’ fu il geniale Kim Aamodt, davvero davvero bravo! Nel mio piccolo cercavo soluzioni nuove per infondere una più viva partecipazione interpretativa alle scene di dialogo, ai complici compromessi tra giovani amanti, o tra una piacente ragazza e il suo lussurioso datore di lavoro e cercare di non ridurre il tutto a banali teste parlanti. Sebbene infine, la gran parte dei miei sforzi artistici si traducessero poi in semplici e consuetissime inquadrature ravvicinate, dei cinematografici primi piani. Ma adoravo la libertà che mi era concessa nelle caratterizzazioni ed esageravo ogni volta che potevo! Non con la sottigliezza e la lievità che avrei potuto usare, pur tuttavia.

Toth, particolare da “Young Love” #74 (May/June 1969)

Bé, i primi piani del cinema erano qualcosa di diverso, però. Un primo piano era usato per ottenere una risposta reattiva immediata, per suscitare un impatto emotivo forte.

Un po’ come dei giganteschi punti esclamativi, sì. Sono cresciuto con i radiodrammi, le commedie e il cinema, con i suoni, i colori, i personaggi. I film, un appuntamento fisso settimanale, sommati all’ascolto delle trasmissioni radiofoniche e alla lettura, hanno formato le mie personalissime “immagini” dell’aspetto che dovevano avere i miei personaggi. Le descrizioni delle scene realizzate dai nostri scrittori erano molto sintetiche, un particolare che per la verità gradivo molto, e talvolta perfino troppo brevi, in casi nei quali forse avrei preferito una più decisa spinta nella giusta direzione.
I drammi sentimentali, e non più quelli incentrati sulla sola azione fisica, erano improvvisamente assurti al centro della scena, e io volevo fare tutto quanto era nelle mie capacità per renderli al meglio. E inoltre, mi divertivo molto a fare dei disegni eleganti, con ampi riferimenti alla moda, a concepire e realizzare uomini e donne vestiti benissimo.
Ispirato da Parker, Whitcomb, dalle più recenti riviste di moda, dallo studio intensivo dell’ultima novità per vestire nel modo più raffinato possibile uomini e donne; fu molto divertente! E inoltre Hollywood, con le sue maestose pellicole, fu un grande strumento per indirizzare il gusto del momento!
Le grandi stelle cinematografiche vestivano splendidamente in tutte quelle brillanti commedie romantiche o nei film drammatici degli anni ’30, ’40, e ’50, prima che tutto diventasse tristemente aspro. C’era un sacco di soddisfazione in più nel raccontare una storia, senza pagine di azione fisica cui appoggiarsi, cercando di renderla più dinamica possibile e nello stesso tempo accentuare l’interesse, solleticandolo, del nostro pubblico di lettrici femminili. Usando stratagemmi drammatici, primi piani, atteggiamenti e posizioni, espressioni (del viso e del corpo) per dare più vigore alla narrazione, senza strafare, però. Fu un periodo molto divertente. E una grande fonte di istruzione, come ricominciare da capo. Puoi arrivare a un certo punto pensando di saperne abbastanza, ma non è vero.

Bisogna aprirsi e lasciarsi plasmare dalle novità, dalla voglia di ricerca e sperimentazione.

Infantino inchiostrato da Toth, particolare da “Circus of the Bizarre”, Creepy #125 (1981).

E imparare migliorandosi via via che si fanno le cose.

Sì. Per essere aperti e ricettivi è indispensabile ammettere che non si sanno un sacco di cose ma, ahimè, in pochi sono disposti a farlo. Bisogna ricominciare daccapo ogni volta. Ancora e ancora! Se non mi piacevano un soggetto o una sceneggiatura, non potevo semplicemente rispedirli indietro al mio supervisore/editor. Ero perfino in grado di fare un lavoro “tirato via”, pur che “uscisse,” e io potessi così non vederlo mai più! Ma se davvero ero motivato a fare del mio meglio, a non ripetermi, a non ricadare nelle comode scorciatoie, soprattutto perché il soggetto meritava uno sforzo superiore alla media, allora potevo anche rendere al 110%. Attraverso più cancellature che disegni!

