Intervista a Joe Matt

di Andrea Queirolo

Ritratto cortesemente eseguito da Roberto La Forgia.

English text at the end of the post.

Di seguito un’intervista che ho fatto a Joe Matt, importante fumettista americano dalla vena autobiografica e appassionato conoscitore del buon fumetto. Un autore che apprezzo molto e del quale in Italia si è visto per ora un solo volume, Poor Bastard, edito da Coconino.

-Quando e perché hai scelto di fare fumetti basati su te stesso?

Ho iniziato scrivendo e disegnando ogni tanto fumetti su di me nel 1986. In un primo momento, erano solo vignette in un album da disegno, ma entro l’estate del 1987, avevo cominciato alcune pagine del mio primo libro, Peepshow: The Cartoon Diary of Joe Matt.

Penso che parte del motivo per cui ho scelto l’autobiografia come genere, o come mio tema, fu per reagire al genere supereroistico, che aveva dominato il medium per tutta la mia vita.

Per cominciare, il mio stile di disegno era troppo cartoonesco e inadatto per il mainstream, per i fumetti di supereroi. Secondariamente, cose come il diritto d’autore e la libertà illimitata sembravano di estrema importanza, e “il lavoro in affitto” mi sembrava sbagliato.

All’età di 23 o 24 anni, ho anche sentito di aver superato il genere supereroistico e il mio interesse nella lettura di questi fumetti, per non parlare della voglia di farli, che era al minimo storico. Così questo, assieme alla scoperta dei fumetti di Crumb, Pekar e Spiegelman, mi ha portato subito e naturalmente verso un crescente interesse per i fumetti basati sulla realtà (opposti a quelli di fantasia).

Infine, quando iniziai, mi piacque l’idea che il mio intero lavoro fosse legato alla mia vita, e l’autobiografia sembrava provvedere spontaneamente a questo più di qualsiasi altro genere.

-Qual’è il tuo metodo di lavoro? Stendi prima il testo o disegni direttamente?

-Faccio alcune annotazioni dei punti chiave, delle scene o delle battute del dialogo che sento di dover assolutamente utilizzare nel mio lavoro, ma per la maggior parte, scrivo e disegno direttamente su quella che sarà la pagina finita.

Uso la matita in modo estremamente leggero (con una matita blu che non si riproduce nella scansione), per ridurre al minimo, quando inchiostro, ogni sensazione di ricopiare. D’altronde i disegni inchiostrati sono tutto ciò che il lettore vede, quindi penso che sia meglio vederli chiaramente, come se tu stessi inchiostrando direttamente.

Ritengo inoltre che la fase di disegno preliminare si basi di più sulla scrittura, sulle parole, e sulle decisioni che giovano alla narrazione piuttosto che all’illustrazione. Impantanarsi nel disegnare le dita di una mano dettagliata non è paragonabile come importanza, per esempio, al gesto di quella mano o a quale scopo serva mostrala in una determinata vignetta. Tormentarsi sulla particolare formulazione di una frase, o sulla decisione di fare una vignetta muta—queste, per me, sono le decisioni principali che devono essere effettuate durante la fase preliminare a matita. A parte questo, gli istinti del singolo sono veramente tutto, nessuno deve frenarli.

-I tuoi fumetti s i rifanno interamente alla verità o a volte tendi ad esagerare? Quali aspetti di te vuoi trasmettere al lettore?

-I miei fumetti sono basati sulla verità, ma è una verità soggettiva. Mi sento libero di modificare e manipolare le cose in modo da raggiungere i miei scopi. Per esempio se voglio una scena che scorra ininterrotta, e voglio includere o stabilire un certo numero di cose, combinerò o comprimerò sempre un certo numero di eventi separati e li presenterò come uno solo, per dare una chiarezza e una continuità naturale alla storia.

Naturalmente, per lo stesso motivo, ingigantirò molti aspetti solo per aggiungere qualcosa. Ad esempio, posso disegnare il mio stato interiore, in un momento particolare, come se fosse fisico – con le braccia che si agitano, con schizzi di sudore, ecc – quando in realtà, tutto potrebbe essere stato solamente interiorizzato. La mia spiegazione potrebbe essere semplice: penso che sia più divertente.

