La spettacolare realtà di Jimmy Corrigan

di Matthias Wivel

traduzione di Miranda Saccaro

Presentiamo un saggio sul Jimmy Corrigan di Chris Ware a opera di Matthias Wivel, danese residente a New York, storico dell’arte, giornalista e critico di fumetti, scrive regolarmente per il Comics Journal e per The Hooded Hutilitarian.
Link al post originale.

Sono passati più di dieci anni da quando Jimmy Corrigan – The Smartest Kid on Earth è stato pubblicato in raccolta e quasi venti da quando Ware disegnò il personaggio per la prima volta, in una serie di brevi strisce su New City, settimanale di Chicago. Quando, nel corso degli anni ’90, venne ripubblicato per la prima volta in ACME Novelty Library, tuttora in corso, era la serie a fumetti più attesa: un segno che i fumetti stavano vivendo un rinascimento artistico e un presagio di grandi novità all’orizzonte per tale medium.
Oggi la sua edizione in volume nel 2000 è vista come un evento emblematico di quella che alcuni commentatori hanno definito la “new wave” internazionale del fumetto, che da allora ha solo guadagnato in forza e slancio. E Chris Ware sta ancora lavorando, da qualche parte nel cuore di questa “new wave”, ampliando e raffinando allo stesso tempo il suo approccio ai fumetti, più recentemente con ACME #20, o “Lint”, che è una buona pietra di paragone per tracciare il suo sviluppo dai tempi di Jimmy Corrigan. Quello che segue è un riesame del seminale libro di Ware, fatto con più di un decennio di retrospettiva e che focalizza l’attenzione sul modo in cui esso ha contribuito all’evoluzione della forma d’arte-fumetto e sul modo in cui concepiamo i fumetti stessi.

“Lint”, un capitolo della serie Rusty Brown, è incentrato sul personaggio Jordan/Jason Lint, e cerca di catturare un’intera vita in circa sessanta momenti chiave, in genere presentati a intervalli annuali, sia vissuti che ricordati – probabilmente entrambi, la distinzione è confusa – da Lint stesso. In modo ambizioso ma efficace, grazie al suo modo di lavorare, Ware cerca inizialmente di ritrarre, servendosi di mezzi stilistici, la formazione di una giovane coscienza. Attingendo in parte da una delle sue fonti di ispirazione di vecchia data, il lavoro del fumettista e illustratore di libri per bambini Richard McGuire, le prime pagine del libro, che descrivono gli anni di infanzia di Lint, sono rese con una linea pulita e spigolosa. Ware gradualmente la scioglie e la trasforma in un segno più duttile, completo, mentre il linguaggio di Lint si plasma sia nel dialogo sia nelle iniziali esplosioni di un flusso di coscienza pittografico che continua a ricomparire attraverso l’intera la narrazione.
Si è tentati di vedere in ciò un’analogia con lo sviluppo del vocabolario fumettistico di Ware, come sintetizzato all’inizio, e in modo più persuasivo, di Jimmy Corrigan. Prima di questo libro si era cimentato in una quantità di stili di resa e tecniche narrative senza fissarsi su un approccio costante, mentre in Jimmy Corrigan ha formulato un linguaggio fumettistico più rigoroso. Lavorando, come continua a fare, con una forte coscienza della sua tradizione, riconfigurando quelle invenzioni di altri che servono alle sue necessità, è giunto infine a proporre una riconciliazione tra l’esperienza vissuta e il linguaggio simbolico dei fumetti.

Sarebbe lui il primo – almeno in pubblico – ad ammettere che è discutibile quanto sia riuscito a farlo bene, ma azzarderei che è proprio in questa proposta, più che in ogni altro elemento, che va ricercata l’importanza artistica di Jimmy Corrigan. Ware tenta, come ha detto egli stesso, “di raccontare una storia seria utilizzando mezzi ironici“, ma in questi strumenti trova una risorsa propizia alla fusione di epistemologia e simbologia – della rappresentazione simultanea di esperienza e metafora. Sebbene non sia affatto il primo artista ad aver fatto una cosa del genere, sia nei fumetti sia altrove, Jimmy Corrigan costituisce una specie di asserzione categorica sui meriti di una tale esplorazione della forma-fumetto, così come mappa per guidare i viaggiatori a venire. Come del resto ha fatto per quasi due decenni.