E allora perché i tuoi originali sono così puliti? Non c’è traccia di bianchetto né tantomeno di pesanti cancellature.

Venne un momento in cui dovetti disimparare molte cose.

Parlavi di silhouette [off-tape].

Va premesso innanzitutto che si tratta dell’immagine grafica più potente di sempre. Positivo, negativo! I due poli contrapposti.

La semplificazione definitiva.

Esattamente! Prova a immaginarne il valore durante la seconda guerra mondiale. Avevamo queste immagini stampate ovunque: foto tridimensionali di aerei tedeschi e giapponesi; modellini neri in bachelite degli stessi velivoli. Pubblicazioni militari come ‘U.S. Army Air Corps’, ‘Navy’, ‘Marine Corps’ che arrivavano facilmente nelle mani del grande pubblico e quindi tutti sapevamo come erano fatti i bombardieri tedeschi Dornier Bombers, o uno Junkers, o un Messerschmitt-109, o uno Spitfire, o uno Hurricane….

Bastava osservarne il profilo.

Sì. Non ti serviva altro.

Capita lo stesso con i personaggi dei fumetti. Ognuno ne ha uno diverso…dovresti essere in grado di distinguere Superman da Capitan Marvel con uno sguardo rapido alla sua silhouette.

E’ la bellezza intrinseca di questa soluzione. E’ un fatto che i personaggi comici si prestano meglio di quelli avventurosi, con la possibile eccezione di Batman che può essere usato in così tante pose drammatiche quante ne abbiamo viste al cinema o in tv, nelle illustrazioni o nei fumetti. Molto efficace, sempre se si sa dove e quando utilizzarla. Per dare profondità a una vignetta, usare un nero pieno come colore naturale (non modificato dalla luce), aggiungere un’ombra, stabilire livelli differenti di profondità dal primo piano fino agli sfondi in campo lungo. Per creare effetti misteriosi, nascondere qualcosa agli occhi del lettore, o rivelarla. E’ uno strumento grafico potentissimo.

Alex Toth, da una storia di “Batman”

Un altro strumento altrettanto forte è il colore, ma tu non hai mai colorato direttamente i tuoi lavori. Come mai?

Allora non funzionava così. Innanzitutto, vivevo a 3,000 miglia da New York, dove succedevano le cose importanti. E spedivo le mie tavole avanti e indietro con le indicazioni di colore lungo i margini della pagina. Quindi, certo, anche il colore era importante. E avrei voluto dare anche il mio parere, scrivendo le indicazioni, che, venni a sapere in seguito, in realtà non leggeva nessuno, visto che rimanevano tagliate fuori dagli incisori nelle fasi che precedevano la stampa. I coloristi non riuscivano nemmeno a vederle. Io avrei voluto colorare, a dispetto del fatto che mi avevano detto che ero daltonico…insensibile al colore.

Sei daltonico? Davvero?

A leggere sfumature di blu, grigio e verde.

Un sacco di illustratori e fumettisti lo sono.

Sì, lo sapevo.

Mort Drucker, John Byrne, Chaykin.

Quelli che lavorano sempre con il colore e confessano di essere daltonici sono una rarità.

Un font basato sul lettering di Toth 

Quando hai iniziato a fare tu stesso il lettering delle tue storie? E perché? Volevi avere tutto sotto controllo?

Quando ero andato a trovare il caro vecchio Shelly Mayer, un migliaio di anni fa circa, al 225 di Lafayette Street, preso la Gaines Publishing [All-American Comics], mi disse: “Ragazzo, impara a fare tutto, compreso il lettering. Più cose sai fare nel tuo lavoro, meno devi dipendere dagli altri. E il risultato finale non può che essere migliore.”

Incluso scrivere, quindi?

