Archivi del mese: novembre 2010

Intervista a Joe Matt

di Andrea Queirolo

Ritratto cortesemente eseguito da Roberto La Forgia.

English text at the end of the post.

Di seguito un’intervista che ho fatto a Joe Matt, importante fumettista americano dalla vena autobiografica e appassionato conoscitore del buon fumetto. Un autore che apprezzo molto e del quale in Italia si è visto per ora un solo volume, Poor Bastard, edito da Coconino.

-Quando e perché hai scelto di fare fumetti basati su te stesso?

Ho iniziato scrivendo e disegnando ogni tanto fumetti su di me nel 1986. In un primo momento, erano solo vignette in un album da disegno, ma entro l’estate del 1987, avevo cominciato alcune pagine del mio primo libro, Peepshow: The Cartoon Diary of Joe Matt.

Penso che parte del motivo per cui ho scelto l’autobiografia come genere, o come mio tema, fu per reagire al genere supereroistico, che aveva dominato il medium per tutta la mia vita.

Per cominciare, il mio stile di disegno era troppo cartoonesco e inadatto per il mainstream, per i fumetti di supereroi. Secondariamente, cose come il diritto d’autore e la libertà illimitata sembravano di estrema importanza, e “il lavoro in affitto” mi sembrava sbagliato.

All’età di 23 o 24 anni, ho anche sentito di aver superato il genere supereroistico e il mio interesse nella lettura di questi fumetti, per non parlare della voglia di farli, che era al minimo storico. Così questo, assieme alla scoperta dei fumetti di Crumb, Pekar e Spiegelman, mi ha portato subito e naturalmente verso un crescente interesse per i fumetti basati sulla realtà (opposti a quelli di fantasia).

Infine, quando iniziai, mi piacque l’idea che il mio intero lavoro fosse legato alla mia vita, e l’autobiografia sembrava provvedere spontaneamente a questo più di qualsiasi altro genere.

-Qual’è il tuo metodo di lavoro? Stendi prima il testo o disegni direttamente?

-Faccio alcune annotazioni dei punti chiave, delle scene o delle battute del dialogo che sento di dover assolutamente utilizzare nel mio lavoro, ma per la maggior parte, scrivo e disegno direttamente su quella che sarà la pagina finita.

Uso la matita in modo estremamente leggero (con una matita blu che non si riproduce nella scansione), per ridurre al minimo, quando inchiostro, ogni sensazione di ricopiare. D’altronde i disegni inchiostrati sono tutto ciò che il lettore vede, quindi penso che sia meglio vederli chiaramente, come se tu stessi inchiostrando direttamente.

Ritengo inoltre che la fase di disegno preliminare si basi di più sulla scrittura, sulle parole, e sulle decisioni che giovano alla narrazione piuttosto che all’illustrazione. Impantanarsi nel disegnare le dita di una mano dettagliata non è paragonabile come importanza, per esempio, al gesto di quella mano o a quale scopo serva mostrala in una determinata vignetta. Tormentarsi sulla particolare formulazione di una frase, o sulla decisione di fare una vignetta muta—queste, per me, sono le decisioni principali che devono essere effettuate durante la fase preliminare a matita. A parte questo, gli istinti del singolo sono veramente tutto, nessuno deve frenarli.

-I tuoi fumetti s i rifanno interamente alla verità o a volte tendi ad esagerare? Quali aspetti di te vuoi trasmettere al lettore?

-I miei fumetti sono basati sulla verità, ma è una verità soggettiva. Mi sento libero di modificare e manipolare le cose in modo da raggiungere i miei scopi. Per esempio se voglio una scena che scorra ininterrotta, e voglio includere o stabilire un certo numero di cose, combinerò o comprimerò sempre un certo numero di eventi separati e li presenterò come uno solo, per dare una chiarezza e una continuità naturale alla storia.

Naturalmente, per lo stesso motivo, ingigantirò molti aspetti solo per aggiungere qualcosa. Ad esempio, posso disegnare il mio stato interiore, in un momento particolare, come se fosse fisico – con le braccia che si agitano, con schizzi di sudore, ecc – quando in realtà, tutto potrebbe essere stato solamente interiorizzato. La mia spiegazione potrebbe essere semplice: penso che sia più divertente.

Ancora, solo gli istinti guidano queste decisioni. Non è molto facile descrivere il processo. Bisogna solamente fare le scelte che sembrano giuste e coerenti.

-Fumettisti come Robert Crumb o Harvey Pekar ti hanno influenzato? Se si in che modo?

