Intervista a Manuele Fior

di Manuela Capelli

Oggi vi proponiamo un’intervista a Manuele Fior ad opera della nostra collaboratice Manuela Capelli. L’articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 15/2011 della rivista “Satura” e in seguito sul blog dell’autrice.

Incanto e disincanto. Come quelli di un fumetto, “Cinquemila chilometri al secondo”, che in ogni foglio dipinge emozioni (l’incanto), e del suo autore, Manuele Fior, classe ’75, una vita in valigia per diversi anni (il disincanto). Partendo da una calda giornata romagnola, Manuele tratteggia ad acquerello le vite di Piero e Lucia, che seguiranno il proprio destino rispettivamente in Egitto e in Norvegia, lui come archeologo ad Aswan, lei per cercare se stessa fra le pagine di una tesi su Ibsen, fino a un ultimo incontro sotto un acquazzone di chiarimenti e nessuna possibilità. Perché la loro storia d’amore, perennemente costellata dalla presenza/assenza dell’amico Nicola che, pragmatico contraltare del romantico Piero, si mostra solo all’inizio e alla fine del romanzo, lì dove non c’è spazio per le illusioni, non ha il beneficio del lieto fine. Non ce l’ha perché la vita nemmeno lo ha; non sempre, almeno. Soprattutto in una generazione che, precaria anche nei sentimenti, ama le illusioni ed è convinta che “cinquemila chilometri” si possano superare come niente fosse con una telefonata. E anche se questa non è una storia autobiografica, Manuele, che ha un background di valigie fatte e disfatte, lo sa. Il suo diventa così uno sguardo oggettivo, puro, che non commenta (“non siamo mica qui per la resa dei conti”, dirà alla fine Piero). Ma racconta. Guardando a Truffaut, osserva la realtà quotidiana e la rende universale. Accende una luce su tre vite qualsiasi e lascia che i personaggi prendano in mano le redini e diano vita alla storia, perché – come spiega nell’intervista che segue la vittoria del Premio 2011 per il Miglior Fumetto del prestigioso Festival di Angoulême (Francia) – lui mette gli ingredienti, pescando fra le sue stesse caratteristiche e il loro esatto opposto, “qualcuno è più coraggioso, qualcuno è più vigliacco, qualcuno è più furbo…”, e poi osserva cosa fanno: vuole guardarli dritti negli occhi, e non muoverne i fili come fossero marionette. Tutto parte dal disegno: le idee come le pagine, senza mai uno storyboard. Ed è proprio dalla necessità di ridar vita ai panorami emotivi su cui Manuele ha percorso le sue vite precedenti che nasce “Cinquemila chilometri al secondo”. Graficamente, la storia è scandita dagli stacchi cromatici che concretizzano quei Paesi tanto diversi: i malinconici blu norvegesi in cui si rispecchiano i dubbi esistenziali di Lucia, i gialli, i verdi, i marroni di un’Africa calda e accogliente (anticipati dagli stessi colori nella rappresentazione della giovane e spensierata patria romagnola di Fior) fino a una pioggia battente, che tutto scolora nel momento della verità. Il tratto, invece, rimanda tanto a Degas (ricordate la sua serie di donne al bagno?) e ai Fauves quanto all’espressionismo tedesco di Kirchner. Quasi sull’onda di un suo lavoro precedente: “La signorina Else”, tratto dall’omonima opera di Schnitzler. Ora che si è fermato, a Parigi, c’è la paura di non avere spunti. O forse no: è anche dalle radici che germogliano storie degne da raccontare.

Disegno realizzato per l’asta di “Medici Senza Frontiere” tenutasi al Festival dell’Internazionale a Ferrara nel 2011.

Tu sottolinei le differenze di ognuno dei luoghi di Cinquemila grazie a un uso sapiente del colore, ma qual è secondo te la principale difficoltà nel rappresentare un Paese straniero?

Non ho trovato difficoltà a rappresentare l’estraneità dei paesi, forse perché sin dall’inizio ho scelto dei posti agli antipodi, l’Egitto, la Norvegia, in mezzo a loro l’Italia. Sono paesi che hanno veramente poche cose in comune. Di ciascuno penso di aver dato una visione molto soggettiva, lontana dal reportage, fortemente filtrata dai miei ricordi e dalle mie impressioni.

L’acquerello permette di creare piccoli quadri di vita dai contorni indefiniti. È impossibile delineare in modo preciso le vicende umane? È questo il motivo della scelta? Serve a sottolineare la precarietà di queste esistenze?

La scelta della tecnica è qualcosa che viene prima di tutto, nel mio caso, prima ancora di identificare il soggetto di un libro. Considerando la natura effimera dei sentimenti, probabilmente c’è una certa corrispondenza nel modo di rappresentarli. Volevo comunque che il risultato grafico finale fosse solido, ben leggibile e che le ambiguità rimanessero nella testa del lettore, non nella narrazione.

Illustrazione per il disco “La Pelle degli Spiriti” dei Dorian Grey.

Hai spiegato che i cinquemila km al secondo sono l’emblema di una comunicazione che “sembra sempre più semplice, (…) per cui si ha l’illusione di essere presenti uno all’altro anche se non ci si vede praticamente più”. Perché piove nel finale? L’acqua spegne i colori dell’illusione?