Non lo specificò, accidenti, e come vorrei lo avesse fatto! Sono arrivato alla scrittura molto in ritardo! E non mi azzardo davvero a considerare quello che ho fatto come “scrittura.” Non avrei mai potuto scrivere “su richiesta,” in maniera continuativa! Altrimenti lo avrei fatto ora, qui seduto comodamente, ormai fuori dal grande giro, perché in realtà il problema è che non riuscivo a scrivere storie che mi soddisfacessero completamente! Ho imparato man mano, facendo le mie storielle da una o due tavole, qui e là.

Bé, avevi scritto qualcuna delle tue storie per la Warren, mi pare.

Quello fu più avanti.

Qualcuno pensa che i fumetti migliori sono quelli scritti e illustrati dalla stessa persona. Sei d’accordo?

Totalmente.

Davvero?

Alex: Sì. Credo abbia a che fare con la possibilità di avere una sorta di controllo totale, una visione di insieme…l’ultima parola su tutto, anche se può sembrare un atteggiamento altezzoso e presuntuoso al tempo stesso; in fondo stiamo solo parlando di fumetti. Charles Schulz si sedeva lì, non ne faceva un affare di stato, ma realizzava tutto quanto da sé. Senza bisogno di assistenti, aiutanti o qualcuno che gli inventasse le battute; il suo lavoro era così personale, così chiaro e netto, era lui e solo lui. L’aspetto grafico era l’ultima cosa importante, per certi versi, perché quello che era davvero fondamentale era la costruzione continua e incessante del suo piccolo riconoscibilissimo mondo e il segno era volutamente minimale, semplice, al limite anche convenzionale e prevedibile se vuoi, ma Sparky era sempre in grado di sorprenderci con qualche trovata inaspettata. E continuava a ideare personaggi uno più delizioso dell’altro, semplicemente formidabili! Ed era anche un grandissimo letterista, glielo si riconosce troppo poco, ahimè, ma era in grado di letterare davvero bene. Uno stile carino, pulito, molto leggibile, brillante e perfettamente aderente al resto della grafica d’insieme. Che poi è quello che conta!

Toth, particolare dell’utilizzo del close-up, da “Buried Treasuere” #2, 1986

Diresti che una vita da artista è una vita solitaria?

Richiede certamente una certa dose di egoismo, un orientamento autonomo dei propri interessi – sempre se si è sufficientemente seri in quello che si sta realizzando! Alcuni ragazzi nel settore non l’hanno mai preso troppo sul serio. Potevano…al suono della campanella delle cinque abbandonare di corsa la fabbrica. Questo è più o meno quanto gli importava: un modo come un altro per fare qualche soldo. Io non ho mai ragionato così. L’ho sempre pensata diversamente.

E ancora mi viene in mente Charlie Schulz. Intervistarono sua moglie che disse: “Già lo so, non importa dove andiamo, se siamo in Europa, se stiamo guidando verso l’Arizona, o a fare spese, o questa o quell’altra cosa. So esattamente dov’è focalizzata la sua mente. Sta sempre lavorando, è ancora là al tavolo da disegno e ancora sta scrivendo quella scenetta o disegnando quella vignetta.” Questo lavoro è un’amante molto egoista ed esigente.

Tutto questo ha avuto un impatto negativo sulla tua vita?

Sì, certo. Man mano che mi ci dedicavo più seriamente vedevo sempre più allontanarsi mia moglie, il mio matrimonio, i miei figli, la mia famiglia, gli eventi sociali. Sì, in quelle cose non ho avuto buoni risultati.

Non sei un grande estimatore dei fumetti dipinti.

No.

E credo di sapere perché, quindi forse non c’è neanche bisogno di approfondire la questione.

Sicuro di conoscerne la ragione?

Bé, penso perché non si tratta di fumetto, ma di illustrazione.

No! Sbagliato! Sbagliatissimo! Potrebbero essere fumetti se quelli che sanno dipingere sapessero anche raccontare una storia! Chi sa cosa sia il ritmo, l’andatura, il passo narrativo….e non chi infila semplicemente una serie di belle immagini una pagina sull’altra per poi chiamarla storia e fingere che quelle immagini abbiano una continuità! Non ce l’hanno!

