“Maledetti Fumetti!” di David Hajdu, rivisitato

di Jeet Heer

traduzione di Andrea Pachetti

Presentiamo uno scritto di Jeer Heer sul saggio Maledetti Fumetti di David Hajdu, pubblicato in Italia da Tunué. L’articolo è originariamente apparso sul sito ComicsComics.

Viene qui presentata la mia recensione per “Maledetti Fumetti!” di David Hajdu, pubblicata originariamente nel Globe and Mail il 22 Marzo 2008. La recensione è poi accompagnata da un breve post scriptum.

MALEDETTI FUMETTI!

Come la grande paura per i “giornaletti” cambiò la società statunitense

di David Hajdu

Dando credito a Ray Bradbury, i libri bruciano alla temperatura di 451 gradi Fahrenheit; i vecchi albi a fumetti, stampati su carta assai economica, prendono fuoco ancora con maggiore facilità. Tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50, migliaia di giovani americani scoprirono quanto i loro fumetti potevano risultare infiammabili. Istigati da genitori, insegnanti e difensori della religiosità e del patriottisimo come la Chiesa Cattolica e l’American Legion, moltissimi ragazzini (talvolta spontaneamente, ma più spesso con riluttanza) hanno partecipato alle rievocazioni del Falò delle Vanità nei cortili scolastici, dando alle fiamme fumetti dell’orrore e del crimine che, presumibilmente, avevano il potere di corrompere la loro innocenza e trasformarli in delinquenti giovanili. (E’ molto probabile che, in modo abbastanza appropriato, tra i fumetti bruciati vi fossero delle copie delle serie Weird Science e Weird Fantasy della EC Comics, dove erano pubblicati anche adattamenti delle storie di Ray Bradbury.)

Il movimento anti-fumetti del dopoguerra, un’incredibile esplosione d’isteria indotta dai media, ha avuto origine degli Stati Uniti, ma con ripercussioni in molti altri paesi, tra cui l’Inghilterra, il Messico, Taiwan, le Filippine e il Canada. Nel 1949 E. Davie Fulton, un promettente candidato Primo Ministro della British Columbia, riuscì a far passare in Parlamento un progetto di legge di un deputato, per vietare i “crime comics” dal nostro dominio incontaminato [Jeet Heer è appunto canadese, NdT]. Gli sforzi di Fulton furono assai lodati da un bambino di 10 anni di Baie-Comeau, Brian Mulroney, che tenne un discorso con cui vinse dei premi, nel quale denunciava proprio i “crime comics”. (Mulroney, poi, sarebbe divenuto Primo Ministro del Canada dal 1984 al 1993).

L’incursione di un giovanissimo e inesperto Mulroney nella politica conservatrice era un trasparente tentativo di tradimento per ottenere un ricompensa dalle figure autoritarie, condannando proprio quelle letture che molti suoi coetanei amavano. (Curiosamente, Fulton in seguito assumerà la figura di mentore per Mulroney.)

Nel 2008, è difficile credere che gli albi a fumetti potessero essere al centro di aspre dispute politiche, ma agli inizi della Guerra Fredda i comics erano un tema controverso quanto il comunismo. Nel suo magnifico saggio di storia culturale “Maledetti fumetti!”, il critico americano David Hajdu porta di nuovo a galla questo dibattito ormai scarsamente ricordato, mostrando la feroce lotta contro i fumetti come un’importante battaglia nella guerra culturale nei confronti della gioventù e della libertà, guerra che continua a imperversare anche ai giorni nostri.

Copertina dell’edizione americana, by Charles Burns

Gli albi a fumetti sono nati negli Stati Uniti della Grande Depressione, come una versione popolare e pacchiana dei più rispettabili supplementi domenicali, pubblicati allora sui quotidiani. All’inizio questi albi non facevano altro che ristampare e imitare gli ormai affermati personaggi delle strisce a fumetti, come Buck Rogers e i Katzenjammer Kids [conosciuti in Italia anche come Bibì e Bibò, NdT], ma alla fine degli anni ’30 un gruppo di giovanissimi aspiranti autori prese in mano questo mezzo; spesso erano solo dei ragazzini senza alcuna altra forma di prospettiva lavorativa.