Ancora, solo gli istinti guidano queste decisioni. Non è molto facile descrivere il processo. Bisogna solamente fare le scelte che sembrano giuste e coerenti.

-Fumettisti come Robert Crumb o Harvey Pekar ti hanno influenzato? Se si in che modo?

-Se Crumb e Pekar sono stati un’influenza ? Sicuramente ed evidentemente. Cito anche Maus di Art Spiegelman come un’influenza continua, così come principale fonte di ispirazione. L’ideazione e la realizzazione di un vero graphic novel come Maus è qualcosa che ne Crumb ne Pekar (a mio parere) hanno mai raggiunto pienamente. Inoltre, da allora, ci sono stati TANTI disegnatori di talento che hanno continuato ad avere un grande impatto su di me. In pratica, chiunque intenda il LIBRO FINITO come il prodotto finale di una vera espressione di sé cattura la mia attenzione. Libri come: Footnotes In Gaza di Joe Sacco, Ice Heaven di Dan Clowes, Louis Riel di Chester Brown, o You’ll Never Know di Carol Tyler sono quelli di cui sto parlando. Come Maus, sono tutti libri ideati con energia e libertà, ed è questo che mi ispira di più.

-E’ risaputo che che apprezzi tantissimo Peanuts di Charles Shulz. Cosa ti piace maggiormente di questa striscia e quale periodo preferisci?

-Ci sono così tante cose belle che posso dire su Peanuts che non so da dove cominciare!
Allora–è un fumetto semplice e bellissimo. La striscia funziona anche come: puro intrattenimento, espressione personale, ma anche come strumento per osservazioni acute, morali e messaggi. Ha inoltre un lettering, una caratterizzazione dei personaggi, una composizione, una chiarezza e uno storytelling eccezionali e per finire, è stata anche divertente! Oltretutto è stata sia fantasiosa che
idiosincratica e fu una grande valorizzazione (e elenco) dei molti punti di forza della striscia e del medium fumetto.
Cavolo, non servo io per dire quanto sia grande Peanuts!

Per quanto riguarda il mio periodo preferito, dovrei dire all’incirca la metà e la fine degli anni ’50. C’è un punto dove l’arte di Schulz è ancora semi-realistica, e soprattutto inchiostrata con un pennello, e per me è proprio magnifica. Snoopy conservava ancora una parvenza di simpatico cucciolo e la sua cuccia, non era ancora diventata la casetta e l’icona familiare che tutti conosciamo così bene. In effetti, molti degli oggetti di sfondo erano ancora disegnati in un modo tridimensionale che Schulz alla fine ha abbandonato. Tuttavia … nonostante il disegno degli inizi fosse splendido, ho anche una passione per le strisce degli anni più divertenti e crudeli, che credo potrebbero cadere intorno a 1968-1970. Non sono sicuro. E’ tutta così bella …. forse fino al 1980 o giù di lì. Anche nei suoi anni di declino, per me, la striscia rimane interessante fino alla fine. Schulz non ha mai smesso di impegnarsi, e anche se non la vediamo del tutto come un progresso continuo, comunque, è ancora lì.

-Collezioni le strisce di Gasoline Alley, un gran bel fumetto! Puoi dirci cosa di piace di questo e perchè?

-L’attrazione che Gasoline Alley ha su di me può probabilmete essere riassunta al meglio dalle parole: “realismo naturale”.
Semplicemente non c’è mai stata un’altra striscia così.

E’ stata vera, sobria e delicata in un modo nel quale nessun altra striscia lo è mai stato. I personaggi invecchiavano lentamente e naturalmente, e non c’erano gag o battute finali nel senso convenzionale di tante altre strisce.

Il bellissimo disegno di Frank King era la cigliegina sulla torta di questa striscia che rasenta la perfezione. Infatti, il suo fascino e i suoi pregi mi sembrano tutti così totalmente ovvi, che mi sento ridicolo persino a descriverli!

