Alessandro Baronciani parla delle Ragazze nello studio di Munari

di Andrea Queirolo


Le ragazze nello Studio di Munari
, pubblicato da Black Velvet, è il nuovo libro di Alessandro Baronciani, un autore che seguo con attenzione e al quale ho chiesto di parlarci di questa sua ultima opera:

Da dove nasce l’idea di questo libro?

All’inizio, proprio all’inizio c’era soltanto la lettera al parroco che scrive il protagonista del libro. Era una lettera di protesta contro il progetto della nuova chiesa di Soria, il quartiere dove sono cresciuto. L’avevano buttata giù lasciando soltanto la facciata. L’avevo scritta indirizzandola al parroco del quartiere. Quel progetto non mi andava bene, non mi piaceva, non teneva in considerazione tanti aspetti importanti. Mia nonna poi era disperata. Era come se avessero di nuovo bombardato il quartiere durante la guerra. Dietro la facciata c’era una enorme buca e le assi che una volta tenevono insieme il tetto erano state accatastate nel vicino campo da calcio.
Non solo io ero in disaccordo col progetto, mi ricordo un gruppo scout che salì sui tubi innocenti in cima alle impalcature per srotolare uno striscione con su scritto: chiesa di mattoni no! chiesa di persone sì!
Della lettera non feci mai niente. L’avevo inserita in un racconto che si chiamava tre ragazze sole. Erano tre titoli di canzoni di un sette pollici degli Altro, ma anche una citazione ad uno dei racconti più belli di Pavese.
La seconda cosa che stavo pensando quando cercavo di mettere insieme questo libro era che volevo provare a scrivere una storia dove il protagonista risultasse imbarazzante. In Quando tutto diventò blu cercavo l’empatia con la protagonista qui invece volevo l’antipatia. Un fumetto che ti mettesse in imbarazzo mentre lo stavi leggendo. Ci pensavo dopo aver letto Brindando coi demoni, la biografia di Federico Fiumani dei Diaframma. Un libro bellissimo dove spesso l’autore racconta cose molto personali che mi sono chiesto spesso: e poi come faccio a non diventare rosso la prossima volta che lo incontro?
Un po’ come quando in piscina esci per andare alle docce e ti trovi improvvisamente di fronte ad un uomo nudo. Sarò un po’ banale dirlo: ma quando leggo un libro e scopro che sto provando delle emozioni, restando seduto sul divano senza fare niente – solo perché sto leggendo un libro – mi sembra magico.

Perché Munari?

Perchè mi sono sempre piaciuti i suoi libri. Il primo libro è stato Da lontano era un’isola. C’erano disegni e foto messe una dietro l’altra con dei piccoli testi. Mi ricordo di averlo letto pensando che a un certo punto ci fosse una spiegazione approfondita di quello che stava raccontando. Che ne sò mi aspettavo che ci fosse da qualche parte insieme al libro un foglietto con una specie di regolamento alla Risiko che spiegava come fare per giocare. Niente di tutto questo. Niente da imparare. Bastava soltanto leggerlo sfogliandolo.
Lo trovai fantastico. Era semplice.
Tutte le cose semplici sono difficili da raggiungere.
Stavo raccogliendo un sacco di cose e non riuscivo a legarle tutte. Volevo raccontare un metodo, una specie di manuale per ragazzi alle prese con ragazze. I ragazzi sono imbranati quando si parla di amore. Alle volte imbarazzanti, antipatici. Pensano che tutto sia difficile e inspiegabile o addirittura sofisticato. Molte volte i ragazzi fanno cose stupide e imbarazzanti soltanto perché non ci pensano veramente.
Munari era il modo per raccontare la storia del protagonista, un modo per semplificare cose che sembrano difficili e complesse.

Quanto c’è di autobiografico in questo racconto?