I

Il primo terzo circa del libro è chiaramente il più debole. Descrive Jimmy al lavoro attraverso i suoi ritmi solitari, costruendo il suo peculiare distacco dalla gente per mezzo dell’offuscamento delle facce degli altri personaggi, efficace ma dopotutto eccessivo – un mezzo che Ware, per fortuna, smorza nella seconda metà del libro. In queste prime tavole, Ware impiega un numero di leziosaggini visive/narrative – bordi delle pagine ornamentali e teatrali, sequenze di sogno maldestre e simbologie (il protagonista come robot), eccetera – che sono poi abbandonate per un racconto più semplificato. In modo non dissimile da Alan Moore nei primi due capitoli di Watchmen (1986-87), altrettanto influente e tematicamente collegato, è chiaro che Ware stava procedendo per tentativi verso la storia che voleva raccontare, raggiungendo il suo scopo solo gradualmente.

Tuttavia ha introdotto una serie di elementi e temi importanti. Il più significativo dei quali è il motivo centrale del supereroe come figura paterna, nonché il palazzo da cui Jimmy lo immagina balzare, situato all’angolo di una strada di Chicago che coordina la narrazione come una sorta di segnale psicogeografico. Ma ci sono anche visualizzazioni delle sue origini e del suo desiderio, come le pesche e in particolare il cavallo – che, come il supereroe in quello di Jimmy, gioca un ruolo importante nel subconscio dell’altro protagonista della storia, suo nonno James. E poi, ovviamente, c’è il telefono rosso di Jimmy, che porta la voce senza volto della madre autoritaria ma anche, in modo improvviso e cruciale, quella del padre perduto, che lo chiama per incontrarsi. In altre parole, la prima parte del libro è descrittiva, non solo in senso narrativo ma in senso formale.

Le cose cominciano ad amalgamarsi per la prima volta nella sequenza della clinica, dove Jimmy, ricoverato dopo il suo incidente in strada, ha la sua prima (non) conversazone con suo padre, James William. Qui Ware si sofferma su una modalità narrativa che porta in primo piano l’approccio analitico alla realtà osservata, che da allora ha fatto suo. In contrasto rispetto alle sequenze precedenti, il suo uso di elementi decorativi o chiaramente simbolici è moderato, ed egli – aiutato da una singola ambientazione monocromatica – mantiene un approccio abbastanza equilibrato rispetto alla mise-en-scène e all’impostazione della pagina.
A un livello, la scena è vissuta dal punto di vista di Jimmy. Lo vediamo che vede suo padre, osserva i suoi colpi di tosse e i suoi sobbalzi, i suoi tic gestuali, mentre inciampa nella conversazione, inframezzata da quelle sequenze di flusso di coscienza che da allora Ware ha raffinato e che continua a utilizzare nelle sue opere.

Ciò è adatto a Jimmy, che – dobbiamo tenere in considerazione – è in uno stato di profondo dubbio e incertezza. Il modo in cui Ware rallenta la progressione del tempo da una vignetta all’altra, in questa e nelle sequenze successive con Jimmy e suo padre, comunica il suo stato d’animo. Jimmy è incapace di relazionarsi con l’estraneo nella stanza ma, allo stesso tempo e in conseguenza di ciò, prova quella consapevolezza più acuta che deriva da un’intensa agitazione emotiva. L’esperienza scatena una serie di ricordi e sollecitazioni, della stessa natura del fervido fare ipotesi che si mette in atto quando si è sotto stress; cosa che Ware illustra mediante cambiamenti di colore, ravvicinamento e riarrangiamento della posizione delle vignette e simboli: flash di un verde brillante e monocromatico mostrano la coscienza interiore di Jimmy; il rosso marca i momenti di tensione; una serie di piccole vignette suggerisce il flusso impetuoso di un improvviso sogno a occhi aperti; un telefono che squilla si intromette come un segno rosso nel verde scialbo, indicando l’associazione che Jimmy fa con sua made. E, come insistendo su questa interiorità, Ware cerca (senza molto successo), alla fine della scena, di replicare in maniera fisiologica nel lettore una contrastante immagine rosa di Jimmy e suo padre che emergono dalle stanze verdi della clinica.

