Intervista ad Alejandro Jodorowsky

traduzione di Giulia Nobilini

Questa intervista, condotta da Jay Babcock, è stata pubblicata originariamente su Arthur Magazine nel febbraio 2010.
-AQ 

D: Stai lavorando ad un numero tale di progetti che sarebbe impressionante per una persona di qualunque età. Dove trovi tutta questa energia?

ALEJANDRO JODOROWSKY: L’energia mi viene dal sapere che morirò presto. Sono vecchio. Ho così tante cose da fare, così ogni giorno cerco di diventare più veloce in modo da riuscire a farle! Non voglio morire prima di aver realizzato tutto ciò che desidero.

D: Sei famoso come regista, ma hai passato gli ultimi 25 anni a scrivere fumetti, non a realizzare film …

A.J.: Tutto ciò che non posso fare nei film, lo trasferisco nei fumetti e nella scrittura. Faccio fumetti perché penso sia una forma d’arte importante come potrebbe esserlo un film, un quadro o una poesia. Il romanzo a fumetti è una cosa fantastica. Per quattro o cinque anni, ogni domenica, disegnavo una pagina, una storia completa. Ma era molto elementare. Quando vidi Moebius disegnare, io smisi di farlo. E non succederà mai più. Moebius, Boucq, Bess, Juan Gimenez, Beltran — sono dei geni. Come fanno a disegnare così? E’ un miracolo. E quando vedi un lavoro di Travis Charest? E’ incredibile . . . una specie di mostro!

Moebius, un’illustrazione da “Incal”

D: Quando lavori ad un film, sei presente ad ogni stadio: scrittura, progettazione, regia, montaggio e così via. Ma nel caso dei fumetti, tu scrivi una sceneggiatura e poi la passi a qualcun altro.

A.J.: No, non funziona proprio così. All’inizio, prima di cominciare a lavorare insieme a un artista a una serie, voglio vedere i suoi disegni. Se mi piacciono, allora posso scrivere per lui. Perché provo dell’ammirazione per quella persona! In seguito, intrattengo una lunga conversazione con lui per conoscere cosa gli piace disegnare, qual è il suo progetto preciso [per la serie]. Mentre parla con me, inizio a vederlo, a percepire il suo profilo psicologico . . . Invado la sua anima. La esploro. Vado a fondo per capire chi è. Com’è fatto. Poi discuto con lui un’idea per la storia. Mi dà molti spunti ed io annuisco. Poi torno a casa e scrivo la mia storia, giurandogli di aver usato ogni cosa mi abbia suggerito. Ed è contento perché sto lavorando con lui. Non con la sua idea — ma con i suoi sentimenti.

D: Dunque c’è una collaborazione costante con l’artista?

A.J.: Sì. Costante. Con Boucq, ad esempio, per Bouncer, ci sentiamo al telefono ogni sera. Io gli chiedo, “Che cosa hai disegnato oggi? Cos’hai provato nel farlo?” A volte mi risponde: “In questa scena, sento che questo personaggio non può comportarsi in questa maniera,” e poi ne discutiamo. Se non gli piace una cosa o non riesce a farla, costruisco una nuova scena, simile, ma che sia nelle sue corde. Sono affascinato da queste storie. Per me non è solo un lavoro che mi permette di guadagnare soldi. E’ qualcosa di creativo, capisci?

Boucq, particolare da “Bouncer”

D: Ti piace rischiare nel tuo lavoro?

A.J.: Sì . . . Ad esempio nella Casta dei Meta-Baroni. Tutti i volumi si concludono con una crisi irrisolvibile. I personaggi hanno dei problemi. L’individuo non ha testicoli; tuttavia ha bisogno di avere un figlio. E come? Impossibile. Aspetto … aspetto … E poi, pian piano — sì! — la soluzione arriva. E’ una sorta di “medianità,” una specie di ispirazione. D’improvviso un’idea mi colpisce. Poi, quando inizio a scrivere, le parole cominciano a fluire! E’ come quando sei fotografo, immergi la carta nell’acido e lentamente l’immagine comincia ad apparire. E’ esattamente così.

D: Riesci a sentire quando sta per accadere?

A.J.: Non soffro quando scrivo. Ma quando sto per cominciare una nuova serie, un nuovo albo, per tre giorni non faccio assolutamente nulla. La sola cosa che riesco a fare è guardare film, la televisione oppure leggere . . . Perché sono come paralizzato! Poi, tutto d’un tratto, [con un sospiro di sollievo] l’idea arriva. E dico grazie, perché sono riconoscente. Sono davvero riconoscente per aver ricevuto l’idea. Io però non creo nulla. Non sono un creatore. Accolgo l’ idea.

D: Da dove pensi che arrivi?

A.J.: Dall’inconscio. Viene direttamente da lì. Penso che l’inconscio sia un universo gigantesco, non trovi? E quando gli apri le porte, inizi a percepire. A volte quello che ottieni è solo una visione terribile di te stesso: desideri che non vorresti provare, idee che detesti, sentimenti che ti feriscono. Quando apri la porta, vedi te stesso in modo molto strano, come un bad trip sotto LSD. Puoi farlo. E sperimentare tutto l’inferno e il paradiso, no? Bisogna trovare il coraggio per aprire le porte.

