Daniel Clowes parla di Wilson

Daniel Clowes in un ritratto esclusivo di Roberto La Forgia.

Grazie a Blogtown, blog facente parte del Portland Mercury, riportiamo la traduzione di questa conversazione con Daniel Clowes riguardante il suo ultimo libro: Wilson, pubblicato in Italia da Coconino.

Link originale dell’intervista condotta da Noah Dunham:

traduzione di Andrea Pachetti

Come sta andando la tua giornata?

Oh, tutto bene. Sono appena tornato dalla promozione di un libro durata una settimana, e oggi è uno di quei giorni tipo – uh oh! – ho 3600 mail a cui rispondere, tutte urgenti!

Quindi sei tornato in California, adesso?

Già, almeno per un paio di giorni.

E’ in questa città che svolgi la maggior parte del tuo lavoro?

Qui è dove sto, esatto. E’ dove vivo.

Bene, parliamo di Wilson?

Sì, certo!

Allora, l’ho sfogliato di nuovo oggi, rileggendo alcune di quelle brevi strip per la seconda volta, altre addirittura per la terza…

…be’, l’idea era quella. Speravo che le persone le leggessero, per dire, almeno quattro volte. Dare cioè valore al loro acquisto.

Già. Rimanendo su questo, ho potuto notare che c’è un sottile gioco d’anticipazione nel libro. Specialmente all’inizio, dopo la prima lettura, non ero riuscito a comprendere lo “scherzo”. Alla seconda, però – conoscendo in anticipo la storia – ecco, arriva tutto un altro “scherzo”.

Ottimo, ne sono lieto. Quello che volevo era che lo si leggesse come se fossero un insieme di storie senza coesione, per poi arrivare alla fine dicendo: “oh, ma queste piccole cose apparentemente disconnesse in realtà sono tutte collegate!”

E’ stato divertente, infatti, rileggerlo una seconda volta. Questo mi porta a pensare, parti da una sceneggiatura completa?

Sai, di solito non ho una sceneggiatura completa di dialoghi, descrizioni eccetera, piuttosto ho chiara la progressione degli eventi prima di sentirmi pronto a iniziare. Devo anche avere un finale, ho imparato a mie spese che senza un finale sei nei guai. All’inizio pensi: “ma sì, un finale mi verrà in mente andando avanti”, però poi non funziona mai così. Perciò devo averne almeno uno da usare in casi disperati. Spesso lo cambio, quasi sempre viene modificato in corso, ma devo averlo come rete di sicurezza oppure vado nel panico a metà lavoro.

Quindi questo particolare particolare di Wilson lo avevi già in mente mentre ti avvicinavi alla fine della sceneggiatura?

Guarda, l’unico cambiamento che avevo nelle mie intenzioni era che il libro aveva troppe pagine, quindi ho tagliato, tagliato e tagliato ancora. Volevo che fosse accorciato e smussato a dovere. Ritrovandomi con parecchio materiale alla fine, ho spuntato tutto fino all’essenziale.

Capisco. Sono stato sorpreso inoltre dalla facilità con cui il libro si lascia leggere, senza perdere però il suo potente impatto.

Be’, tra alcune strisce ci sono anche alcuni anni di distanza. Questo implica che ci sia molto di più di ciò che effettivamente appare. O, almeno, è ciò che ho cercato di fare.

C’è anche un aspetto ritmico in ogni pagina, con una battuta finale presente in ognuna di esse. In un certo senso, pensavo, potrebbe essere definita come una specie di poesia visiva?

Interessante, davvero. Proprio come un metronomo.

Sì, sembrava avere una vera e propria cadenza ritmica.

E’ stato il mio impulso originario, nato dopo aver letto delle raccolte di strisce a fumetti, ad esempio dei Peanuts. Ogni striscia dovrebbe essere letta giornalmente e non è strutturata per essere inserita in volume. Ma se ne leggi, diciamo, un centinaio tutte di fila, ti comunicano una specie di… insomma, si inizia a percepire questo ritmo e si finisce per attenderlo sempre, pagina dopo pagina. In questo tipo di strisce è presente un sottotesto narrativo non esplicito, oltre ad apparire sempre legate all’attualità: ci sono le strisce estive, poi quelle di Natale e si percepisce di star assistendo a una narrazione, sebbene non ne sia stata imposta una vera e propria. E’ stato il mio primo pensiero quando ho iniziato a realizzare questo volume: e se si avesse effettivamente in testa una vera narrazione, come a leggere una raccolta di strisce a fumetti? Ma l’idea della poesia mi piace ancora di più. Suona senz’altro più rispettabile [risata].