II

Più che in ogni suo lavoro precedente, è nella scena della clinica che il locus della forza di Ware come artista – la sua acutezza di osservazione – diviene apparente. La sua abilità nel catturare il carattere e i cambiamenti di umore e comportamento manipolando un minimo di linee si basa, naturalmente, su una lunga tradizione di disegno a fumetti: per Ware, forse in modo più significativo, sui Peanuts di Charles M. Schulz. Il contributo di Ware risiede nella resa incredibilmente precisa dei dettagli della vita vissuta: odorare la buccia di una pesca, strizzare gli occhi nel vento; lottare con una chiave nella porta; testare con il dito indice la temperatura dell’acqua da un rubinetto; giocare con la sommità di una lattina vuota o con l’apertura del lettore CD di un computer mentre si è al telefono; trascinare dietro di sé sul pavimento il filo di alimentazione di un dispositivo elettrico non collegato, e così via.
La caratterizzazione di Ware si ha nella scrittura così come nel comparto visivo. Essenziale nel suo fumetto è il senso di come le persone si muovono e parlano; ogni personaggio in Jimmy Corrigan è chiaramente definito dal proprio fisico, dai pattern gestuali e di eloquio. La conversazione dopo cena, più avanti nel libro, tra Jimmy e la sua sorrelastra da poco scoperta, Amy, è un buon esempio: nel corso di otto pagine, Ware comunica il loro timido riavvicinamento. Jimmy, per una sola volta nell’intero libro, emerge anche se di poco dal suo stato di paralisi emotiva, sforzandosi gradualmente di coinvolgere la persona accanto a lui. Inizia a prestare attenzione alle foto che lei gli mostra, la osserva di nascosto mentre lei guarda da un altra parte e fa una gran fatica per conversare. Il comportamento di Amy procede da un sincero sforzo di inscrivere Jimmy in un contesto familiare, al coinvolgimento assorto nella storia sua e di suo padre suggerita dalle foto, fino a sentimenti alterni di leggera irritazione e di incoraggiamento nei confronti del fratello ritrovato.

Come ha fatto per la maggior parte del libro, Jimmy parla più che altro per monosillabi balbettanti, mentre la personalità di Amy è suggerita attraverso la combinazione di una ferma e vagamente materna assunzione del controllo, dal senso pratico, da leggerezze da ragazzina e dalla cadenza ondeggiante della sua voce inframezzata da alcune parole evidenziate in grassetto. E quando Jimmy alla fine comincia a parlare, le sue parole arrivano a ondate regolari, monotone, con scarsa punteggiatura, senza censura, immemori.
Se da un lato le esperienze di Jimmy avvengono nel presente diegetico, la storia concomitante delle esperienze di suo nonno James nei primi anni ’90 del 1800 con suo padre, il freddo e distaccato William, è invece relegata in un passato vivente che rispecchia e prevede il presente. Ovviamente, oltre allo svolgersi in un tempo differente, Ware distingue tra queste due principali diegesi narrando la storia di James. Come sua abitudine, sfuma la distinzione tra livelli narrativi, rimanendo a lungo su una prospettiva in terza persona al tempo presente che slitta impercettibilmente tra l’onniscienza e qualcosa di più vicino a una distaccata rappresentazione del punto di vista di James stesso, scritto in un linguaggio preciso, ma occasionalmente ornato, che suggerisce la sensibilità poetica repressa del vecchio brontolone che Jimmy incontrerà in seguto.