Questi fumettisti costituivano infatti un gruppo d’individui ai margini della società: molti di essi erano immigrati ebrei e cattolici di prima o seconda generazione; alcuni erano di colore; tra di loro c’erano anche giovani donne con spiccate doti artistiche, ma impossibilitate dall’imperante sessismo a lavorare per i giornali o le agenzie pubblicitarie. Ciò che li univa era dunque proprio la disperazione indotta dalla Depressione, capace di portare alla luce in “fantasie a quattro colori” tutti i loro sogni, ispirati dalla narrativa pulp. Sebbene lavorassero per editori improvvisati e in condizioni contrattuali di vero e proprio sfruttamento, per produrre gli sgargianti albetti venduti ai bambini per 10 centesimi, questi pionieri riuscirono a creare il pantheon di eroi che avrebbe definito ben presto tutta la cultura americana: Superman, Batman, Wonder Woman, Capitan America, Plastic Man e molti altri. E’ un mondo che viene ricreato superbamente nel romanzo di Michael Chabon “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, che ha vinto il premio Pulitzer nel 2001.

I primi fumetti erano davvero qualcosa di nuovo nella cultura giovanile: non solo erano scritti per i ragazzini, ma spesso erano scritti da ragazzini, o quasi. Jerry Siegel e Joe Shuster avevano entrambi 19 anni quando crearono Superman, ed effettivamente erano un po’ più anziani di molti dei loro colleghi di allora. La durezza dell’adolescenza definì l’estetica di queste opere, che spesso erano grezze, chiassose, irriverenti, violente e sessualmente provocatorie. Nelle loro avventure iniziali, Batman usava una pistola per giustiziare i propri nemici e Wonder Woman legava i suoi avversari con un armamentario sadomaso che avrebbe fatto l’invidia di ogni dominatrice.

E con l’avanzare dell’età, non è che i fumettisti necessariamente maturassero. I comics fiorirono nei quartieri periferici dei mass-media, assai lontani dalle zone rispettabili governate da Time Magazine e dal Saturday Evening Post. Molti dei primi editori erano specializzati anche in riviste per ragazze, libri di barzellette “sporche” e violenti pulp. In un ambiente come questo ovviamente gli autori rimasero dei naturali outsider: etnicamente, esteticamente, socialmente ed economicamente avevano davvero poco in comune con i convenzionali elementi della middle-class che, con un falso stereotipo, avevano definito i primi anni del dopoguerra.

Dopo i supereroi, la nuova grande tendenza fu quella dei fumetti del crimine (crime comics), che apertamente predicavano il messaggio secondo il quale “il crimine non paga” ["Crime does not pay" era il nome di una delle più importanti testate del genere, NdT], mentre di nascosto esaltavano il gangster di turno per aver infranto tutte le regole, consolidando la fama dei fumetti come forma d’arte fuorilegge. E quando politici come Fulton e il giovane Mulroney iniziarono a denunciare i crime comics venne alla luce un genere ancora più controverso. Sotto la folle guida di William Gaines, la EC Comics iniziò a pubblicare fumetti horror, pieni di raccapriccianti storie visceralmente potenti, con assassini armati d’ascia, zombie e cadaveri smembrati. (Molti scrittori e registi famosi – tra i quali Stephen King, George Lucas, Steven Spielberg e John Carpenter – sono cresciuti leggendo questi fumetti e, in tutta la loro vita artistica, hanno tratto ispirazione dalla fantasia sanguinolenta e dall’audacia trasgressiva degli EC Comics.)


