Archivi del mese: aprile 2011

Chris Ware ricorda Bill Blackbeard

di Andrea Queirolo

Bill Blackbeard (1926-2011)

Saggista, scrittore, editore, fondatore della San Francisco Academy of Comic Art, ma sopratutto uno dei più importanti collezionisti e conoscitori di strisce mai esistiti. Bill Blackbeard è morto il 10 marzo scorso, ma la notizia è stata data solo in questi giorni.
Così se ne va colui che più di tutti ha preservato e fatto arrivare ai giorni nostri tutte quelle storie che solo ora innalziamo sul piedistallo e le classifichiamo come capolavori.
Negli anni ’60 scoprì che le biblioteche stavano mandando al macero i quotidiani dopo averli passati su microfilm e allora capì il pericolo che stavano correndo le strisce: sarebbe finite presto dimenticate.
Alla sua richiesta di poter avere i giornali che venivano buttati via le biblioteche risposero che potevano essere donati solo ad una istituzione.
Fu così che Blackbeard fondò la San Francisco Academy of Comic Art e cominciò quel lavoro di preservazione che portò avanti per più di cinquant’anni.
Ricordato per aver ridato splendore alle strisce con il suo lavoro più famoso, l’antologia  Smithsonian Book of Newspaper Comics (solo una delle centinaia di pubblicazioni cui ha messo mano), Blackbeard ci ha lasciato in eredità un patrimonio che va ancora largamente riscoperto.

Di seguito come lo ricorda Chris Ware:

Da studente universitario e aspirante fumettista, il libro più spesso aperto sul mio tavolo da disegno è stato il pesante Smithsonian Book of Newspaper Comics di Blackbeard and Williams. Per anni sono stato indotto a credere da vari appassionati di fumetto che l’apice del successo del medium fossero stati i libri della EC degli anni 1950, ma dopo aver scoperto l’antologia Smithsonian, è diventato fin troppo chiaro per me come i veri geni originali del mezzo siano stati i disegnatori pre-cinema dei supplenti domenicali usa e getta di mezzo secolo prima. Come un  testo di storia generale, il libro bilancia in parti uguali una necessaria inclusività a tutto tondo con una raffinatezza estetica altrimenti leggermente insistente, come un funambolico atto di cura: riporta tutto, pur consentendo ai grandi di risaltare. Se la scelta di un paio di esempi rappresentativi di Krazy Kat e Little Nemo è già abbastanza difficile, cosa ne dite dell’introdurre Gasoline Alley e Polly and Her Pals ad un pubblico nuovo, per non parlare dello scoprire i lavori sconosciuti di George Luks e Lyonel Feininger? Ancora meglio, le strisce sono state presentate in un formato adeguato, ampio e a colori che al tempo deve essere stato straordinariamente costoso, ma che ha permesso alle loro composizioni complesse ed intricate di essere veramente riapprezzate; le precedenti ristampe miravano a compattare il testo come in un elenco, amputando le singole vignette e congelandole in bianco e nero, come fossero poco più che piccoli souvenirs di un’ingeniutà sorpassata a cavallo del 19 e 20 secolo. (Per inciso, uno dei motivi per cui ho accettato di progettare la serie di “Krazy e Ignatz” è stato che il Sig. Blackbeard era il suo editor, ed essere invitati a contribuire l’ho considerato un onore personale.) Dedicando la sua vita alla conservazione e alla localizzazione di questi supplementi e pagine quasi estinte, Bill Blackbeard ha salvato un’arte americana dal pericolo di certi uomini spazzatura, dai bibliotecari e dalla luce ultravioletta in modo che noi, le generazioni a venire, possiamo apprezzare la loro strepitosa bellezza, poco attraente e senza pretese. La striscia può essere stata usa e getta, ma il contributo della fondazione Bill Blackbeard per la comprensione di essa come arte è stato, e sarà sempre, senza tempo.

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Link al post originale

Una piccola veduta delle 75 tonnellate di quotidiani raccolti negli anni da Blackbeard.