Di autobiografico poco, ma nemmeno io so dirti quanto. Nel senso che metto tutto insieme e faccio lo spessore come con le lasagne: strato sopra strato. Ad esempio ho disegnato una Ka perché è l’unica automobile che quando disegno so che mi viene bene ma che è anche stata l’auto di una mia ex.
Il personaggio principale del libro è ritagliato su un mio amico. Ha una libreria di libri usati ed è appassionato di Munari, ma non ha ne il carattere, ne i problemi del personaggio raccontato nel fumetto.
Una volta studiando Goldoni avevo scoperto che per le sue commedie ritagliava i profili dei personaggi prendendo spunto dal carattere dei suoi amici attori. Un’invenzione che rendeva la recitazione più realistica.
Quando ho cominciato a fare fumetti ho fatto lo stesso. Mi ero immaginato una serie di personaggi che prendesse spunto dai miei amici e di usare sempre loro come attori all’interno delle mie storie. Avrei usato sempre gli stessi personaggi a fumetti un po’ come nei film vedi un attore famoso ma non pensi che sia l’attore famoso ma il personaggio del film.

Se non sbaglio questo libro ha avuto una gestazione molto lunga, come hai affrontato il lavoro, hai avuto bisogno di molta documentazione?

Due anni per scriverlo, ho iniziato mettendo giù la trama e gli appunti che avevo accumulato. Questa volta ho scritto senza disegnare. Di solito partivo disegnando uno story-board invece perché tutto funzionasse avevo bisogno di uno schema scritto a cui fare sempre riferimento. Anche perché ho sempre lavorato alle Ragazze nello studio di Munari nei momenti di pausa.
Spesso in treno. Lo story-board l’ho disegnato tutto in treno. Poi insieme a Stefano Chichì che mi ha dato una mano questa estate in un mese ho finito tutti i disegni definitivi. Dallo story-board iniziale le cose sono cambiate molte volte.
Mentre disegnavo intanto impaginavo la storia al computer e più andavo avanti e più pensavo che c’erano troppi salti temporali e che non si sarebbe capito niente. Poi per fortuna mi scrisse Virginia Mori, una illustratrice molto brava e mia amica che mi chiedeva come andava il libro nuovo. La invitai a leggerlo fino a dove ero arrivato e lei dopo venti minuti silenziosi passati davanti al pdf mi guardò e mi disse: ti prego dimmi come va a finire!

Nel libro ci sono diversi riferimenti, in particolare in una pagina sola troviamo Diabolik, Dostoevskji, Wharol e lo swatch di Munari. Sono cose e persone che ti stanno a cuore?

Sono tre volte che perdo all’asta su Ebay l’orologio “Tempo libero” di Bruno Munari. Ditemi come fare per trovarlo. Se qualcuno volesse vendermelo sarei ultra contento.

Per questo libro hai scelto di usare pochissimo i baloon per lasciare spazio alle didascalie. In realtà questo è un libro molto “descrittivo”, passami il termine: non solo racconta una storia, ma funziona anche da manuale, da spiegazioni (vedi l’architettura del duomo di Milano) e istruzioni (vedi il metodo Munari).

Ci sono pochi baloon perché è il racconto che scrive il protagonista. Tutto succede nella notte in cui le sue tre fidanzate, passami il termine, lo smallano definitivamente. Penso che ci siano due dialoghi o tre in tutto il libro, e uno è nascosto all’interno di una scena di un film che guarda dal proiettore in casa sua. Detto questo mi piacciono tantissimo i dialoghi nei fumetti.
Sono un grande fan di Jessica Abel, nei suoi libri riesce a mettere così tanta conversazione da farti sembrare reali i personaggi che parlano. Penso che sia una grande abilità, forse la più importante in un fumetto.

Il passato e il presente si intrecciano, si scontrano e si rincorrono per tutto il libro, come se il protagonista cercasse conforto, un segnale, una risposta…