E siccome non ho mai posseduto una macchina o una casa, posso dire in tutta onestà che la mia collezione di Gasoline Alley presa dai quotidiani originali, rappresenta facilmente il più grande acquisto/spesa di tutta la mia vita. In altre parole, quando si tratta di questa striscia, spendo tutti i miei soldi!

-Ci parli della tua amicizia con Seth e Chester Brown?

-Haha! Che ne dici? In tutta la mia vita non ho mai avuto amici così meravigliosi e talentuosi. Il fatto che abbia dovuto separarmi da loro mi rattrista e mi uccide. Sono stato un residente illegale in Canada per gli interi quindici anni che ci ho vissuto. Così, quando si è presentata l’occasione e sembrava che l’HBO fosse interessata a trasformare i miei fumetti in uno show televisivo, ho pensato che fosse il momento giusto per trasferirsi a Los Angeles e perseguire questa strada. Naturalmente, il programma televisivo non si è mai concretizzato, ma a prescindere, qui a Los Angeles sono stato molto felice. L’assenza di Chester e Seth nella mia vita è semplicemente la mia insoddisfazione numero uno.

-Recentemente ti sei trasferito da Toronto a Los Angeles. Quali cambiamenti ha portato nei tuoi fumetti questo spostamento?

-Praticamente mi sono trasferito a Los Angeles per due motivi: a) non ero un cittadino canadese e (soprattutto dopo il 9/11) ho sentito che dovevo tornare negli Stati Uniti. E b) I miei fumetti mi hanno sempre fatto guadagnare poco, quindi – ho rincorso i soldi di Hollywood, per lo più come un azzardo. Comunque è sempre stata un’impresa poco entusiastica. Anche ora, ho appena scritto una sceneggiatura pilota (interamente su specifiche) per le produzioni Lionsgate – e da questa non mi aspetto assolutamente niente. Ma va bene così. Sono abituato a essere povero. Le probabilità di questo successo sono appena migliori di vincere alla lotteria. Questo è tutto.

-Il tuo ultimo lavoro è raccolto in Spend, uscito nel 2007. Su cosa hai lavorato in questi ultimi anni? Un nuovo fumetto?

-Il mio prossimo libro riguarda: il mio trasferimento da Toronto, la mia esperienza a Hollywood, e le due relazioni principali che ho avuto da quando mi sono spostato qui nel 2003. È tutto colmo di sofferenza e, quindi, ho poca voglia di lavorarci. Però …. sto rimanendo lentamente al verde e questa, per me, è la motivazione migliore del mondo. Così, si spera, questo libro sarà terminato entro l’estate del 2011, se non prima! Speriamo! Pregate per me!! Grazie.

-C’è qualcosa in particolare che non hai ancora fatto e che vorresti fare nei tuoi fumetti?

Sì. La sfida rimane: scavare più a fondo e mostrare aspetti di me stesso che devo ancora mostrare. Non è facile e, troppo spesso, mi trovo ad usare l’umorismo per diffondere ciò che potrebbe altrimenti essere troppo offensivo o realistico. E’ un equilibrio complicato – cercare di essere “vero” ma anche, in una certo modo, divertente.

Okay, ho finito questa intervista! Woo-hoo!! Ora sto andando a mangiare una ciotola di Cherry Chocolate Chip Ice Cream e a leggere qualche fumetto! E proprio pochi giorni fa, ho incontrato una nuova ragazza che mi piaceva molto, così al momento, sono fiducioso per il futuro! Probabilmente non durerà. Haha. Eppure … la speranza è l’ultima a morire!

Da sinistra: Joe Matt, Seth, Chester Brown

English text.

-When and why did you decided to do comics based on yourself?

I started writing and drawing comics about myself sometime back in 1986. At first, they were just short vignettes in a sketchbook, but by the summer of 1987, I’d begun the first few pages of my first book, PEEPSHOW: THE CARTOON DIARY OF JOE MATT.