Insuperabile

Iniziamo una collaborazione col blog The Panelist, dove pubblicano fra gli altri alcuni critici americani che ben conosciamo: Craig Fischer e Charles Hatfield.
Proporremo inizialmente i piccoli post domenicali di Craig Fischer, i cosiddetti Off-Panel, dove vengono riportate citazioni significative sul mondo del fumetto.

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Insuperabile
di Baru

traduzione di Danilo Guarino


Il suo nome era Jean-Marc Reiser, ed era un genio. Personalmente, lo considero come il genio dei fumetti.
Descriveva il mondo con dei feroci piccoli disegni, quasi dei graffiti.
Mi convinse che anche io potevo narrare quello che pensavo del mondo con i fumetti, tutto questo perché i suoi disegni sembravano facili da realizzare.
Iniziai a disegnare, come autodidatta, perché ovviamente non sapevo come disegnare, cercando di fare il meglio che potevo per imitarlo.
Naturalmente, mi resi subito conto di come sotto la sua semplicità lo stile di Reiser fosse in realtà ipersofisticato, inimitabile in ogni caso, e senza dubbio insuperabile. Reiser potrebbe essere paragonato nei fumetti a quello che è stato Jimi Hendrix per la chitarra elettrica.

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Link originale dell’articolo.

Baru, da “The Working Class and Comics: A French Cartoonist’s Perspective,” un saggio contenuto nell’antologia History and Politics in French-Language Comics and Graphic Novels (editata da Mark McKinneyUniversity Press of Mississippi, 2008), pagine 241-242.

Clowes sul termine “graphic novel”

di Andrea Queirolo

Hai detto che non ti importa molto del termine “graphic novel”.

Ho pensato che non avrebbe mai preso piede. E’ un termine tremendo. Non sono romanzi, la maggior parte di loro sono memorie, infatti. “Graphic” implica un romanzo illustrato, che non è quello che è. Ho pensato che la gente avrebbe detto: “E’ un fumetto, perché stai cercando di fregarci?”. Invece ha funzionato: “Graphic Novels” ora significa qualcosa di molto specifico. La gente sente queste due parole e le associa ad un tipo di libro che è generalmente adeguato. Mi arrendo, funziona. I ragazzi del branding hanno vinto.

Questo mi ricorda del personaggio in “Ice Haven” che descrive il graphic novel come un “rozzo pseudonimo commerciale”.

Mi sono divertito con quello. L’ho anche chiamato un “assemblaggio di immagine-scrittura”. Quando ho fatto il mio piccolo giro per promuovere il libro, due o tre persone introducendomi hanno esordito: “Tra i suoi molti assemblaggi di immagine-scrittura ci sono Ghost World …” — lo hanno subito preso molto sul serio. Non c’è speranza.

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Tratto da un intervista apparsa su Mother Jones.

Abbiamo parlato di Daniel Clowes anche nei seguenti articoli:

Clowes, intervista su “Wilson”
Appunti su Wilson

Ghost World: “Sei diventata una splendida giovane donna”
Wilson secondo Paul Gravett
Ice Haven: il romanzo a strisce
Dan Clowes al tavolo da disegno
Wally Wood e Daniel Clowes
Modern Cartoonist (il famoso saggio di Clowes tradotto per voi)


Un’intervista a Luciano Bottaro

Ogni persona a New York

di Andrea Queirolo

Curioso questo Jason Polan, un disegnatore che si aggira per New York cercando di ritrarre più gente possibile.
Al MoCCA Festival conclusosi recentemente ha disegnato alcuni fumettisti, mentre sul suo blog potete vedere tutti gli altri “istanti rubati” alla gente di passaggio. Se avete in programma un giro nella Grande Mela, mandate una email a Jason, vi farà un ritratto su appuntamento, o se avete fortuna lo potete incrociare all’angolo fra la quattordicesima e la ottava strada. Lo riconoscere dalla giacca gialla.

Seth e l’ultimo fumetto alternativo

di Andrea Queirolo


Copertina di “Weirdo” #2 del 1981, by Robert Crumb.