-Se Crumb e Pekar sono stati un’influenza ? Sicuramente ed evidentemente. Cito anche Maus di Art Spiegelman come un’influenza continua, così come principale fonte di ispirazione. L’ideazione e la realizzazione di un vero graphic novel come Maus è qualcosa che ne Crumb ne Pekar (a mio parere) hanno mai raggiunto pienamente. Inoltre, da allora, ci sono stati TANTI disegnatori di talento che hanno continuato ad avere un grande impatto su di me. In pratica, chiunque intenda il LIBRO FINITO come il prodotto finale di una vera espressione di sé cattura la mia attenzione. Libri come: Footnotes In Gaza di Joe Sacco, Ice Heaven di Dan Clowes, Louis Riel di Chester Brown, o You’ll Never Know di Carol Tyler sono quelli di cui sto parlando. Come Maus, sono tutti libri ideati con energia e libertà, ed è questo che mi ispira di più.

-E’ risaputo che che apprezzi tantissimo Peanuts di Charles Shulz. Cosa ti piace maggiormente di questa striscia e quale periodo preferisci?

-Ci sono così tante cose belle che posso dire su Peanuts che non so da dove cominciare!
Allora–è un fumetto semplice e bellissimo. La striscia funziona anche come: puro intrattenimento, espressione personale, ma anche come strumento per osservazioni acute, morali e messaggi. Ha inoltre un lettering, una caratterizzazione dei personaggi, una composizione, una chiarezza e uno storytelling eccezionali e per finire, è stata anche divertente! Oltretutto è stata sia fantasiosa che
idiosincratica e fu una grande valorizzazione (e elenco) dei molti punti di forza della striscia e del medium fumetto.
Cavolo, non servo io per dire quanto sia grande Peanuts!

Per quanto riguarda il mio periodo preferito, dovrei dire all’incirca la metà e la fine degli anni ’50. C’è un punto dove l’arte di Schulz è ancora semi-realistica, e soprattutto inchiostrata con un pennello, e per me è proprio magnifica. Snoopy conservava ancora una parvenza di simpatico cucciolo e la sua cuccia, non era ancora diventata la casetta e l’icona familiare che tutti conosciamo così bene. In effetti, molti degli oggetti di sfondo erano ancora disegnati in un modo tridimensionale che Schulz alla fine ha abbandonato. Tuttavia … nonostante il disegno degli inizi fosse splendido, ho anche una passione per le strisce degli anni più divertenti e crudeli, che credo potrebbero cadere intorno a 1968-1970. Non sono sicuro. E’ tutta così bella …. forse fino al 1980 o giù di lì. Anche nei suoi anni di declino, per me, la striscia rimane interessante fino alla fine. Schulz non ha mai smesso di impegnarsi, e anche se non la vediamo del tutto come un progresso continuo, comunque, è ancora lì.

-Collezioni le strisce di Gasoline Alley, un gran bel fumetto! Puoi dirci cosa di piace di questo e perchè?

-L’attrazione che Gasoline Alley ha su di me può probabilmete essere riassunta al meglio dalle parole: “realismo naturale”.
Semplicemente non c’è mai stata un’altra striscia così.

E’ stata vera, sobria e delicata in un modo nel quale nessun altra striscia lo è mai stato. I personaggi invecchiavano lentamente e naturalmente, e non c’erano gag o battute finali nel senso convenzionale di tante altre strisce.

Il bellissimo disegno di Frank King era la cigliegina sulla torta di questa striscia che rasenta la perfezione. Infatti, il suo fascino e i suoi pregi mi sembrano tutti così totalmente ovvi, che mi sento ridicolo persino a descriverli!

E siccome non ho mai posseduto una macchina o una casa, posso dire in tutta onestà che la mia collezione di Gasoline Alley presa dai quotidiani originali, rappresenta facilmente il più grande acquisto/spesa di tutta la mia vita. In altre parole, quando si tratta di questa striscia, spendo tutti i miei soldi!

-Ci parli della tua amicizia con Seth e Chester Brown?

-Haha! Che ne dici? In tutta la mia vita non ho mai avuto amici così meravigliosi e talentuosi. Il fatto che abbia dovuto separarmi da loro mi rattrista e mi uccide. Sono stato un residente illegale in Canada per gli interi quindici anni che ci ho vissuto. Così, quando si è presentata l’occasione e sembrava che l’HBO fosse interessata a trasformare i miei fumetti in uno show televisivo, ho pensato che fosse il momento giusto per trasferirsi a Los Angeles e perseguire questa strada. Naturalmente, il programma televisivo non si è mai concretizzato, ma a prescindere, qui a Los Angeles sono stato molto felice. L’assenza di Chester e Seth nella mia vita è semplicemente la mia insoddisfazione numero uno.

-Recentemente ti sei trasferito da Toronto a Los Angeles. Quali cambiamenti ha portato nei tuoi fumetti questo spostamento?

-Praticamente mi sono trasferito a Los Angeles per due motivi: a) non ero un cittadino canadese e (soprattutto dopo il 9/11) ho sentito che dovevo tornare negli Stati Uniti. E b) I miei fumetti mi hanno sempre fatto guadagnare poco, quindi – ho rincorso i soldi di Hollywood, per lo più come un azzardo. Comunque è sempre stata un’impresa poco entusiastica. Anche ora, ho appena scritto una sceneggiatura pilota (interamente su specifiche) per le produzioni Lionsgate – e da questa non mi aspetto assolutamente niente. Ma va bene così. Sono abituato a essere povero. Le probabilità di questo successo sono appena migliori di vincere alla lotteria. Questo è tutto.