Non c’è un perché, la pioggia non ha un valore simbolico o didascalico, mi sembrava solo una bella cornice per chiudere. Io credo che le illusioni abbiano una funzione molto importante, anche quando muoiono. E poi non muoiono mica tutte! Non volevo fare un’apologia del disincanto, ho cercato di restare più possibile vicino a una vicenda realistica, che non è successa a me, né ad altre persone che conosco, ma che potrebbe succedere a chiunque.

Illustrazione per il volume “BaCinema”, ispirata al film “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni, ritrae Monica Vitti e Alain Delon.

Ricollegandomi alla domanda di prima, direi che la tua è una visione della tecnologia piuttosto disincantata e negativa. In quest’ottica, come vedi le moderne applicazioni del fumetto?

La tecnologia ha cambiato il fumetto, come ha cambiato tanti altri aspetti dell’arte e della vita in generale. Il fumetto è stato per molti anni pennello Windsor & Newton e inchiostro di china – per essere al meglio riproducibile; oggi si può scannerizzare qualsiasi cosa che faccia un segno sulla carta. Per questo stanno nascendo molti altri modi di disegnare e scrivere fumetti, che a mio parere allargano il campo d’azione di questo linguaggio. In questo senso io sono il primo a sguazzare dietro ogni nuovo ritrovato tecnologico. Se la domanda verte più sugli e-book sono meno preparato, mi sembra che non si sia ancora arrivati a qualcosa di soddisfacente neanche riguardo al formato libro in generale. Ma, ripeto, non me ne intendo un granché.

Nel tuo blog ti chiedi: quante volte si rifà una vignetta? Io ti chiedo: quante volte si riscrive una battuta? I dialoghi sono forse uno degli elementi più sottovalutati, laddove raggiungere una sintesi significativa non è affatto semplice…

Infatti, e per dirla alla Paolo Bacilieri (l’autore di Zero Porno e, fra gli altri, della serie bonelliana Napoleone, ndr), anch’io riscriverei alcune battute anche a libro stampato. Il testo nel fumetto occupa uno spazio che può andare da zero a un certo livello, che non deve essere troppo. A me sembra sempre più simile alla scrittura teatrale. Essendo limitato, deve essere ben congegnato. Ci sono testi che hanno una funzione esplicativa, ce ne sono altri che servono solo a se stessi. Io alla base sono un disegnatore e ho dovuto imparare a scrivere (ammesso che ce l’abbia fatta): mi impegna sempre molto.

Hai una laurea in architettura. Pensi che incida o abbia influenzato in qualche modo il tuo lavoro?

Sì, penso che mi abbia aiutato a distogliere lo sguardo dal mondo del fumetto e dei fumettisti che a volte è molto autoreferenziale. Sono un lettore e un appassionato di fumetti, ma anche di altre cose. L’architettura rimane un interesse fondamentale.

Ritratto di Thurston Moore per il “New Yorker”.

Cosa vuol dire per un giovane autore italiano, per quanto cittadino del mondo, approdare al NewYorker?

Una grande soddisfazione, anche se poi quando vedi l’illustrazione pubblicata 12 x 12cm pensi “beh tutto qui”? Spero che mi diano almeno una copertina.

Il viaggio: protagonista di Cinquemila, lo è anche del numero estivo di Internazionale, di cui hai realizzato la cover. Un argomento che ti è caro… cosa rappresenta per te?

Rappresenta un modello di vita. Spero di non aver finito di viaggiare, non nel senso turistico, ma nel senso di andare a lavorare da qualche altra parte, imparare un’altra lingua. Mi dà la sensazione di essere libero.

Sketch, collezione personale.

Pensando a “La signorina Else”, quali sono secondo te le sfide più grandi nella trasposizione di un’opera letteraria? Quali le principali differenze con la creazione tout court?

La sfida alla base è quella con l’autore che si vuole adattare, rispetto al quale bisogna perdere un certo timore riverenziale. Quando scrivi una cosa di tuo pugno pensi sempre se valga veramente la pena di raccontarla. In un adattamento parti da una base di cui sei più certo, visto che l’hai scelto. L’attenzione si sposta per cui sugli aspetti più tecnici di mise en scene. Volendo poi, si dovrebbe avere il coraggio di confrontarsi veramente col messaggio dell’autore e attualizzarlo o contraddirlo, ma non penso di essere arrivato a tanto con La signorina Else. Mi sono accontentato di tradurlo in un fumetto.

Riferendoti al vivere in un Paese straniero in Cinquemila si dice “Agli occhi di queste persone rimaniamo degli estranei. Col tempo finiamo per diventarlo anche dei nostri cari. E questo non vuol dire essere liberi. Persi semmai.” Tu sei libero o perso?

Mi sento libero penso, per quanto si possa essere liberi nella nostra società. Non mancano momenti in cui ti manca il terreno da sotto i piedi, ma è un gioco che vale la candela.

Illustrazione inedita per “Il grande Meaulnes”.

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2 risposte a “Intervista a Manuele Fior

  1. comunque “Cinquemila chilometri al secondo” è fatto ad acrilico, non ad acquerello…

  2. grazie della segnalazione Lucio, ho chiesto direttamente a Manuele che mi ha detto: “acrilico liquido, non é acquerello ma é la stessa identica tecnica.”

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