Il cosiddetto movimento alternativo fumettistico americano nasce negli anni ottanta sulla scia di quello underground sviluppatosi negli anni sessanta e settanta. Sulle orme di quegli artisti come Robert Crumb e Gilbert Shelton, che avevano rivoluzionato il modo di pensare e fare fumetto, una nuova generazione di autori si impose sulla scena dando vita agli alternative comic-books. Questi perseguivano le tematiche degli underground comix, fatte di droga, sesso e violenza gratuita, ma ampliavano i loro orizzonti verso aperture sperimentali e interazioni con altre culture.
L’esempio più importante è sicuramente Raw, edita da Art Spiegelman e Françoise Mouly, un’antologia che proponeva un approccio “intellettuale” e importava in america autori europei e asiatici. Lo stesso Robert Crumb, capendo che i tempi stavano cambiando, creò Weirdo, un magazine che, differentemente da Raw, manteneva un profilo più basso e proponeva le nuove invenzioni dei vecchi compari di Crumb affiancante a quelle di giovani autori emergenti. Queste riviste sono state il trampolino di lancio del fumetto alternativo che normalmente oggi viene definito come quello che si contrappone al fumetto supereroistico, e spesso identificato come fumetto indipendente o autoriale.
Fra gli autori più conosciuti di questo panorama troviamo: Dan Clowes, Chris Ware, Chester Brown, Peter Bagge, Seth, Joe Matt, Jessica Abel, Ivan Brunetti, Kaz, Charles Burns, Julie Doucet, Anders Nilsen, ecc…
Fra le case editrici che si sono fatte promotrici di questo movimento la Fantagraphics è sicuramente il punto di riferimento e quella che può vantare il maggior numero di serie pubblicate fra le quali voglio ricordare la più longeva ed importante che è sicuramente Love & Rockets dei fratelli Hernandez.


Copertina di “Love & Rockets” #21 (1987), by Gilbert Hernandez.

Ciò che accomuna questo movimento è la pubblicazione delle storie in formato comic-book (a volte autoprodotti), ma oggi, dopo quarant’anni e dopo tutti i cambiamenti che ha attraversato il business, Seth, uno dei maggiori esponenti di questa espressione, ha probabilmente messo la parola fine a questa grande e significativa cavalcata del fumetto americano.
Col ventesimo volume la sua serie Palookavile passa dal formato comic-book al formato volume cartonato, ampliandone la foliazione e i contenuti, ma soprattutto nello scrivere l’introduzione, Seth spiega la sua scelta e chiude un ciclo:

Benvenuti al nuovo Palookaville
di Seth

traduzione di Andrea Queirolo

Copertina di “Palookaville” #20 (2010), by Seth.

Esattamente quasi un anno fa, ho ricevuto una email dal Capo (della D&Q Chirs Oliveros) con la seguente domanda: “Cosa ne pensi dell’idea di prendere “Palookaville” e trasformarlo in formato libro semi-annuale, simile ad Acme e Love & Rockets?”
Non ero sicuro di cosa pensare. Era una domanda spiazzante. Tuttavia non avrebbe dovuto esserlo. Me la sarei dovuta aspettare. Intendo, dovevo immaginare cosa stava succedendo.

Anche se alla D+Q non mi informo mai riguardo le vendite, mi sembrava chiaro che probabilmente il formato comic-book di Palookaville non stava rendendo più alcun profitto. Infatti avevo notato che per gli ultimi numeri avevo ricevuto una risma abbastanza striminzita di “copie per l’autore”. Con Palookaville #18 chiesi addirittura più copie ma mi dissero che non ne avevano altre. Non fui abbastanza pazzo da intendere ciò come segno del successo – che le stavano vendendo così velocemente da averle esaurite. Ipotizzai invece che ora ne stavano stampando meno.

Seth, autoritratto.

Non è che non fossi consapevole del fatto che il formato comic-book stesse arrivando a una fine. Si è verificato un cambiamento (quest’ultima decade) nella vendita dei comic-book e la gente, semplicemente, non stava più comprando i comic-book “alternativi” – piuttosto stavano aspettando la raccolta in volume. I libri erano il “salutare modello del business” corrente. I libri sono quelli che vendono. Nel mio cuore sapevo che il Capo stava stampando il comic-book per farmi un favore. E so che se glielo avessi chiesto avrebbe continuato a farlo. Lui è una persona gentile, leale e questo lo apprezzo.