Questo mi porta a domandarti se tu legga poesia o meno…

Un po’. Mia moglie insegna Inglese a Berkeley, ma si occupa principalmente di romanzi e non di poesia. Ovviamente ne abbiamo un sacco in giro per casa, poiché ha dovuto studiarla nel corso degli anni. Così ogni tanto mi capita di prendere in mano un Keats o qualcosa di simile e leggere… La cosa bella della poesia è che puoi leggerne quanta ne vuoi in una singola notte e poi la successiva passare senza problemi a qualcos’altro.

E’ interessante notare come si possa aprire il volume a una pagina qualsiasi e scoprire che funziona anche a sé stante.

Sì, ogni volta che do un’occhiata a un libro, specialmente se si tratta di un libro con immagini, lo apro proprio a metà, nel senso che mi viene proprio di prenderlo dallo scaffale, aprirlo in mezzo e, se mi colpisce, continuare a leggerlo un po’ e poi tornare indietro fino all’inizio. Così era proprio la mia speranza, che ci fosse qualcuno con le mie stesse abitudini, che prenda Wilson dallo scaffale, lo apra e dica: “oh, guarda, un sacco di battute divertenti, forte” e magari poi ne sia definitivamente conquistato.

E poi li colpisci con durezza!

Sì, esatto, così poi leggono tutto il volume in libreria e finiscono per non comprarlo.

[ridiamo entrambi]

Hai parlato del legame tra attualità e Peanuts e dell’esaminare le strisce a fumetti in questo senso, così mi viene da chiederti quando hai iniziato a scrivere questo volume, e se ti stessi riferendo anche al clima economico del tempo.

Assolutamente sì. Mi sembra di aver iniziato nel 2008, giusto dopo il grande crollo economico. Era l’anno delle elezioni, proprio all’inizio della campagna elettorale e questa era senz’altro la grande questione su cui interrogarsi. Inoltre ovunque i posti di lavoro sembravano scomparire all’improvviso e tutti coloro che conoscevo avevano la faccia modello: “cosa cavolo sta succedendo qui?”. Penso ci fosse molto più panico allora di quanto ve ne sia adesso, ormai ci siamo abituati al nuovo clima. Il pensiero tipico era: andrà tutto sempre peggio? La sensazione era che ci stessimo dirigendo verso qualcosa di davvero devastante.

Una cosa divertente da notare è come Wilson si preoccupi dell’economia solo quando questa interviene nella sua vita privata.

[risata]

Senz’altro. Si ritiene rappresentativo dell’umanità intera. Pensa tutto ciò che dice, ritiene che le persone comprendano tutto ciò di cui parla e siano d’accordo con lui, lo dà per scontato e in realtà, be’, non accade mai.

Sì, ho notato che questo è un aspetto davvero disturbante del libro: il fatto che lui si ritenga un ‘uomo qualunque’.

[Clowes ride]

Ci sono però altre volte in cui, in modo davvero curioso, egli diventa davvero un ‘uomo qualunque’. Possiede questi aspetti che sono propri di un sacco di persone, quando uno mente a se stesso oppure si pone obiettivi che poi non perseguirà. Contrapposto a questo, si ha la visione terrificante di Wilson che inveisce contro un estraneo [Clowes ride ancora] poiché non ha salutato il suo cane.

Esatto. Forse non ci vediamo tutti come ‘uomini qualunque’, in un certo senso? Voglio dire, ci riteniamo eccezionali, in un modo o nell’altro. Penso che tutti ci consideriamo collegati al prossimo e, se sapessimo dove guardare, potremmo far parte di questa comunità accogliente.

Gradisci che il lettore empatizzi con Wilson?

Ho notato che le persone che sembrano ricevere il massimo dal volume sono quelle che, a malincuore, hanno ammesso di gradire Wilson o che comunque sono d’accordo con lui. Ci sono anche lettori che sono completamente resistenti. In questi casi appare solo alienante e non qualcuno a cui ti puoi interessare per davvero: senza esitazioni, non hanno nessuna intenzione di fare quel salto necessario. Cioè, magari possono trovarlo divertente, ma non penso che riceveranno dal volume tanto quanto coloro che sono abbastanza generosi da vedere un po’ d’umanità in questo pover’uomo.

E tu, empatizzi con lui?

Sempre di più, con l’andare del tempo. Mentre stavo realizzando il volume, lo ritenevo un divertimento infinito: era davvero un buon personaggio con cui lavorare. E’ sempre stato buffo vedere che cosa avrebbe fatto, ogni volta era come una sorpresa. Gli puoi gettare addosso ogni sorta di problemi e lui si comporta sempre a modo suo: non penso di avere pieno controllo su di lui, sembra quasi deviare dalla direzione in cui la battuta ovvia ti condurrebbe, mi diverte molto. Non riesco a inquadrarlo come buono o cattivo. Dopo che il libro è stato concluso, ho notato che ci sono alcuni punti in questa storia che sembrano davvero andare a sfidare il lettore a entrare in empatia con Wilson, ma personalmente mi ritrovo a prendere le sue difese sempre di più. Ritengo che abbia ragione su un sacco di cose, ma forse le dice in un modo tale da non essere accettato dal prossimo. Ma questo non signifca che ciò che dice o pensa sia sbagliato.

