Capitan America attraverso le decadi

di Jeet Heer

traduzione di Alberto Choukhadarian


Fu il cazzotto da un milione di copie, il diretto alla mascella che sorprese i lettori nel 1941 e che vibra ancora oggi. Proprio sulla copertina del numero uno, il supereroe a stelle e strisce assesta un micidiale pugno sul volto nientemeno che ad Adolf Hitler, mentre un gruppo di soldati nazisti assiste attonito e impotente.

Per capire perché Captain America fu un immediato fenomeno non appena creato e perché rimane ancora oggi un simbolo tale da troneggiare nel titolo di un blockbuster hollywoodiano, è necessario ricordare le circostanze storiche che hanno portato alla sua nascita. Captain America fu creato da una coppia di giovani artisti ebrei, Joe Simon e Jack Kirby (Jacob Kurtzberg all’anagrafe). Come sottolinea lo storico Gerard Jones nel suo libro Men of Tomorrow (Basic Books – 2004), Simon e Kirby erano figli di immigrati ed entrambi si identificavano con il nazionalismo americano.

“Quello che Simon e Kirby conferirono al loro eroe fu la passione dell’immigrato, dell’ebreo” scrive Jones. “ Captain America ampliò le metafore del mascherarsi. In un laboratorio segreto lo scheletrico Steve Rogers si trascina, con fare dimesso e spalle cadenti. Basterà una provvidenziale iniezione a trasformarlo in un Adone…Da denutrito ragazzino del ghetto newyorkese a dirompente e implacabile forzuto che afferra le opportunità offerte dalla sua nuova patria. L’esausto superstite di un vecchio paese assurge a nuovo combattente ebreo forgiato dal crogiolo della libertà e della violenza americana. E proprio attraverso la passione dell’immigrato, Simon e Kirby riescono a cogliere (e trasferire su carta) il risveglio di un’intera nazione: la provinciale America si inventa potenza mondiale.”


La copertina del primo numero di Capitan America fece sensazione perché datata marzo 1941, 10 mesi prima dell’attacco a Pearl Harbor e dell’ingresso in guerra. In quel momento la gran parte del paese aveva idee isolazioniste e molti, nel settore dei media, temevano di raffiguare i nazisti come espliciti antagonisti per paura di provocare reazioni in chi sosteneva la posizione non interventista. Sebbene ci fossero stati precedenti supereroi patriottici, compreso il trascurabile The Shield, nessuno come Cap perorò la causa della trasformazione dell’America in una sorta di gigantesca dinamo mondiale.

“Rappresentò una provocazione interventista e, al tempo stesso, una brillante didascalia anti-nazista” chiosa il professor Matthew J. Costello, titolare della cattedra di scienze politiche alla Saint Xavier University ed autore del libro Secret Identity Crisis (Continuum – 2009). Sin dal suo concepimento come combattente del nazismo, Capitan America è rimasto un supereroe di grande attualità, vivendo avventure che hanno ben rapprsentato le vicissitudini della politica estera americana: dalla prima guerra fredda al Vietnam sino alla recente guerra al terrorismo. Nonostante i cambiamenti politici che si sono susseguiti nel tempo Capitan America brilla come un fulgido simbolo dell’eccezionalità e dell’intrinseca bontà della sua nazione, della fiducia nell’invincibilità e nello storico, glorioso destino mondiale americano.

Così americano…

Esiste una forte connessione tra il genere supereroistico e la convinzione che l’America debba essere una superpotenza. Altre nazioni hanno provato a creare i propri eroi patriottici – una litania improbabile che va da Captain Canuck al britannico Jack Staff, da Capitan Italia all’israeliano Shaloman. Nessuno di questi personaggi è stato in grado di raggiungere l’iconica risonanza di Cap.


Molto probabilmente il tentativo supereroistico canadese di maggior successo è stato il supergruppo Alpha Flight (Marvel Comics – 1979) creato dall’inglese (naturalizzato statunitense) John Byrne, titolare di una propria serie di lunga durata. Amanda Murphy, studentessa laureatasi alla Carleton University, che si interessa di supereroi nazionalistici canadesi, trova significativo che gli eroi più popolari canadesi siano un team.

Il parziale successo di Alpha Flight alimenta la possibilità (teorica) che possano emergere supereroi patriottici di altre nazioni in un periodo storico di relativo declino degli Stati Uniti. Quando Simon e Kirby crearono Captain America gli USA erano in procinto di diventare la nazione più potente del mondo. Cosa potrebbe succedere se e quando il potere americano dovesse scemare?
Analisti politici esteri come Fareed Zakaria parlano di ‘mondo post-americano’. Un mondo siffatto avrà ancora bisogno di un Captain America? E potranno altri eroi patriottici emergere da nazioni dallo sviluppo inarrestabile come Brasile, India e Cina? Troppo presto per dirlo, ma un fattore va tenuto a mente: i fumetti non hanno più la centralità e l’attrativa (come strumenti da mercato di massa) che potevano avere nel 1940. Se Capitan Brasile o Capitan Cina faranno furore sarà tramite uno sfruttamento via videogiochi o film d’azione.