Cosa ne pensi di Harvey Kurtzman?

Geniale! Un “solista” che, per qualche ragione, necessitava una troupe al seguito, devota e prostrata tutt’attorno a lui. Sarebbe stato meglio l’avessero lasciato solo. Avrebbe dovuto fare una striscia giornaliera almeno 1000 anni orsono. Non appena il suo ciclo su ‘Mad’ terminò avrebbe dovuto gettarsi subito su una strip quotidiana, invece di passare quegli anni insensati con Hefner, Trump e Humbug, facendo tutta quell’altra roba che non funzionò comunque. Meritava di essere un cartoonist di grande successo, autore in proprio di una striscia umoristica – facendo quello che gli pareva, ma da solo! Senza dover avere a che fare con “comitati di pensiero”, parlando e riparlando e imponendo la sua visione su chiunque altro. Fare tutto da solo. Glielo dissi pure quando ci incrociammo a Las Vegas, poteva essere il ’70 o il ’71. Eravamo alloggiati presso l’Università di Nevada Las Vegas come ospiti del personale direttivo. Non ci parlavamo da quel piccolo incidente del 1952, a causa di quel lavoro intitolato “Sabrejet“, e tutto perché avevo osato cambiare una o due vignette! Gli dissi allora: “Harv, non sarò comandato a bacchetta da te o da chiunque altro! Ti ho sempre rispettato, ho attraversata tutta la “Dying City” fianco a fianco a te, sono salito sul “Thunder-Jet” con te, ho scalato i reattori degli aerei della linea di produzione della Republic, ho fatto tutti gli schizzi preparatori necessari, preso i miei bravi appunti, sono stato un bravo ragazzo, per 28 dollari a tavola (prendendone nel frattempo 40 alla DC). Ho fatto tutto per la profonda stima e l’affetto che provo per te, e per il soggetto  in questione. Ma non posso guadagnarmi da vivere o fare progressi nella mia carriera lavorando esclusivamente sui tuoi schizzi e layouts, rimanendone intrappolato, senza possibilità di pensare, fare le mie scelte, cambiare qualcosa qui e là”. Perché tutto era già letterato, con i margini già inchiostrati, prima che ti arrivassero le pagine. Era già tutto pronto a parte il disegno.” Pensa solo a fare le matite e segui le indicazioni.” Segui la strada con i mattoncini gialli!

Toth, una vignetta dalla storia “Thunder-Jet”

Pensi mai che abbia sprecato una gran parte della sua carriera artistica su “Little Annie Fanny”?

La odiavo! Ecco, hai questa rivista patinatissima di grande formato, piena zeppa di magnifiche donne nude… donne dalle forme belle piene, paffute, dal seno prorompente, con magnifici fondoschiena e cosce… a cosa mai ti può servire “Little Annie Fanny”? Secondo me era del tutto superfluo, chi ne aveva bisogno?! Non l’ho mai capito. E diventò anche un problema di produzione molto complesso. Ti dicevo a proposito dei vari strati di velina sovrapposti, ciascuno con il proprio codice colore, mentre attraversavano il complesso “processo di editing” di Hugh Hefner con i suoi ‘cambia questo, cambia quello’… Dio Onnipotente! Fossi stato io avrei strappato tutto e glielo avrei gettato in faccia dicendogli di andarsene al diavolo! O lo fai tu o lo faccio io, non possiamo farlo tutti e due! Ma quello è esattamente ciò che Harvey sopportava, in tutti gli anni in cui è stato al suo servizio. Pagava molto bene, è vero, ma Harv doveva comunque spendere a sua volta per pagare Frazetta, Elder… Dio, chiunque lo aiutava a fare quella dannata roba. Tantissima gente.

“Little Annie Fanny”

Sei invece un grandissimo fan di Frank Robbins.