Una delle cose più belle su questo fumetto la disse Omar MartiniLe ragazze nello studio di Munari è un libro che si deve leggere per forza due volte! La prima perché devi seguire la trama, e poi lo rileggi per capire le citazioni e tutte le altre narrazioni parallele che ci sono dentro. Cercavo qualcosa che complicasse la lettura senza però farti perdere il filo del racconto.
Nel libro il protagonista apre parentesi continue come in una equazione matematica per risolvere piccole questioni per ricordarsi soltanto alla fine di collegarle e di chiuderle tutte. Sulla ricerca, il conforto o segnali non penso che li stia cercando. Su XL della Repubblica dicono che sia il ritratto di una generazione di fronte alla paura del vuoto. In realtà il protagonista si trova davanti a un muro. Un muro di nebbia e per procedere deve mettere a posto tutte le risposte. Come appunto nella nebbia sembra impossibile vedere qualcosa ma più ti avvicini e più capisci cosa stai osservando.
Non sa che ricordo metterà a posto perché non sa dove sta andando ma sa che lo deve sistemare. Per questo il passato e il presente si intrecciano. In questo senso un fatto successo anni prima ha la stessa importanza di una cosa accaduta la notte scorsa. Come quando a scuola i professori ti dicevano che se non capivi una cosa te la rispiegavano. Alzavi la mano e loro la rispiegavano e  tu non capivi di nuovo. Poi cambiava esempi per farti capire e tu niente. E poi di nuovo finché non ci si arriva. Bisogna arrivarci. E ci si arriva sempre per strade diverse.

Oltre che autore di fumetti sei anche musicista. Secondo te c’è qualcosa che riesci ad esprimere meglio col fumetto che con la musica?

Non so cosa riesco ad esprimere meglio. Quando suono di solito chiudo gli occhi e quando è finito li riapro ed è finito il concerto. Quando suono, di solito, non so bene cosa sta succedendo.

Come è cambiato il tuo modo di affrontare il fumetto dai tuoi inizi autoprodotti fino a questo libro?

Con l’autoproduzione avevo dei limiti, che erano il tempo e il poco tempo da dedicare alla storia e al disegno. Erano tanti piccoli esperimenti di racconto. Le storie venivano ripulite per diventare dei veri ritagli di un racconto. Quando uscì Una storia a fumetti la raccolta di tutte le mie autoproduzioni, Omar mi chiese di pensare ad un nuovo libro. Era la prima volta che mi trovavo a pensare ad una storia lunga con un inizio e una fine.
Prima utilizzavo il mio tempo libero per disegnare una storia breve, ora utilizzo sempre il mio tempo libero per raccontare una storia lunga, che altro non è che una raccolta di tante storie brevi. Bisogna imparare a tenere a mente soltanto molte più parti e collegarle.

Dai molta importanza ai tuoi libri, al prodotto finito, al libro-oggetto. Una particolarità abbastanza rara in Italia.

Sì, amo l’oggetto libro. Le ragazze nello studio di Munari è un libro dedicato al libro. La storia si può leggere soltanto aprendolo e guardandolo. Mi piace che ci vuole del tempo per leggerlo. Mi piace pensare che ci vogliono delle ore per leggerlo o due giorni per finirlo. Aprirlo ogni tanto e ricordarsi subito dove eravamo rimasti. Le tante invenzioni cartotecniche che ci sono nel libro ci sono perché sono necessarie al racconto.
Senza non avrebbe avuto senso.
Non si può avvicinare un lettore al mondo e alle lezioni di Munari senza vedere le sue invenzioni. Un po’ come studiare un libro di storia dell’Arte senza guardare le foto. Viviamo in un periodo storico dove stiamo eliminando cose che non sono necessarie. Viviamo in case piccole che non possiamo riempire, quindi quello che decidiamo di tenere deve essere una cosa importante. Una cosa veramente bella.
Come le foto digitali, ne scatti migliaia ma stampi soltanto quelle più belle. Ci sono cose che vuoi avere perché sono belle. Perché alle volte non basta soltanto vederle, ma guardarle tutte le volte che vuoi.
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9 risposte a “Alessandro Baronciani parla delle Ragazze nello studio di Munari

  1. mi è venuta voglia di “averlo”

  2. Bellissimo libro, complimenti ad Alessandro.

  3. lita! fammi sapere quando l’hai letto!

    grazie gianluca!
    w ravenna!

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  6. Letto questa notte, tutto d’un fiato. Un piccolo capolavoro, come anche gli altri lavori di Alessandro.

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  9. quello che mi piace di una ragazza: le tette, le parti intime e il culo. mi piace non solo guardarla ma anche toccarla in tutti questi punti.

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