Significativamente, il racconto di James cambia al passato in prima persona durante una scena in cui egli emerge – d’improvviso, in modo chiaro e disturbante, schiamazzando con diletto – dal proprio guscio, subito dopo una visita al suo compagno di scuola nella quale, una volta per tutte, gioca liberamente e alla pari. Il risultato sottolinea in modo marcato quel particolare momento della vita che per lui si è rivelato essere il punto di svolta non riconosciuto. Il fatto che poi James slitti direttamente al tempo presente dopo l’intenso momento di amara delusione che segue, conferma la sensazione di quanto i ricordi confondano il nostro senso del tempo cronologico.

Nonostante questi siano ricordi. Apprendiamo infatti di seguito che l’anziano James sta raccontando la storia a sua nipote Amy, che lo intervista per un progetto scolastico, sebbene risulti poco chiaro se lei sia messa a conoscenza di tutto ciò che sappiamo noi. Quando la narrazione cambia di nuovo, tornando al tempo passato, tuttavia, non ha niente a che fare con Amy, ma piuttosto sottolinea l’aspetto volubile del ricordo di tutta la storia. Questo è un tema centrale nell’opera di Ware, esplorato ancora oggi con sofisticatezza senza precedenti in Rusty Brown, ma anche un tema che porta alla luce con chiarezza la sovrastruttura simbolica della sua narrazione.

III

Come dovrebbe ormai essere evidente, Ware opera su diverse prospettive, fondendole. Come abbiamo visto, si preoccupa dell’esperienza soggettiva dei suoi personaggi, ma il suo intero modo di disegnare è un tentativo di analizzarla e distillarla simultaneamente nella sua forma simbolica. Ritornando alla scena della clinica, la discussione che la dispozione scrupolosamente dilatata delle vignette rappresenti lo stato di accresciuta sofferenza di Jimmy è valida solo fino a un certo punto, dal momento che Ware la applica coerentemente nel corso del libro, come nella maggior parte delle sue altre opere, per scene in cui non c’è una motivazione determinata dal personaggio.
Ware ha spesso parlato del fare fumetti come di un tipo di scrittura in parole e immagini che si legge più di quanto non la si guardi. Lasciando da parte il problema cognitivo di un affermazione del genere, questo aiuta a capire le sue motivazioni sul suo modo di fare fumetto. L’ambizione è sintetitizzare continuamente testo e immagine per creare un tipo di calligrafia personale che è insieme emotivamente coinvolta e analiticamente distante – o anafettiva, come preferiscono molti suoi critici. E’ simultaneamente interna ed esterna all’esperienza vissuta dai suoi personaggi ed è nella tensione tra le due cose che Ware ha successo o fallisce come artista.

Quando si estende a un intero libro, il ritmo glaciale, la concentrazione insistente sui momenti nei momenti, diventa quasi qualcosa di separato dai personaggi. Jimmy e James non sono mai pienamente realizzati, intrappolati come sono in una implacabile struttura ripetitiva. Non aiutano le molte false note aggiunte al ritratto di Jimmy nei primi capitoli del libro. Vediamo interessanti casi di rabbia e crudeltà, e di incerta eccentricità, cui non è mai dato seguito e che di conseguenza divorziano dal personaggio che conosciamo mano a mano che la storia procede. In altre parole, Ware sembra inizialmente combattere col modo migliore di dare corpo alle emozioni che vuole esprimere.