Ho commentato il lavoro di Frank nel libro che Manuel Auad mi ha dedicato come pure sulla stessa Comic Book Artist, dicendo che secondo me era la persona sbagliata per fare “The Shadow” e “Batman”. Ho amato tantissimo invece il suo minimalistico ‘Scorchy Smith’. Si formò in tempi brevissimi su quella striscia. Cominciò senza saperne nulla di tecnica quando subentrò, ma si applicò molto, studiando tutto e tutti – Sickles, che lo precedette, poi Bert Christman, quindi Robert Storm per un brevissimo periodo e infine, BANG! arrivò Frank, che si fermò sino al ’43, ’44, salvo lasciare per cominciare a fare il suo ‘Johnny Hazard’ per la King Features.

Ti piaceva ‘Johnny Hazard’?

Preferivo Scorchy.

Frank Robbins, tavola domenicale di “Johnny Hazard”

Perché?

Perché si inasprì molto, tutto tirato a lucido, su Hazard… mentre invece era sciolto, veloce e libero su Scorchy, ed essenziale soprattutto. Divenne troppo splendente, sfavillante, sembrava volesse strafare per fare felici quelli della King, come se dovesse preoccuparsi di mantenere il suo posto. Non era necessario! Non avrebbe dovuto farlo. Fu solo qualche anno dopo, che ricominciò a rilassarsi un po’, seppure solo nelle pagine domenicali. Quelle quotidiane rimasero troppo “tese.” Ma il suo ultimo biennio su ‘Scorchy Smith’ fu strepitoso. Mi piacerebbe averne una collezione, di quegli episodi. C’è una sequenza memorabile ambientata in Russia tra quelle che fece negli ultimi anni, con le truppe russe e naziste che marciano nella notte, sci ai piedi, e si scontrano con violenza sotto la neve in un vigorosissimo bianco e nero. Fece un lavoro strepitoso, disegni magnifici e semplici, fortemente evocativi, e una ricerca creativa anche sull’aspetto compositivo, con la striscia a quattro vignette già all’epoca, davvero grande! Avevo dei ritagli di quella sequenza e sono andati perduti nei miei traslochi, viaggiando da una costa all’altra avanti e indietro e non sono mai riuscito a trovare una fonte adeguata per documentarmi e rimpossessarmene. Che splendido lavoro fece! Frank Robbins al suo meglio. Magnifico. Ecco perché non aveva bisogno di quegli sfavillanti trucchetti e di quei vezzi convenzionali che adoperò su Hazard.

Frank Robbins su “Scorchy Smith”

Ti tieni sempre aggiornato sul mondo dell’animazione?

Ci provo.

Cosa hai visto di recente che ti è piaciuto? ‘Iron Giant’?

‘Iron Giant’ era meraviglioso, e Rubén Procopio mi ha spedito una copia di ‘Mulan’, che non mi aspettavo mi piacesse, e invece ci ho trovato un sacco di parti fatte molto bene. E poi ho ricevuto una copia di ‘Pinocchio’, che non vedevo da un sacco di tempo. Mi è piaciuto come pure ‘La carica dei 101′ che ho sempre adorato.

Wallace and Grommit?

Bé, quello è un’altra cosa ancora, completamente differente. Mele e angurie. Meraviglioso, quello… (Nick Park) ne ha fatti tre con quei personaggi ma il secondo – “The Wrong Trousers” (‘I panataloni sbagliati’ 1993) – era la perfezione assoluta! Ogni singolo fotogramma portava avanti la narrazione!

Hai sperimentato un sacco all’epoca dei fumetti per la Warren comics. Secondo te perché fu un periodo così fertile da quel punto di vista?

Mi piaceva che mi chiedessero di fare fumetti in bianco e nero dove fossero comunque accettate anche varie soluzioni per le diverse sfumature, che fossero realizzate a pennello o con i retini. Non mi piacevano invece gli aspetti horror delle storie né tantomeno i vampiri.