Le linea di fumetti horror della EC, realizzata con testi colti e disegni eleganti, era all’opposto rispetto alla tipica immagine stereotipata della cultura anni ’50, una celebrazione à la Ozzie & Harriet [nota sitcom familiare di quel periodo, NdT] di conformismo e mitezza suburbana. Un altro titolo altrettanto sovversivo prodotto dalla EC fu Mad: un albo a fumetti tumultuosamente satirico, che si è poi evoluto in rivista proprio per tenere a bada la censura. Come suggerisce Hajdu, la ferocia dei primi fumetti prefigurò la successiva ribellione della musica rock: “Elvis Presley e Chuck Berry hanno aggiunto la colonna sonora a una scena creata nei fumetti.”

Questi albi erano genuinamente offensivi; molti di essi rimangono scioccanti anche al giorno d’oggi e non c’è da sorprendersi se le forze della maturità e della responsabilità lanciarono allora una controffensiva. Il movimento anti-fumetti riuscì a costituire un’allenza molto eterogenea: gruppi di genitori, forze di polizia, chiese, politici e psichiatri. La condanna dei fumetti è stata un’area nella quale persino i conservatori e i comunisti potevano andare d’accordo tra loro (in Inghilterra e in Francia ad esempio i partiti marxisti hanno guidato la spinta offensiva contro il mondo dei fumetti).

Il leader intellettuale di questa alleanza fu lo psichiatra Fredric Wertham, americano nato in Germania. Come molti dei primi fumettisti anche Wertham era un immigrato, ma non era venuto fuori dai ghetti dell’Europa orientale o dai quartieri popolari di New York. Era un rappresentante della cultura alta europea, e temeva che la barbarie del fascismo potesse rinascere anche negli Stati Uniti. Superman ricordava a Wertham il concetto di Übermensch esaltato da Nietzsche e del quale Hitler si era appropriato.

Basandosi sugli studi clinici effettuati in un ospedale di carità di Harlem, Wertham sostenne che quasi tutti i fumetti raggiravano l’immaginazione dei bambini normali e ispiravano i più vulnerabili tra loro a diventare criminali. Peraltro, nel denigrare i fumetti Wertham usava un linguaggio audace e sfrenato, proprio simile a quello che si poteva trovare in una qualunque storia di Batman. “Penso che Hitler fosse un principiante, rispetto all’industra dei fumetti”, ha detto una volta.

Wertham aveva ragione? Ancora oggi ha i suoi strenui difensori, tra i quali Bart Beaty, un professore di comuncazione all’Università di Calgary, che definisce Wertham uno studioso progressista che si è preoccupato della “parte più indifesa della società americana del dopoguerra, cioè i bambini”. Il nuovo libro di Hajdu, scritto in modo brillante e basato su centinaia di interviste sia con autori e lettori di fumetti, sia con i loro oppositori, funge da potente memoriale contro Wertham e i suoi alleati. Come fa notare Hajdu, le voci dei bambini e degli autori si persero nella rumorosa cacofonia del movimento anti-fumetti.

I ragazzini adoravano in particolare proprio quei fumetti che Wertham e seguaci consideravano più dannosi, in parte perché possedevano il vero spirito ribelle della gioventù. L’immaginazione infantile non è nutrita solo da storie sane e didattiche, ma anche dai racconti di sangue e vendetta, grazie ai quali il bene e il male prendono letteralmente vita. I bambini hanno bisogno di mostri e demoni, tanto quanto necessitano di genitori e insegnanti.

Wertham intitolò il suo bestseller polemico del ’54 la Seduzione dell’Innocente. Ma il fatto è che nessun bambino, nessun essere umano è completamente innocente: i roghi di fumetti condotti da suore virtuose e veterani di guerra furono traumatici come le scene che si potevano trovare nei peggiori albi.