Cosa sono quelle emozioni? E’ noto, e spiegato esplicitamente nella postfazione, che Ware abbia attinto dalla sua esperienza di essere cresciuto senza un padre; di come detto padre lo abbia contattato per la prima volta mentre stava lavorando ai primi capitoli; di come si siano incontrati una volta, goffamente; e di come lui sia morto prima che il libro fosse finito. Si aggiunge a quanto detto un’esperienza simile di Marnie, la moglie di Ware, con un padre assente che è entrato nella sua vita adulta. Comprendere questa esperienza sembra essere la preoccupazione prioritaria di Ware in Jimmy Corrigan. In un certo senso, dunque, Ware non scrive di personaggi realistici, ma traspone in una cornice realistica il principio base di alcuni dei suoi grandi predecessori fumettistici – di nuovo, in prima istanza, Schulz – e crea personaggi che incarnino e rendano possibile l’esame di una serie di emozioni veramente specifiche. Di archetipi.

Lo stesso Ware ha confermato la sua preferenza per Amy, “l’unico vero personaggio nel libro“, ed è chiaro il perché. Sebbene a lei sia dato meno spazio rispetto a Jimmy, James, o anche a James William, Amy è definita in maniera molto forte, suggerendo un carattere più complesso, con motivazioni conflittuali ma anche coerenti. Particolarmente in contrasto con suo fratello e suo nonno, le sue insicurezze entrano in risonanza, perché sono temperate dalla volontà di trascenderle, di agire in modo responsabile e di cercare attivamente risposte . Lei, la bambina adottata, è l’agente che riunisce insieme le tre generazioni di Corrigan, un evento che porta indirettamente sia alla tragedia finale, sia alla piccola epifania che la segue.
Ma, in modo sintomatico, Amy è ritratta quasi esclusivamente dal punto di vista di Jimmy, molto meno credibile. Ronza ai margini della narrazione come una presenza cruciale che il lettore sente distintamente, ma che non riesce mai a conoscere. Come ha suggerito Shaenon Garrity, ciò è abbastanza tipico dell’opera di Ware, anche oggi. C’è un aspetto narcisistico in questo; la distillazione archetipica di certe emozioni infligge alla storia una miopia invalidante, che ha conseguenze sulla sua credibilità come narrazione realistica. In Jimmy Corrigan, tuttavia, Ware fa del suo meglio per trasformare questo difetto in virtù, estendendolo al cuore tematico della storia.

IV

Nella scena della clinica s’i tromettono delle insegne, dei simboli e delle immagini. Alcune sono viste in precedenza da Jimmy durante la storia: il logo postale degli Stati Uniti, il cervo che salta, “Papà #1”, la scritta “Ciao” fatta con la pancetta. Alcuni sono già lì nell’edificio: il diagramma del sistema riproduttivo femminile, il bagliore bianco rosato del distributore di Coca Cola. Altri sono chiaramente extra-diegetici, danno informazioni sugli stati mentali: i bagliori elettrici che fanno scintille intorno alla sua testa senza corpo quando il padre gli chiede della sua ragazza inesistente, i cuori che svolazzano dopo che l’infermiera se ne va. Altri tuttavia sono più difficili da capire, tra i più importanti il nido dell’uccello fuori dalla finestra, che distrae l’attenzione di Jimmy per l’intera scena, e sembra descrivere allo stesso tempo l’esperienza vissuta di soffrire in una situazione d’ansia e qualcosa dal significato più simbolico.

Da un punto di vista semiotico, naturalmente, l’intero fumetto è una serie di segni, ma Ware sembra stranamente intenzionato a renderlo ovvio. A questo proposito, c’è l’uso della linea chiara che riporta a Hergé, le cue pagine mostravano con finta neutralità un ordinato mondo di segni. Assorbito com’è dall’esperienza fenomenologica, Ware ne ammorbidisce la pretesa di ‘oggettività'; tuttavia la sua distanza analitica dal soggetto ha le stesse implicazioni. In sostanza, lavora in una lunga tradizione di fumetto ideogrammatico, mantenendo un livello di rappresentazione molto uniforme: allontanamenti verso un maggiore naturalismo, come quelli che sperimenta oggi, sono quasi inesistenti, come lo sono i passaggi di definizione più bassa, più grezza. Offre un campo grafico ricco, egualitario, in cui testo e immagine operano costantemente su diversi livelli, allo stesso tempo.