Toth, da “The Hacker’s Last Stand”, Warren Comics

Warren ha fama di essere un bel tipetto….

Non so perché si dica questo, con me è sempre stato gentile. Ricordo di avere fatto incontrare Jim Warren anche alla mia defunta moglie, un’ottima giudice delle persone, tra l’altro – ovviamente con me sbagliò tutto – in una occasione, all’Hernando’s Hideaway al Beverly-Wilshire Hotel, dove sedemmo, bevemmo, parlammo e chiaccherammo amabilmente tutta la notte a un piccolo tavolino, e lei lo apprezzò tantissimo, ridacchiando lungo tutto il corso della serata. Era splendida quando ridacchiava! Se la sentivi ridere attraverso la stanza, veniva voglia di ridere anche a te! Insomma, lei lo adorava e quello, per me, fu come un definitivo sigillo di approvazione ufficiale. Non ci siamo mai scontrati con Warren, avendo soprattutto a che fare l’uno con l’altro tramite telefonate e lettere, da una costa all’altra. E’ sempre stato cortese e corretto. Non penso nemmeno di avere ricevuto un trattamento particolare, e tieni conto che io ero uno straniero, il ragazzetto di una sperdutissima misconosciuta provincia della California! Sicuramente non potevo fare del male a nessuno e non ero coinvolto in nessuna delle lotte politiche interne come forse altri, quindi…fu solo divertente!

Toth, una pagina dalla storia “The Reaper”

Sei un lettore vorace. Soprattutto di biografie, vero? Niente fiction o quasi?

Essenzialmente, sì. Da ragazzo leggevo un sacco di fantascienza, fumetti e pulp magazine, ma crescendo mi appassionai sempre più alle narrazioni realistiche…ero solito bazzicare con frequenza la biblioteca pubblica. Biografie e autobiografie sono affascinanti – sapere come sono andate davvero le cose, eventi realmente accaduti, temi e interpretazioni differenti degli stessi da persone a conoscenza dei fatti e che scrivono libri differenti a seconda della loro visione. Mi piace leggere e studiare discipline diverse riguardanti le arti, la scrittura; qualsiasi genere di scrittura: romanzi, racconti, fumetti, soggetti per il cinema, la tv, l’animazione. Mi piace leggere quello che gli scrittori pensano riguardo lo scrivere. Sono stato abbonato al Writer’s Digest per tantissimi anni, mi piaceva quella rivista e tutti i piccoli suggerimenti che gli scrittori famosi davano sul mestiere. Anche se devo confessare di non ricordarne nessuno e di non essere nemmeno troppo sicuro che mi abbiano fatto del bene. Eppure adoravo la rivista e tutte le indicazioni! Le apprezzavo eccome ma non sono mai riuscito a metterle in pratica! Dovevo assolutamente fare di testa mia, improvvisare! Il mio risoluto, cocciuto, metodo ungherese! Non c’era una formula segreta. Adoravo peraltro tutti quegli ingegnosi trucchetti che suggerivano, ma io non potevo usarli! E poi, molto più avanti negli anni, perfino lo stesso Neil Simon, confessò di sedersi sovente davanti ad una pagina bianca, senza sapere che direzione prendere, senza idee, senza aver programmato nulla in anticipo, senza una prima o una seconda stesura o nient’altro. Semplicemente seduto iniziava a scrivere, qualsiasi cosa gli passasse per la mente. Fino a quando scattava qualche misterioso meccanismo che gli permetteva di accelerare il processo e farlo progredire, quasi non fermandosi più, rendendo tutto naturale. Era come se “sentisse” il dialogo e lo scrivesse di getto, rimbalzando da un argomento all’altro. Quindi, scriveva senza uno schema ed è esattamente quanto Milt Caniff diceva di Noel Sickles nel periodo in cui realizzava ‘Scorchy Smith’. Lo realizzava man mano che andava avanti, giorno per giorno, e in caso di critiche o appunti la sua difesa era: “Bé, se non so nemmeno io cosa succederà domani come accidenti potrà saperlo il lettore? Così sarà più divertente per tutti e due”. Caniff invece diceva: “Sai, c’è una cosa che si chiama costruzione di un dramma in tre atti, ed è così che si fa,” e radicava questo concetto nella testa di Sickles, ma in fondo, Caniff sistemava i soggetti e le sceneggiature di Sickles.