La nebbia della guerra

Mentre la guerra alla Germania nazista offriva una lettura morale limpida e semplificata, il coinvolgimento di Cap nelle guerre successive – Vietnam e Iraq – fu molto più problematico.

Nel 1973, mentre il conflitto in Vietnam stava rallentando, il teologo Robert Jewett diede vita ad una polemica contro ‘la sindrome di Capitan America': la tendenza a ridurre il mondo in semplicistici termini di bianco e nero, con gli Stati Uniti percepiti come la personificazione dei buoni valori e i suoi nemici come l’incarnazione di un male infernale. Sebbene Jewett riconoscesse le radici bibliche di questa visione, riteneva che i principali emblemi contemporanei di questa linea di pensiero fossero gli eroi come Captain America.
Come sostengono recenti studiosi, Jewett aveva ragione solo parzialmente. E’ fuor di dubbio che il supereroe sia stato spesso un vuoto involucro da riempire con un nazionalismo irriflessivo, particolarmente nelle storie degli anni Cinquanta che vedevano in azione un Captain America schianta-comunisti.
Nonostante questo, non pochi artisti sono riusciti ad usare Cap per offrire una visione dell’identità nazionale e dei costi della guerra più ricca di sfumature contradditorie.

Sia Jack Kirby che Joe Simon combatterono nella Seconda Guerra Mondiale. Kirby, in particolare, vide violente battaglie negli strascichi dell’invasione in Normandia. Nel 1960 avrebbe poi fatto coppia con Stan Lee per rivitalizzare il personaggio caricandolo peraltro dei sensi di colpa susseguenti alla morte della sua spalla Bucky. Visto il passato di Kirby è difficile non intuire un elemento autobiografico nelle storie di Cap, rappresentato come un supereroe afflitto da un tragico disordine post-traumatico.

Nel 1972 lo scrittore Steve Englehart subentrò ai testi della serie e usò il fumetto per prendere di mira il disordine politico dell’epoca. “Scrivevo di un uomo (Capitan America) che credeva nei più alti ideali dell’America in un momento in cui il Presidente del suo Paese era un lestofante” dice Englehart sul suo sito web. “Non potevo ignorarlo.”
Comprendendo alfine che la sua fede nel governo americano era male indirizzata, Steve Rogers rinunciò alla sua identità segreta nel 1974 per diventare Nomad. “C’è stato un momento durante il quale la nazione fronteggiava un evidente aggressore e la sua popolazione reagì unita contro di esso” spiega Englehart. “Ora, nulla è più così semplice. Gli americani hanno molti obiettivi. Alcuni dei quali completamente opposti agli altri!”


Alto tradimento

Come nota il professor Costello, la sequenza di episodi scritti da Englehart ha ispirato più di un recente scrittore tra quelli che hanno usato Cap per esplorare i dilemmi attuali del potere americano. Scrittori e artisti come Mark Waid, John Cassaday e Ed Brubaker hanno tutti usato Captain America per fare affermazioni metaforiche sulla politica contemporanea. “Waid ha riproposto la versione di Englehart spogliando Cap della sua cittadinanza per aver sfidato le politiche del governo inseguendo il suo ideale di giustizia” dice Costello. “Cassaday (con lo scrittore John Ney Reiber) evidenzia la necessità di evitare gli stereotipi razziali sulla scia dell’11 settembre grazie alla protezione che Cap offre a degli arabo-americani, ma spinge altresì per una comprensione più attenta delle origini del terrorismo e del sentimento anti-americano suggerendo che i terroristi potrebbero avere del motivato rancore nei confronti degli USA.” Brubaker ha invece firmato una discussa storyline nella quale Cap sembra esprimere delle perplessità riguardo al movimento Tea Party.

Sul periodico conservatore National Review online, nel 2003, il critico cinematografico Micheal Medved fa riferimento al Capitan America odierno definendolo un “traditore” che pare “disilluso, amareggiato e sorprendentemente comprensivo con i terroristi.” Per certi versi, peraltro, l’uso del personaggio per intervenire nel dibattito politico attuale è in linea con lo spirito delle prime storie, molto controverse per l’America isolazionista di quel periodo. Come ricorda Simon: “Dopo l’uscita del primo numero ricevemmo un notevole numero di lettere minatorie e cariche d’odio. A qualcuno non piacevano i valori per cui Cap combatteva.”

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