I think part of the reason why I chose autobiography as a genre, or as my subject matter, was in reaction to the superhero genre, which had dominated the medium for my entire life.

For starters, my drawing style was too cartoony and ill-suited for mainstream, superhero comics. Secondly, things like creator’s rights and unfettered freedom seemed of utmost importance, and “working for hire” just seemed plain wrong.

At the age of 23 or 24, I also felt that I had outgrown the superhero genre and my interest in reading those comics, let alone trying to make them, was at an all-time low. So, that, coupled with discovering the comics of Crumb, Pekar and Spiegleman, just naturally led me toward a growing interest in reality-based (as opposed to fantasy-based) comics.

And finally, even when starting out, I liked the idea of my entire life’s body of work being thematically-linked, and autobiography just seemed to naturally provide that, more so than any other genre.

-How do you approach to your work? Do you have to do the script before or you drawn directly?

I have a few notes of key points, scenes, or lines of dialogue that I feel I must absolutely work into my work, but for the most part, I write and draw directly on what will be the finished page.

I pencil extremely light (with non-photo blue lead), in order to minimize, when inking, any sense of just tracing over my pencils. The inked drawings are all that the reader sees anyway, therefore I think it’s best to see them clearly, as you’re inking them.

I also feel that the pencilling stage is more about the writing, the words, and the decisions that serve the story-telling, much more than the artwork. Getting bogged down in drawing the fingers on a particular hand isn’t anywhere near as important as say, the gesture of that hand or what purpose it serves by even being shown in a particular panel. In fact, agonizing over the particular wording of a phrase, or the decision to make a panel silent–these, to me, are the primary decisions that need to be made during the pencilling stage. Apart from that, one’s instincts are really all anyone has to guide them.

-Are your comics based entirely on the truth or sometimes you tend to exaggerate? Which aspects of you do you want transmit to the reader?

My comics are based on truth, but it’s a subjective truth. I feel free to change and manipulate things in order to serve my purposes.

For example–if I want a scene to run, unbroken, and I want to include or establish a certain number of things, I’ll always combine or compress a few separate events and present them as one, just form the sake of clarity and a natural flow to a story.

And of course, by the same token, I’ll exaggerate many things just to put something over. For example, I may draw my internal state, at a particular moment, as if it were physical–with arms flailing, sweat-beads popping, etc.–when in fact, it may have all just been internalized. And my reasoning for the change may be as simple as–I think it’s funnier.

And again–only instincts guide these decisions. It’s not really easy to describe the process. It’s just making the decisions that feel right and on track.

-Did cartoonists like Robert Crumb or Harvey Pekar influeced you? If so, in which way?

Were Crumb and Pekar an influence? Definitely and probably most obviously.

I also cite Art Spiegelman’s MAUS as an on-going influence, as well as major inspiration. The conceiving and execution of a true graphic novel like MAUS is something that neither Crumb nor Pekar (in my opinion) ever fully achieved.

Also, since then, there have been SO many talented cartoonists that have continued to have a major impact on me. Basically, anyone that approaches a finished BOOK as the final product of true self-expression, will catch my attention. Books like: Joe Sacco’s FOOTNOTES IN GAZA, Dan Clowes’ ICE HAVEN, Chester Brown’s LOUIS RIEL, or Carol Tyler’s YOU’LL NEVER KNOW are what I’m talking about. Like MAUS, they’re all strong, clearly conceived books, and that’s what inspires me the most.

-It is well-know that you like Charles Shulz’s Peanuts a lot. What of this strip do attracts you and which period of it do you like more?

There are SO many complimentary things that I can say about PEANUTS, that I barely know where to start!

For starters–it’s gorgeous, simple cartooning. The strip also functions as: pure entertainment, personal expression, as well as a tool for subtle preaching, morals and messages. It also has exceptional lettering, character design, compositions, clarity, story telling, and to top it off, it was also hilarious! It was also imaginative, idiosyncratic and a great exploitation (and catalog) of the many intrinsic strengths of cartooning and the comics medium. Hell, no one needs me to tell them how great PEANUTS is!