E’ così che hai scritto ‘Jesse Bravo‘, direi, era davvero una lettura scorrevole. Non avevi strutturato nulla in anticipo.

Avevo scritto in precedenza qualche pezzo di Bravo. Ma non avevo ancora ben chiara “l’immagine d’insieme”, fino a quando poi mi misi seriamente a scrivere, nel ’75 mi sembra, per realizzare quell’episodio iniziale di 12 pagine, e in qualche modo, tutto cominciò a funzionare. Ma, come detto, era un momentaccio, con mia moglie che entrava e usciva dall’ospedale, con tre operazioni di emergenza nello stesso anno. Fu terribile. Ogni mattina passavo quasi metà della mia giornata all’ospedale. Di conseguenza cercavo di trovare il tempo per scrivere e disegnare sottraendolo al sonno o al tempo dedicato ad altro. Cominciai a rileggere quello che avevo fatto dalla prima pagina e da lì in avanti… Se mi pareva che il lavoro del giorno prima fosse pessimo, strappavo tutto e ricominciavo da quel punto. Andò avanti in questo modo, sino all’estenuante conclusione, a suon di 12 pagine per volta sino all’agognato termine.

Alex Toth, anni ’50

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14 risposte a “Intervista ad Alex Toth

  1. Quest’intervista è puro vangelo per quanti operano nel campo dei fumetti. Grazie!

  2. vi chiedo aiuto: dove sono state pubblicate storie in italiano di Frank Robbins? Io ho tre albetti di Johnny Hazzard (gli assi dell’avventura) e vorrei spassarmela con tante altre pagine. Grazie a Conversazioni per queste primizie.

  3. Di Robbins in Italiano ricordo “Gli Invasori”, un superTeam-up contro i Nazisti pubblicato dalla Corno.
    Non saprei indicarti la testata, però.

  4. @ratigher dai un occhio qua: http://www.comicartclub.com/catal/colre/hazre.htm

    credo che poi dovrai cercare su ebay.

  5. gentilissimi! Riguardo gli Invasori ho letto certe discussioni sul Robbins approdato ai supereroi che me lo fanno amare già. Gli davano tutti contro perchè disegnava i corpi storti e di gomma. Approfondirò

  6. Di Frank Robbins, il Club Anni Trenta di Silvano Scotto ha pubblicato tutte
    le strisce giornaliere e le tavole domenicali di Johnny Hazard (a colori) e anche tre storie di Batman (testi di Robbins)e una di The Shadow (testi di Denny O’Neil). Straordinarie le storie di Batman fatte da un Robbins maturo e in fine carriera. Nel 1977 Robbins emigrò in Messico con la terza moglie
    e si diede alla pittura. Morì nel 1994 a San Miguel de Allende.

  7. grazie per questa bellissima traduzione!

  8. Stupenda intervista, bevuta d’un fiato. Mi ha lasciato pieno di cose, pensieri, stimoli e voglia di approfondire.
    Grazie!
    Orlando

  9. Un’intervista molto, ma molto bella e molto stimolante.
    Mi sono piaciuti i commenti di Alex Toth su alcuni sui colleghi, in particolare quelli su Frank Robbins.
    Grazie

    mario
    di isolafelice-fumettomania-glamazonia

  10. Ringrazio molto anche Richard. Ho capito però che sarà una ricerca ardua, avventura pura!

  11. Stimolante. Un ringraziamento al traduttore.

  12. Pingback: Dio, voglio essere Alex Toth « Sono Storie

  13. me la sono riletta dopo molto tempo! questa intervista è il pane per chi si interessa di fumetto

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