Bess, pagina da “Juan Solo”

D: E poi arriva il momento di usare quello che passa attraverso la porta, non importa quanto terribile o strano …

A.J.: Sì! Mentre stavo lavorando a Juan Solo, la scrittura procedeva tranquillamente quando all’improvviso esclamai, “Ha una coda da gatto. Non è possibile! Questo cambierà tutta la mia storia, tutti i miei personaggi. Cosa posso fare!” E [il mio intuito mi disse] “Credimi, deve essere fatta così.”

Q: Sei un esperto di tarocchi. Riesci a trovare un legame tra fumetti e tarocchi?

A.J.: Certo, perché i tarocchi sono la lingua dei tedeschi, degli americani o degli spagnoli. E’ un linguaggio ottico. Non è necessario essere dei maghi, si può essere comunque in grado di leggerli e si può imparare a potenziare il proprio sguardo. Con i tarocchi, hai disegni e parole insieme e puoi leggerli. Sai, ad alcune persone piace giocare a scacchi; altre giocano a carte. A me personalmente piace leggere i tarocchi. Mi diverto. Ogni mercoledì faccio letture di tarocchi per 20-30 persone. Io rispondo solo a problemi legati al presente. Non vedo il futuro. Non credo nel futuro! E’ un esercizio per la mente, perché è qualcosa di lontanissimo dalla razionalità. Ti stimola l’intuito.

E quando passi anni a cercare di sviluppare il tuo occhio, alla fine riesci a creare tutto questo. Diventa semplice immaginare pagine, una storia, l’arte, i fumetti. Guarda cosa sto scrivendo nella Casta dei Meta-Baroni: una saga straordinaria! E’ eccezionale. Sorprende pure me.

D: Alla fine degli anni 60-70, in particolar modo nel periodo vicino all’uscita della Montagna Sacra, parlavi spesso, durante le interviste, dei tuoi tentativi di liberarti dal tuo ego.

A.J.: Sì. In principio, lo speravo. Ma non è possibile. Non si può perdere il proprio io. Sì può domare però. Quella di liberarsi del proprio ego è solo una leggenda — non è verità. Persino Buddha ha un ego!

Trailer de “La montagna Sacra”

D: E come è possibile domarlo?

A.J.: Soffrendo. La vita è piena di sofferenza. E di gioia. Ma quando inizi a comprendere la sofferenza, comprendi anche che non sei tu il centro del mondo. Sei un centro, ma non l’unico. Ognuno di noi è un centro dell’universo. L’errore sta nel pensare “Sono io il centro.” E non la persona che mi sta a fianco. Inoltre, è importante riconoscere il proprio valore, non essere una persona che dice, “Non sono il centro di tutto, non sono niente. Proprio niente.” Bisogna cercare di limitarsi da un lato e di crescere dall’altro. E’ questo il Lavoro.

E ancora, occorre imparare a vedere se stessi con obiettività: come vedi un albero o un gatto, allo stesso modo dovresti vedere te stesso. Ogni sera accarezzo mia moglie prima di dormire. E poi, provo a vedermi. [Come se si guardasse allo specchio] dico: “Che cos’è questo? Chi sono io? Sono un corpo dotato anche di spirito o sono uno spirito dotato anche di un corpo?” E a poco a poco mi ritrovo a pronunciare queste parole: “Sono uno spirito dotato di corpo.” Poi dico ancora: “Cosa sto dicendo? Sono il prodotto di questo corpo. Non amo questo corpo. Non mi piace la mia pancia, non sopporto i miei capelli bianchi.” Ma questa cosa così terribile, questo vecchio, sta creando uno spirito bellissimo! E’ questo corpo che lo sta plasmando! E per questo deve essere rispettato.

Senti, per tanti anni ho commesso un errore. Pensavo che essere umile significasse nascondersi, non mostrare a nessuno di valere qualcosa. In realtà essere umili è accettare se stessi. Parlo così come sono in realtà.

Sono una leggenda nazionale in Cile. Lasciai il paese prima di Allende e ritornai dopo Pinochet. Pubblicarono i miei libri e mi invitarono alle convention. Il Cile è molto chiuso — è come un’isola — quando un cileno va alla scoperta del mondo e riesce a realizzare delle cose, gli altri cileni restano sbalorditi; è così che diventi una leggenda. Fanno la fila per strada … ragazzini che mi fermano e mi chiedono consigli … ed io do loro delle risposte. In questo momento, è molto difficile non avere un ego, no?

 Una “Fabulas Panicas”, da un serie di fumetti che Jodorowsky scriveva e disegnava negli anni ’60

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5 risposte a “Intervista ad Alejandro Jodorowsky

  1. disegno. Mi farebbe immenso piacere vedesse i mie lavori.

  2. A parte alcune delle sue idee, decisamente troppo “strane” per me, apprezzo moltissimo Jodorowsky, sia come regista che come fumettista. E’ davvero “ispirato”… e anche le sue idee “troppo strane” sono comunque stimolanti.
    Ho visto da ragazzino sia El Topo che La Montagna Sacra: mi scioccarono. Rivisti da adulto… mi scioccano ugualmente ogni volta (li rivedo periodicamente, ogni qualche anno), ma mettono in moto i neuroni, sempre e può capitare che qualche “porta” in effetti si dischiuda :)
    Un grande personaggio!

  3. Un personaggi che non riesco a sopportare. Come regista è mediocre, come fumettista ha avuto fortuna, come persona lasciamo perdere: mi sembra la Vanna Marchi dei Radical Chic.

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