E’ basato su qualcuno in particolare?

E’ un mix di un tipo specifico di persone che vive proprio in questa zona. Ce ne sono un sacco, ai margini della Bay Area, non nelle zone lussuose di San Francisco, ma a Oakland e Berkeley. Pur con l’educazione e l’intelligenza di tutti gli altri, nel loro percorso hanno scelto di non avere un lavoro fisso, quindi a una certa età tendono a essere duri, eccentrici e isolati dal prossimo. Ma fondamentalmente sto descrivendo tutti i miei amici e, forse, anche me stesso [risata].

Quindi è per questo che hai ambientato una porzione del volume a Oakland, proprio perché conosci quel tipo di personaggio?

Esatto, sin dall’inizio l’ho immaginato come il ‘Tipo di Oakland’: Oakland è un posto molto interessante, un po’ trascurato. Ha una sua atmosfera tutta particolare e ho pensato che avessimo proprio bisogno di un ‘Tipo di Oakland’ che ci rappresentasse tutti. Non sono molto sicuro che il sindaco sarà felice di avere Wilson come rappresentante della città, in ogni caso [risata].

Ok, adesso arriva la domanda che ti staranno chiedendo più spesso, relativa allo stile di disegno che cambia di continuo, tavola dopo tavola. Quale significato vorresti che la gente gli attribuisse?

Penso che il vero significato si trovi soltanto nell’idea di realizzare il volume in questo modo. Non vorrei che nessuno pensasse a qualche specie di rebus da risolvere…

Infatti io ho iniziato a provare…

Be’, capisco che questo genere di cose sia allettante, ma non vorrei davvero che distraesse dalla lettura della storia. Quando ho iniziato, ho provato davvero a realizzarla con uno stile uniforme: in questo senso ho continuato a sperimentare con stili diversi, fino a che mi sono accorto che tutti erano necessari affinché il volume funzionasse davvero. A mio parere, mostra che questo personaggio in realtà non è quello che sembra. Inoltre, è stato anche un modo di regolare il volume stesso. Se tutto fosse stato disegnato nello stile “goffo e divertente”, penso che il ritmo si sarebbe smorzato dopo un po’. Riuscendo invece a modularlo in un modo assai sottile, modificando lo stile grafico, si può cambiare ciò che potrebbe essere letto come un banale scherzetto in qualcosa di tragico, o disperato, un ampio spettro emozionale che trascende quello della battuta finale dalla risata facile. Ecco ciò che mi interessava davvero, giocare coi sottili cambiamenti di tono lungo tutta l’evoluzione del libro.

Progetti per il futuro?

Sto realizzando un paio di libri. Il primo è una raccolta della striscia che ho realizzato per il New York Times Magazine, Mister Wonderful: si tratterà di un volume contenente l’edizione completa ed espansa. Dopo di questo, sono già eccitato all’idea di iniziare qualcosa di nuovo.

Pensi che da adesso in poi continuerai a realizzare dei volumi completi?

Penso di sì, ritengo che sia il modo giusto di procedere, ora come ora. E’ un po’ scoraggiante perché ci vuole un sacco di tempo per presentare qualcosa, vista la costrizione di dover lavorare in isolamento ogni giorno. Ma, una volta finito, è molto bello poter mostrare un volume completo e inedito, che il pubblico non ha mai visto prima. Wilson è la prima esperienza di questo genere [1].

[1] Wilson è la prima opera di Clowes a non essere stato serializzata in precedenza su Eightball (NdT).


***

Abbiamo parlato di Dan Clowes nei seguenti post:

Clowes sul termine “graphic novel”
Clowes, intervista su “Wilson”

Appunti su Wilson

Ghost World: “Sei diventata una splendida giovane donna”
Wilson secondo Paul Gravett
Ice Haven: il romanzo a strisce
Dan Clowes al tavolo da disegno
Wally Wood e Daniel Clowes
Modern Cartoonist (il famoso saggio di Clowes tradotto per voi)
 

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9 risposte a “Daniel Clowes parla di Wilson

  1. E’ proprio vero, nonostante i sui difetti Wilson in fondo ha ragione da vendere.

  2. Pingback: >> Wilson di Daniel Clowes

  3. Pingback: Appunti su Wilson | Conversazioni sul Fumetto

  4. Pingback: Clowes sul termine “graphic novel” | Conversazioni sul Fumetto

  5. Pingback: Ice Haven: il romanzo a strisce | Conversazioni sul Fumetto

  6. Pingback: Daniel Clowes Modern Cartoonist | Conversazioni sul Fumetto

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