La guerra tra bambini e adulti è antica quanto la specie umana. E’ una lotta singolare che viene perpetuata generazione dopo generazione, sempre con risultati ironici. I bambini che leggevano fumetti horror negli anni ’50 sono ormai prossimi alla pensione. Alcuni di loro inorridiscono di fronte ai videogiochi e a Internet; altri spendono migliaia di dollari a caccia delle ultime copie rimaste di quei fumetti che erano stati bruciati durante la loro gioventù.

* * *

Post scriptum (2010):

1. Non ho molto da aggiungere: penso ancora che quello dii Hajdu sia un libro eccellente e uno degli scritti di massimo livello nella storia dei saggi sui fumetti. E’ frutto di una superba ricerca che latita nella maggior parte degli altri scritti su questo tema, sia che si tratti di testi accademici oppure realizzati da fan: ogni affermazione del libro è documentata e basata su ricerche d’archivio oppure interviste (la maggior parte delle quale sono originali). Un modo di apprezzare il lavoro di Hadju è confrontarlo con un altro bel volume, “Men of Tomorrow” di Gerard Jones. Il libro di Jones è molto potente, e in effetti può essere visto come un testo fondamentale per giungere a nuovi percorsi di studio in ambito fumettistico, ispirando una gran quantità di ricerche su argomenti come Siegel e Shuster e il nesso sussistente tra l’immigrazione ebraica e i fumetti. Sebbene abbia aperto una via verso ricerche più approfondite, il libro di Jones può anche essere visto come il culmine di una vecchia scuola di studi “da fan”. Per i miei gusti, Jones fa troppo affidamento sul sentito dire e la tradizione orale del settore, sebbene l’evidente mancanza di fonti e risorse del tempo renda comprensibile perché si sia basato così tanto sulla storia non scritta. Hadju rappresenta un passo in avanti rispetto a Jones nell’uso accurato delle fonti (e ora che così tante lettere e documentazioni legali sono venute alla luce, i futuri storici dovranno seguire il modello di Hadju, riferito al testare la storia orale mediante le fonti primarie).

2. Il lungo saggio-recensione di R. Fiore (su TCJ 294) e l’intervista con Hajdu (su TCJ 296) sono entrambi documenti molto validi e utili supplementi per il libro.

3. Vi sono dei punti deboli nel lavoro di Hajdu? Come R. Fiore, ritengo che sia stato un po’ troppo sbrigativo nei confronti dei fumetti umoristici, che erano un pilastro dell’industria tanto quanto i supereroi o i fumetti dell’orrore. Dal libro non si evince che molti più bambini leggevano i fumetti della Dell, inclusi i migliori lavori di Barks e Stanley, rispetto a quanti si dedicavano agli EC. E molti ragazzi, come il giovane Crumb o S. Clay Wilson, li leggevano entrambi.

4. Avrei gradito da parte di Hadju una visione più internazionale della sua analisi. La paura per i fumetti è stata davvero di portata transnazionale, manifestandosi in Messico, Inghilterra, Giappone, Canada, le Filippine e in altri paesi ancora. Un paio di paragrafi sulla natura globale del fenomeno avrebbe dato una risonanza ancora maggiore al tema.

5. Si sarebbe potuto dire di più sugli sforzi dei disegnatori “sani” (i ragazzi che si occupavano delle strisce della NCS e Dell) atti a prendere le distanze dai fumetti dell’orrore. Anche questo tema è stato soggetto a un mutamento storico. Nel 1948 sia Harold Gray che Al Capp avevano difeso i fumetti del crimine e, a modo loro, avevano criticato il movimento anti-fumetti. Ma dai primi anni 1950 personaggi come Walt Kelly e Caniff erano dalla parte della censura. Perché questo cambiamento?

