Lucille e Renée

di Andrea Queirolo

In questa grande storia di oltre mille pagine ad opera di Ludovic Debeurme possiamo notare una netta differenza fra il primo volume, Lucille, e il secondo, Renée. Se da una parte c’è una crescita a livello di disegni e di sviluppo della storia, dall’altra c’è la consapevolazza che difficilmente si sarebbe potuto ripetere il successo di critica riscontrato da Lucille.
Renée, quindi, diventa la parte estrema di Lucille, non è complementare, ma è un lavoro avulso che cerca di rompere gli schemi precendenti andando oltre.
Lucille ci presentava una ragazza dalle diverse problematiche, in testa l’anoressia, affiancate dal non sapersi relazionare con gli altri e dal non aver mai avuto rapporti con un uomo.  Situazioni alimentate dalla possessività della madre e dall’abbandono del padre: una storia dura che tocca temi veri e attuali.
Proponeva, Debeurme, uno stile di racconto personale, escludendo i bordi delle vignette, omogeneizzando la visuale della singola pagina, cercando di non inserire più di tre o quattro disegni alla volta. Donava alla tavola un notevole sviluppo di lettura verticale, usava i disegni in maniera evocativa, poco dettagliati,  basandosi sui piccoli particolari dei tratti per lasciare intendere al lettore quale fosse la situazione illustrata. Ne usciva un libro compatto sotto tutti i punti di vista, che aveva molto più da spartire con certi lavori americani che con il retroterra francese dell’autore.
A vedere i disegni di una Lucille anoressica, nel letto con quella faccia ritratta da pochi, semplici segni, con quella bocca appena accennata, mi viene subito in mente il tratto ordinato di Chester Brown. In verità anche la storia mi ricorda molto di più Brown che qualsiasi altro autore francese che posso aver letto.

Una pagina da “Lucille”. Notate il tratto, la pulizia della pagina, il contrasto fra biano e nero e sopratutto la grandezza della testa rispetto al corpo, tutte caratteristiche del disegno di Chester Brown.

Renée è un racconto molto più ermetico di Lucille, proprio come la sua protagonista. Se infatti la storia di Lucille era chiara e visibile quanto i segni dell’anoressia sul suo corpo, quella di Renée è criptica ed esternamente poco comprensibile quanto i problemi nella sua testa. Lo si capisce già dalle prime pagine: non c’è una storia definita, è tutto rarefatto, ci sono grandi sogni illustrati, visioni, cambi di spazio e tempo e personaggi che si intrecciano.
Mano a mano che la storia prosegue, l’autore aggiunge tasselli importanti, passaggi chiave che aiutano il lettore a identficare i personaggi e a capire la narrazione. Di conseguenza abbiamo anche uno sfumare dai sogni alla realtà, fino a capire il perché dell’instabilità emotiva di Renée.
Debeurme adotta un tratto molto più ricercato e ricco di particolari e, pur mantenendo il metodo di lavoro del volume precedente, questa volta gioca spesso coi primi piani e coi volti dei personaggi, utilizzando un tratteggio di righe sottili che somiglia a quello del Clowes delle prime storie (ma vedo anche del Bacilieri e, non troppo in lontananza, l’ombra di Crumb). Renée è un libro forse più emotivo di Lucille che, nonostante sia meno lineare e un po’ pedante nei passaggi onirici, riesce a non cadere nella banale ripetizione, ma aggiunge nuovi spunti e cifre stilistiche al percorso di un autore giovane e capace.Questo è il personaggio di Lucille come viene ritratto nel volume “Renée”. Notate la diversità di stili con l’immagine precedente. Il tratteggio è  fitto. clowesiano nel volto, le proporzioni sono giuste e l’immagine è realistica.

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