Mentre vaga per le strade, Jimmy vede il logo postale degli Stati Uniti e il cartello col cervo che salta, proprio prima di essere investito da un vero camion della posta davanti al quale passa per avvicinarsi a un vero cervo. Questo caso di segnaletica letterale che si rispecchia nella realtà, è portato ben oltre da Ware, che nasconde in esso l’unica reazione in parte conscia di Jimmy al fatto di aver appena incontrato il suo vero padre. Quando i due ricompaiono nella scena della clinica, accompagnati da Kwik USA e da loghi telefonici che aveva visto anche in strada e molti degli altri segni già menzionati, si ha una sorta di riepilogo della relazione con il padre: la madre assente nel cui grembo Jimmy è stato concepito; la comunicazione moderna che ha riunito i due uomini e parzialmente reso possibile – insieme a quattro strisce di bacon – i tentativi esitanti del padre di comunicare con il figlio; la superficilità ironica del logo sulla t-shirt che il padre aveva prestato a Jimmy, che inoltre si ricollega al suo originale proprietario, la sorellastra di Jimmy, Amy, ancora fuori dalla vignetta; gli uccelli che fanno il nido all’esterno suggerendo l’idea di famiglia e libertà. E’ come un gioco di combinazioni, dal quale emerge un significato pertinente alla storia. E, se da un lato potrebbe in parte rappresentare il flusso di coscienza più o meno manifesto di Jimmy, è lì prima di tutto per il lettore.

V

Ugualmente importante è il collegamento fatto tra questi simboli e la situazione di Jimmy. Il cervo e l’aquila della U.S. Mail si combinano nella mente di Jimmy a “Caro Papà“, inserendo questa situazione difficile in un contesto più ampio. I simboli sono un riassunto della relazione centrale della storia grazie a una confluenza di elementi tutti più o meno costitutivi ed emblematici della società americana moderna, dalla sua wilderness repressa alla sua sofisticatezza tecnologica.

Questa è la società della cui costruzione siamo testimoni nell’arco delle quattro generazioni incluse nella storia, da William a Jimmy. E fino a Amy, realmente legata ai Corrigan, non solo per adozione ma anche per legame di sangue, come apprendiamo in uno dei passaggi del libro concepiti in maniera più bella: ”l’albero genalogico” verso la fine. Le origini di Amy sono dunque un’altra assenza che completa l’abbandono di tre generazioni da parte dei Corrigan padri. Il prodotto di una amnesia societale, nata da americani simili al ragazzino dei giornali allontanato – ma tuttavia parte integrante – della “Bandiera Vivente” che nel 1892 celebrava il quadricentenario dell’approdo di Colombo e segnalava l’imminente Columbian Exhibition.

Questa macro-narrazione di immigrazione, schiavitù e modernità americana è visualizzata in un altro diagramma tentacolare all’interno della sovracopertina dell’edizione rilegata del libro (e, in scala ridotta, nelle prime pagine dell’edizione in brossura). Questo cataloga elaboratamente e disseziona la vita di Jimmy, fondendo il “Ragazzo più Intelligente” e “Terra”. Jimmy Corrigan, dunque, è la storia di una famiglia americana archetipica, emblematica di un’America archetipica che è caratterizzata da assenze e abbandono. Enfatizza l’intervento individuale dei suoi personaggi: il racconto della vita di James a sua nipote Amy; l’invito di Amy nei confronti di James William a contattare Jimmy; la decisione di Jimmy di accettare questo invito; ma allo stesso tempo interessa le strutture sociali, societali ed economiche che determinano la vita di ciascuno – nel contesto americano di un progetto di illuminismo industrializzato dettato prima di tutto dal capitalismo.