Ero straziato. Ho un sincero e perenne amore per il vecchio formato ad albo dei fumetti. Ci sono cresciuto, ed è il più semplice, sobrio e modesto formato che tu possa inventare. Ha così tante piacevoli interazioni. Ho sempre creduto che avrei continuato a pubblicare Palookaville come un comic-book per il resto della mia vita. Mi piacerebbe l’idea di avere cinquanta numeri del mio comic-book (anche se da come sto andando a rilento, al cinquantesimo numero sarei un uomo molto anziano).

La domanda del capo mi ha risvegliato e fatto ragionare – tutti i grandi fumetti alternativi erano conclusi (per un’ampia varietà di ragioni). Hate, Yummy Fur, Eightball, Yahoo, Dirty Plotte, Peepshow, Jim/Frank…erano tutti svaniti. Anche Love and Rockets si era trasformato in un grosso magazine brossurato. Solo Optic Nerve sembrava avere la forza di andare avanti. Non avevo realmente realizzato che tipo di razza morente eravamo. Ora stavo gettando la spugna anche io? Abbandonare il formato sembrava il piccolo tradimento di qualche cosa.

Particolare da “Palookaville” #20.

Ad essere onesti comunque, non avevo esattamente usato il formato comic-book per il suo più grande vantaggio. Forse i comic-books funzionano meglio quando sono storie indipendenti – che si esauriscono in un singolo numero. O forse funzionano meglio quando escono più di una volta all’anno! La maggior parte della durata di Palookaville, l’avevo usata per serializzare i miei “graphic novels”. E’ difficile creare una storia lunga tutta in un colpo solo e farla uscire un poco alla volta era il metodo che per me funzionava meglio. C’era un’epoca in cui i lettori di fumetti erano maggiormente disposti a procedere con questo approccio – seguendo lentamente la tua storia interminabilmente lunga finché non fosse finita. In seguito avrebbero anche comprato la raccolta in volume. Apprezzavo anche questo, ma credo proprio che quei giorni siano finiti.

Così ho riflettuto sull’offerta del Capo. E più ci pensavo, più mi piaceva. Invece di abbandonare il comic-book mi stavo concentrando su un formato che probabilmente c’entrava di più con quello che stavo facendo. Mi sono ricordato dei vecchi, meravigliosi tomi periodici del passato – American Heritage, il magazine di Horizon, quell’incredibile annurio di Flair, il Weekend Book del 1925…e il Saturday Book. Ah, il Saturday Book. Un volume annuale che conteneva un’abbondanza di cultura highbrow, middlebrow e lowbrow, pubblicato dal 1941 al 1975. Un oggetto meraviglioso. Il libro perfetto per donne antiquate e uomini di mezz’età. Io posseggo ogni volume.

“Saturday Book” #12 (1952).

Si, un periodico rilegato dovrebbe essere il formato ideale per presentare la varietà delle mie attività artistiche. Potrei pubblicare disegni presi dai miei sketchbooks, scrivere articoli, mostrare gli oggetti che ho creato e anche intervistare qualcuno se lo desidero. Potrei continuare a serializzare storie lunghe e allo stesso tempo offrire al mio pubblico lavori indipendenti che possono rendere l’intero affare più appetibile al lettore casuale. In effetti, il meno vincolante numero di pagine mi consentirebbe anche, in realtà, di presentare una porzione di storia più ampia. Con queste premesse sembra che Clyde Fans volgerà al termine in soli due volumi di questo nuovo formato. Sospetto che questo stesso cambiamento influenzerà il nome della mia prossima storia.

Così, tanti saluti formato comic-book. E’ stato bello conoscerti. Ti lascio senza rimpianti. E per quanto io (da vecchio anacronistico che sono) odio pronunciare queste parole: “Benvenuti lettori all’inizio di una nuova era.”.

