Intervista ad Alessandro Tota

di Andrea Queirolo


In “Fratelli” la prima storia era già apparsa nell’antologia “Gli Intrusi”, cosa ti ha spinto a volerla continuare, o meglio come nasce l’idea di questo libro?

Mi sono innamorato dell’idea di fare un libro su Bari, una città in cui le possibilità di racconto sono molte.

I miei personaggi dovrebbero essere destinati a un percorso simile a quello dei loro padri, e invece qualcosa va storto, qualcosa viene a mancare e si trovano di colpo spinti altrove: una situazione che trovo molto stimolante narrativamente.

Amo molto questi personaggi, da qui anche il desiderio di voler lavorare con loro per un periodo lungo continuando il lavoro iniziato su Gli Intrusi. E poi naturalmente c’é il desiderio di disegnare Bari.

Nel volume tratti il tema delicato della droga . E’ interessante come ne parli e come lo circoscrivi rispetto ai tuoi coetanei, segno che sono cose che hai vissuto. Hai avuto difficoltà a parlarne o, in qualche modo, hai cercato di mostrarne solo certi aspetti?

La droga è una chiave d’ingresso interessante per mostrare le relazioni tra i personaggi. Una chiave altrettanto potente è il sesso, un’altra formidabile è il denaro.

A me interessa il fatto che i miei personaggi non siano ancora nell’ingranaggio del lavoro, e sfuggano a quello della scuola, per cui si trovano in una specie di zona franca in cui puo’ succedere qualunque cosa. La droga è il detonatore delle situazioni.

Non essendo questo un libro sulla tossicomania, ma sulle relazioni familiari e su un triangolo di amicizie, ho scelto di tagliare tutte le scene di consumo. E’ come se il personaggio dicesse “vado a lavoro” e nella scena seguente lo si vedesse già tornare a casa dopo l’orario di ufficio, e parlare del lavoro con la moglie.

Nella seconda parte del libro la droga è l’argomento delle loro conversazioni, e dal modo in cui ognuno si rapporta agli stupefacenti si intuisce il carattere dei personaggi. Ma non dimentichiamoci che questo argomento appare solo a metà libro ! La funzione di detonatore narrativo nella prima parte del libro è rivestita dal dipinto di Mario Schifano.

Al di là di questo pero’, per me il centro del libro è l’affetto che i personaggi hanno tra loro, e come questo legame di fratellanza li condizioni nelle scelte.

Il libro è dedicato a Gattuso, un personaggio significativo per la storia, ma altrettanto marginale, come mai?

Gattuso è un personaggio ispirato a una persona che conoscevo, morta a 19 anni in circostanze poco chiare. Era una persona notevole, e ho voluto dedicargli il libro.

Alcuni hanno definito questo tuo lavoro in linea con certe cose di Andrea Pazienza. Te cosa ne pensi?

Pazienza è una lettura che ho amato tantissimo, al liceo e all’università. Non lo rileggo da tanti anni. Non mi interessa più molto, se devo essere sincero. Credo di fare un lavoro abbastanza diverso.

Se dovessi citare qualcuna delle mie influenze, citerei John Fante, le poesie di Raymond Carver, Chester Brown, e il film “I Soliti Ignoti”. Ci sono anche mille altre cose che si vedono meno, ma sono presenti.

In qualche modo sei stato ispirato dalle storie autobiografiche di Crumb e Harvey Pekar?

Non ho mai letto i fumetti di Crumb scritti da Pekar!


Rispetto a Yeti hai utilizzato un tratto se vogliamo più “grezzo” e abbandonato il colore a favore del bianco e nero…

Il bianco e nero era più adatto al tipo di storia, e più istintivo per quel che mi riguarda. Per me il colore è sempre frutto di un ragionamento: decido il tipo di storia, e trovo che una tecnica sia particolarmente adatta, allora la studio e poi la metto in pratica. Nel caso di Yeti c’erano i colori di Myazaki, con la tecnica di sovrapporre molti livelli di colore per ottenere un tono particolare, una certa luce. Qui è stato tutto più istintivo, ho usato degli strumenti essenziali: una sola penna, formato ridotto, praticamente senza matite.

Cosa è cambiato dai primi tempi di Canicola? Collabori ancora con loro?

Canicola è stata un’esperienza fondamentale, e nel privato siamo ancora molto amici.

Per me era impossibile continuare a collaborare regolarmente, troppo lavoro coi libri e troppo lavoro per sopravvivere. D’altra parte il gruppo fondatore si è sciolto, e adesso non è più un collettivo, ma un editore, che, vale la pena dirlo, fa libri bellissimi. Ho riletto pochi giorni fa “Brodo di Niente” di Andrea Bruno, e l’ho trovato eccezionale.  Anche “Canicola Bambini” è un lavoro magnifico, e mi è dispiaciuto molto non potervi partecipare per mancanza di tempo. Spero che continueranno a crescere perchè c’è bisogno di gente come loro. O almeno, io ne ho bisogno!

Nel futuro hai in previsione un lavoro non ispirato a te stesso, diciamo di pura fiction?

Ho un sacco di progetti in cui non sono presente come attore, ma il tempo di lavorazione è cosi’ lungo che mi domando quando usciranno. Per adesso uscirà “Palacinche”, il libro i cui convivono fumetto e fotografia con Caterina Sansone, che è un reportage sull’esodo fiumano. Poi vorrei dedicarmi di più ad alcuni progetti di libri illustrati che coltivo da un po’, per verificare se posso fare quel tipo di lavoro o se è una falsa pista. Ho cominciato anche un paio di storie nuove, e poi naturalmente devo capire se voglio fare un altro libro su Bari, ho un’idea, ma sono spaventato dalla mole di pagine. Sto capendo come produrlo, esattamente come un regista fa prima di produrre un film.

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Una risposta a “Intervista ad Alessandro Tota

  1. Yeti non mi ha fatto, impazzire, questo sembra molto più interessante, dall’intervista sembra emergere grande autore. Bene. Bravi. Alè!

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