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8 risposte a ““Maledetti Fumetti!” di David Hajdu, rivisitato

  1. Bellissima recensione! Sono ancor più contento di aver ordinato al mio fumettaio il libro di Hadju :)
    E’ stata un’ottima idea quella di rendere disponibili per la lettura le prime pagine di “Maledetti Fumetti!” (su issuu(dot)com, grazie alla Tunué): grazie a ciò ho immediatamente ordinato il volume.
    Un caro saluto. E questo blog diventa sempre più bello e interessante (e indispensabile!) :)

  2. che copertina inquietante! O__o

  3. lavoro davvero interessante. credo che affrontero quanto prima la lettura di questo saggio

  4. L’anno scorso ero intenzionato a comprare il volume in lingua inglese, ma poi ho preferito attendere l’edizione italiana (presa a Lucca Comics) proprio per premiare la traduzione di questo importante saggio, relativo a un tema fondamentale per l’evoluzione del mondo del fumetto ma comunque molto “di nicchia”.

    Speriamo presto di poter presentare in questa sede altri contributi relativi a Wertham, al Comics Code e alla censura fumettistica: è un tema che personalmente trovo tra i più affascinanti. Come afferma giustamente Jeet Heer, questo fenomeno non è altro che una battaglia sociale nell’infinita lotta generazionale tra due mondi: quello “adulto” e quello “giovane”.

    Non so se sia il caso di accennare a eventi recentissimi, ma anche nella recente tragedia norvegese diversi media tradizionali si sono affrettati a far notare che il folle era un videogiocatore, confondendo al solito cause ed effetti con sciocca superficialità.

    In fondo, non vedo molta differenza rispetto a un Wertham anni ’50, che si accaniva contro i cattivi maestri colpevoli di fare il lavaggio del cervello alle menti innocenti, invece di trovare le reali cause di un disagio (sociale, psicologico, mentale), che nei casi più gravi possono portare anche a dei gesti abominevoli.

  5. Bisognerebbe scrivere un libro del genere per parlare delle crociate anti-fumetti in Italia, tenute tanto da Togliatti e da Nilde Iotti che da Amintore Fanfani e Oscar Luigi Scalfaro.

  6. Dice bene Paolo Motta, sottolineando anche un fatto citato da Heer, secondo il quale l’odio verso i fumetti era capace di conciliare paradossalmente anche qui fazioni politiche contrapposte (nel nostro caso, comunisti e democristiani).

    Nel dopoguerra italiano a un intellettuale illuminato come Vittorini si contrapposero ad esempio gli strali lanciati sul periodico Rinascita di Togliatti e della Iotti, che riecheggiavano peraltro in alcuni punti le tesi di Wertham. La successiva risposta dello scrittore Rodari non fu probabilmente sufficiente a contrastare quello che fu di fatto un diktat culturale.

    Sarebbe interessante che questi documenti fossero presenti integralmente in rete, magari con un’analisi politica sui tentativi (dal ’51 in poi) verso una legge sul controllo preventivo della stampa per ragazzi, che portarono comunque alla strutturazione di una specie di “comics code italiano”, il marchio “garanzia morale”.

  7. …”comics code italiano” che venne prontamente – e fortunatamente aggiungo – disatteso dai fumetti “neri” degli Anni 60 :)
    Ecco, anche quel periodo sarebbe interessante da analizzare, anche solo raccontare per chi all’epoca non c’era o era troppo giovane per comprendere.
    Ho terminato la lettura del libro di Hajdu, che ho letto con grandissimo interesse e piacere, non inficiati dalle giuste e condivisibili osservazioni di Matteo Sanfilippo (postfazione).
    Una lettura consigliata.

  8. L’argomento della censura italiana è stato trattato anche nel volume VARCHI COMICS, DIABOLIK E I FUMETTI NERI uscito da poco e reperibile presso il Diabolik Club:

    http://www.diabolikclub.it/Catalogo/novita.htm

    Dovrebbero essercene ancora alcune copie disponibili direttamente presso il circolo VARCHI COMICS di Montevarchi a un prezzo leggermente più conveniente richiedendoglielo per via diretta qui:

    http://www.cfnbenedettovarchi.it/index.html

    Se dovessero averli finiti e ve ne occorresse una copia, io ce l’ho doppia.
    giuliano_gori@tiscali.it

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