As for my favorite period, I’d have to say around the mid to late 1950s. There’s a point where Schulz’s art is still semi-realistic, and inked primarily with a brush, and it’s just gorgeous to me. Snoopy still retained a semblance to a cute puppy and his doghouse hadn’t yet become the flat, familiar icon that we all know so well. In fact, many of the background objects were still being drawn in a 3-dimensional way that Schulz eventually abandoned.

Still…as gorgeous as that early art was, I also have a fondness for the strip’s funniest, cruelest years, which I think may fall around 1968-1970. I’m not sure. It’s all so good….maybe right up until 1980 or so.

Even in its declining years, the strip remains interesting to me, right to the end. Schulz never stopped pushing himself, even if we don’t quite see it as the same type of continual progress, it’s still there, nonetheless.

-You collect Gasoline Alley strips, a great comic! Can you tell us what do you like of this strip and why?

GASOLINE ALLEY’S appeal to me can probably be summed up best by the words: “natural realism.” There has simply never been another strip like it.

It was real, low-key and subtle in a way that no other comic strip has ever been. The characters all aged slowly and naturally, and there were no punchlines or gags in the conventional sense of so many other comic strips.

Frank King’s beautiful cartooning was just the icing on the cake of this near-perfect comic strip. In fact, its appeal, value charms all seem so utterly obvious to me, that I feel ridiculous even describing them!

And since I’ve never owned a car or a house, I can say in all honesty that my GASOLINE ALLEY newsprint collection easily represents my largest purchase/expense of my entire life. In other words, I literally put my money where my mouth is, when it comes to this strip!

-What about your friendship with Seth and Chester Brown?

Haha! What about it? I’ve never had such wonderful, talented friends in my entire life. It kills and saddens me that I had to move away from them. I was an illegal resident in Canada, the entire 15 years that I lived there. So, when the opportunity arose and it looked like HBO was interested in turning my comics into a TV show, I figured it was the right time to move to LA and pursue that. Of course, the TV show never happened, but I have been very happy, here in LA regardless. The absence of Chester and Seth in my life is easily my #1 complaint now.

-In the recent years you moved from Toronto to L.A. Which changes in your comics has led this displacement?

I basically moved to LA for two reasons: a) I wasn’t a Canadian citizen and (especially after 9/11) I felt that I had to return to the US. And b) My comics have always made dismal money for me, so–I chased after Hollywood money, mostly as a gamble. It was always a half-hearted effort anyway. Even now, I just recently wrote a pilot script (entirely on spec) for Lionsgate Productions–and I expect absolutely nothing to come of it. But that’s fine. I’m used to being poor. The odds of this succeeding are just better than winning the lottery. That’s all.

-Your most recent work is collected in Spent, dated 2007. On what did you work in these years? A new comic?

My next book is about: my move out of Toronto, my experiences in Hollywood, and the two major relationships that I’ve had since moving here in 2003. It’s all fraught with pain and hence, I barely ever feel like working on it. But….I am going slowly broke and for me, that’s the best motivation in the world. So, hopefully, this book will be finished by the summer of 2011, if not sooner! Hopefully! PRAY FOR ME!! Thank you.

-There is something in particular that you want to do in comics you have not already done?

Yes. The challenge is always: to dig deeper and show aspects of myself that I’ve yet to show. It’s not easy, and too often, I find myself using humor to diffuse what might otherwise be too unsavory or realistic. It’s a tough balancing act–trying to be “real” but also entertaining to some degree.

Alright, I’m done with this interview!! WOO-HOO!! I’m now going to eat a bowl of Cherry Chocolate Chip Ice Cream and read some comics!! And just a few days ago, I met a new girl that I really liked, so at the moment, I’m hopeful for the future! It probably won’t last though. Haha. Still…hope springs eternal!

Thank you Joe!

Da sinistra: Seth, Chester Brown e Joe Matt, ritratti da Joe Matt

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Una risposta a “Intervista a Joe Matt

  1. What’s up, yup this paragraph is actually good and I have
    learned lot of things from it about blogging.
    thanks.

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