Seth mentre dedica il suo volume “George Sprott”, che sarà pubblicato a giugno in Italia da Bao Publishing.

Il paradosso del fumetto che non paga

di Andrea Queirolo

George Bates e la sua visione del fumettista.

Fare fumetti non mi ha mai dato da vivere. Fu come sceneggiatore [di film] che mi guadagnai da campare.
I fumettisti non sono mai stati pagati tanto, ma negli anni ’60  niente costava tanto, così loro potevano vivere bene. Ora continuano a non essere pagati molto, e tutto è molto costoso.

Cosi dice il grande Jules Feiffer che, quando cominciò a collaborare con il Village Voice nel 1956, non fu pagato per anni; e così comincia questo articolo del Village Voice intitolato: “Se i fumetti sono così importanti, perché non pagano?”

Un articolo interessante che si interroga sul perché l’industria americana del fumetto, in particolar modo quella indipendente, sia così importante e affermata, ma allo stesso tempo poco proficua per gli artisti che vi contribuiscono.
In effetti, la sovraesposizione del termine graphic novel e il suo sapersi ritagliare una significativa fetta di mercato; l’esplosione al cinema dei film tratti da serie fumettistiche; l’introduzione delle tavole originali nei musei e il mercato sempre più in crescita fra i collezionisti; le fiere e le manifestazioni sempre più numerose e sempre più ricche di eventi e di partecipanti, farebbero pensare ad un business sano e fiorente, ma così purtroppo non è.


John Kovaleski, un autore di “Mad”, contribuisce all’articolo del Village Voice.

L’articolo del Village Voice è zeppo di testimonianze di artisti che ammettono di non riuscire a campare di solo fumetto: da Tony Millionare a Jessica Abel, da Kaz a Ted Rall, e solo per citarne alcuni.
Il nocciolo della questione è che molti fumettisti, anche quelli più affermati, sono obbligati a lavorare in altri campi.
L’articolo non offre particolari riflessioni su eventuali soluzioni, ma si limita a riportare testimonianze e casi. Sostanzialmente niente di nuovo sotto il sole, ma solo una situazione che via via diventa sempre più formale. D’altronde il settore dei comic book, o se vogliamo commerciale, negli ultimi anni ha subito pesanti flessioni e le testate più importanti continuano a vivere di costanti rilanci. Le stesse strisce sindacate hanno sempre meno spazio a disposizione sui quotidiani, e anche le avventure più famose e longeve sono state cassate (Little Orphan Annie), mentre altre vengono rinnovate fra l’indifferenza generale (Dick Tracy). Solo il settore dei volumi, grazie sopratutto al fenomeno graphic novel, sembra essere costante, ma sono pochi i casi di bestsellers, o meglio di longsellers (Bone, Scott Pilgrim).

Ora, è paradossale il fatto che il Village Voice abbia in programma un numero speciale dedicato ai fumetti, e che abbia annunciato di non voler retribuire alcuni autori. Strano ma vero, sembrava proprio essere così, senonché Tony Ortega, l’editore del giornale, probabilmente messo alle strette ha dichiarato che alla fine pagherà il compenso a tutti:

Volevo avere un grande numero speciale sui fumetti, ma avevo un budget limitato. Quindi, intenzionato a sforzarmi di fare questo lavoro, ho chiesto ad alcuni disegnatori di fornire le pagine senza compenso. Negli ultimi due giorni, mi è stato fatto notare molto chiaramente che questo non era il modo migliore per aiutare l’industria del fumetto. Il fatto è che non siamo una società che si aspetta che la gente lavori gratis per mettersi in mostra. Allora lo sto facendo nel modo giusto: sto pagando tutti gli artisti del numero speciale.
E spero di comprargli delle birre e di lavorare ancora con loro molto presto.

Tony Ortega
Editor
The Village Voice

Sono situazioni che rasentano il ridicolo e che, con le dinamiche appropriate, fanno capire come tristemente tutto il mondo è paese.

La copertina del numero speciale del “Village Voice” dedicato ai fumetti.