Sistema essenzialmente caratterizzato dalle sue assenze – di una determinazione culturale, di un nucleo ideologico, di un fine ultimo – il capitalismo è una condizione della modernità talmente fondamentale che non può far altro che portare un peso metaforico, e Ware lo riconosce, non solo nella storia che racconta, ma nella fattura stessa dell’opera. Jimmy Corrigan celebra la bellezza della modernità diagnosticandone al tempo stesso i malcontenti. Le didascalie stilizzate, gli inter-titoli fintamente seri, a volte eseguiti con l’imitazione industriale di una calligrafia perduta o con abbellimenti nouveau, sono riflessi diretti del principio ordinatore centrale del cuore della comunità umana. La chiarezza regolare e la struttura inscatolata delle pagine riflettono direttamente i principi illuministici della selezione e categorizzazione, e la forma stessa in cui è eseguito – il fumetto – è un mass-medium industriale nato come prodotto dalla stampante off-set nel XIX secolo.

Ware fa riferimenti obliqui alla proliferazione di fumetti nell’America degli anni 1890 per mezzo di William che lavora alla costruzione dell’ (innominato) Eadwaeard Muybridge Zoopraxographical Hall, in cui il giovane James guarda il famoso Science of Animal Locomotion, specificato nella pagina come il cavallo dei suoi desideri. L’invenzione di Muybridge di fare fotografie in sequenza a distanza di frazioni di secondo non solo anticipa il film di pochi anni, ma condivide con i fumetti l’ossessione dell’epoca: la rappresentazione del mondo moderno in movimento.
Le Esposizioni Mondiali, che proliferavano nei decenni a cavallo del secolo (esistono ancora, ovvio, ma sono molto meno influenti) erano tentativi ambiziosi di catalogare e contenere l’interezza del mondo. Monumenti colossali alle conquiste umane e manifestazioni fisiche della decentralizzazione di individui e comunità nello spettacolo globale del capitalismo. Una metafora calzante al centro della storia del XX secolo.

La maggior parte del libro rappresenta lo spazio architettonico con il mezzo analitico della proiezione isometrica o elevazione, con solo poche necessarie concessioni pratiche fatte all’illusione prospettica della profondità di campo. In modo acuto, però, nella sequenza all’Esposizione Mondiale, Ware dispiega le sue pagine per accomodare la prospettiva matematica in modo preciso. L’effetto è da togliere il fiato, presentando il momento della storia in cui scopre le sue carte – in cui il privato è situato decisamente nello spettacolare.

Come accennato all’inizio, Ware ha continuato a implementare il vocabolario che si è costruito in Jimmy Corrigan e nelle opere precedenti. Negli ultimi anni, sembra essersi in qualche modo distanziato dalla concettualizzazione grandiosa, ma ha di continuo affinato la sua sintesi di esperienza e metafora, specialmente per quanto riguarda tempo e memoria (temi che erano già centrali in Jimmy Corrigan, sebbene perlopiù tralasciati in questo articolo). Ha ampliato la sua gamma, concentrandosi ancor più nel comunicare l’esperienza sensuale attraverso forma, colore, e per mezzo dell’espansione della sua fermezza naturalistica, quando necessario (spesso in sequenze dal grande significato emotivo, o nel ritrarre personaggi significativi, come la foto dei figli di Lint, o i suoi ricordi della prima moglie).

La sua acutezza di osservazione ha solo acquistato in sicurezza: cattura l’istrionismo quotidiano delle scolarette con un aplomb inaspettato per uno della sua età, e conferisce al ritratto del Lint che invecchia un senso precognitivo di sforzo artritico.
In modo analogo, i suoi ritratti della vita interiore sono migliorati enormemente in complessità e portata. Il pezzo fantascientifico di ACME#19, che si scopre essere una storia nella storia ricordata in modo poco affidabile, rivela sottilmente come memoria e immaginazione plasmino la nostra identità e la nostra percezione della realtà, e il trauma soppresso di Lint sviluppa un’inesorabile, eppur discreta, forza di trazione. ACME#18, che è l’episodio più importante della serie di Ware, Building Stories, ancora in corso, contiene la sua prosa più precisa e commovente nel monologo interiore della protagonista. E, in molte sequenze, fonde metafora ed esperienza con grande effetto, soprattutto quelle in cui le sue sensazioni fisiche dei processi corporei si mescolano con il tumulto emotivo quando lei è vestita allo stesso modo delle illustrazioni anatomiche che stimolavano la sua coscienza di adolescente.
Ma i problemi di Jimmy Corrigan persistono, e sono in certo modo esacerbati da questi sviluppi. E’ dove il personaggio archetipico dei Corrigan uomini si lega direttamente alla struttura concettuale del libro, il suo narcisismo come un sostitutivo per l’assenza al cuore di essa, che Ware si cimenta ora nel problema molto più complesso del ritrarre una vita individuale. Per tutta la sua portata immaginativa, il narratore di ACME#19, Woody Brown, si scopre tristemente essere come Jimmy, e il trauma che definiva la sua vita è della stessa natura, per non parlare di una poco caratteristica esitazione nel racconto. E “Lint”, con tutta la sua sofisticatezza concettuale e maestria nella presentazione, è sostanzialmente un accumularsi di clichés. Il ritratto del personaggio principale centra tutti quei preconcetti che un nerd può avere sul bullo che lo tormanta a scuola, preconcetti alimentati dal desiderio di rivalsa: un musicista meschino che guida ubriaco verso la tragedia, la cui vita del mid-west e la cui ricchezza trainata dalla bolla economica si districano ora nella recessione, la sua omofobia che inizia a dargli dei problemi. E’ tutto un po’ troppo semplice e sembra mancare la logica concettuale che rende possibile l’opera di caratterizzazione archetipica in Jimmy Corrigan.

Comunque Rusty Brown è ben lontano dall’essere completato, così è ancora da vedere dove Ware lo porterà. E se noi, i lettori di vecchia data, abbiamo imparato qualcosa da lui, soprattutto da Jimmy Corrigan, è che Ware non è mai un artista compiaciuto. Proprio come allora, sta lucidamente disegnando la mappa man mano che procede.

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4 risposte a “La spettacolare realtà di Jimmy Corrigan

  1. In genere il fumetto americano non mi piace quando si auto-ghettizza nei supereroi, però apprezzo quando esce dagli schemi soliti del medium, come in questo caso.

  2. E’ che alle volte può essere più semplice di così, immagino. Un autore come Ware si lascia andare al flusso narrativo che è suo e probabilmente gli verrebbe da ridere leggendo che:

    “la distillazione archetipica di certe emozioni infligge alla storia una miopia invalidante, che ha conseguenze sulla sua credibilità come narrazione realistica”.

    o che:

    “La sua acutezza di osservazione ha solo acquistato in sicurezza: cattura l’istrionismo quotidiano delle scolarette con un aplomb inaspettato per uno della sua età, e conferisce al ritratto del Lint che invecchia un senso precognitivo di sforzo artritico”.

    E non sono nemmeno molto d’accordo sulla questione che il primo terzo del libro sia debole rispetto al resto. E’ purtroppo solo una fase narrativa che si deve obbligatoriamente rendere ad una storia.

    Mi sembra di aver letto un’intervista dove Ware dice di non sentirsi uno di quelli che cercano di essere marcatamente sofisti o intellettuali nelle proprie cose, ma che anzi cerca, nella narrazione, di avere un approccio a soluzioni prettamente estetico/visive. Forse avevo letto proprio da queste parti che rischiò di non andare in stampa con un numero di Acme solo perchè non riusciva a trovare una grammatura giusta per la sua copertina.

    Che poi sia comunque un narratore grandioso, questo è fuori di dubbio.

    Non la smetteremo mai di parlare di lui, vero? ;)

  3. in effetti per ware è sicuramente molto più semplice di così!
    un’analisi è comunque un’analisi, per quanto sofisticata può essere, e non smetteremo di parlare di ware, è praticamente impossibile! :D

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