-Il tuo ultimo lavoro è raccolto in Spend, uscito nel 2007. Su cosa hai lavorato in questi ultimi anni? Un nuovo fumetto?

-Il mio prossimo libro riguarda: il mio trasferimento da Toronto, la mia esperienza a Hollywood, e le due relazioni principali che ho avuto da quando mi sono spostato qui nel 2003. È tutto colmo di sofferenza e, quindi, ho poca voglia di lavorarci. Però …. sto rimanendo lentamente al verde e questa, per me, è la motivazione migliore del mondo. Così, si spera, questo libro sarà terminato entro l’estate del 2011, se non prima! Speriamo! Pregate per me!! Grazie.

-C’è qualcosa in particolare che non hai ancora fatto e che vorresti fare nei tuoi fumetti?

Sì. La sfida rimane: scavare più a fondo e mostrare aspetti di me stesso che devo ancora mostrare. Non è facile e, troppo spesso, mi trovo ad usare l’umorismo per diffondere ciò che potrebbe altrimenti essere troppo offensivo o realistico. E’ un equilibrio complicato – cercare di essere “vero” ma anche, in una certo modo, divertente.

Okay, ho finito questa intervista! Woo-hoo!! Ora sto andando a mangiare una ciotola di Cherry Chocolate Chip Ice Cream e a leggere qualche fumetto! E proprio pochi giorni fa, ho incontrato una nuova ragazza che mi piaceva molto, così al momento, sono fiducioso per il futuro! Probabilmente non durerà. Haha. Eppure … la speranza è l’ultima a morire!

Da sinistra: Joe Matt, Seth, Chester Brown

English text.

-When and why did you decided to do comics based on yourself?

I started writing and drawing comics about myself sometime back in 1986. At first, they were just short vignettes in a sketchbook, but by the summer of 1987, I’d begun the first few pages of my first book, PEEPSHOW: THE CARTOON DIARY OF JOE MATT.

I think part of the reason why I chose autobiography as a genre, or as my subject matter, was in reaction to the superhero genre, which had dominated the medium for my entire life.

For starters, my drawing style was too cartoony and ill-suited for mainstream, superhero comics. Secondly, things like creator’s rights and unfettered freedom seemed of utmost importance, and “working for hire” just seemed plain wrong.

At the age of 23 or 24, I also felt that I had outgrown the superhero genre and my interest in reading those comics, let alone trying to make them, was at an all-time low. So, that, coupled with discovering the comics of Crumb, Pekar and Spiegleman, just naturally led me toward a growing interest in reality-based (as opposed to fantasy-based) comics.

And finally, even when starting out, I liked the idea of my entire life’s body of work being thematically-linked, and autobiography just seemed to naturally provide that, more so than any other genre.

-How do you approach to your work? Do you have to do the script before or you drawn directly?

I have a few notes of key points, scenes, or lines of dialogue that I feel I must absolutely work into my work, but for the most part, I write and draw directly on what will be the finished page.

I pencil extremely light (with non-photo blue lead), in order to minimize, when inking, any sense of just tracing over my pencils. The inked drawings are all that the reader sees anyway, therefore I think it’s best to see them clearly, as you’re inking them.

I also feel that the pencilling stage is more about the writing, the words, and the decisions that serve the story-telling, much more than the artwork. Getting bogged down in drawing the fingers on a particular hand isn’t anywhere near as important as say, the gesture of that hand or what purpose it serves by even being shown in a particular panel. In fact, agonizing over the particular wording of a phrase, or the decision to make a panel silent–these, to me, are the primary decisions that need to be made during the pencilling stage. Apart from that, one’s instincts are really all anyone has to guide them.

-Are your comics based entirely on the truth or sometimes you tend to exaggerate? Which aspects of you do you want transmit to the reader?

My comics are based on truth, but it’s a subjective truth. I feel free to change and manipulate things in order to serve my purposes.

For example–if I want a scene to run, unbroken, and I want to include or establish a certain number of things, I’ll always combine or compress a few separate events and present them as one, just form the sake of clarity and a natural flow to a story.

And of course, by the same token, I’ll exaggerate many things just to put something over. For example, I may draw my internal state, at a particular moment, as if it were physical–with arms flailing, sweat-beads popping, etc.–when in fact, it may have all just been internalized. And my reasoning for the change may be as simple as–I think it’s funnier.

And again–only instincts guide these decisions. It’s not really easy to describe the process. It’s just making the decisions that feel right and on track.

-Did cartoonists like Robert Crumb or Harvey Pekar influeced you? If so, in which way?

Were Crumb and Pekar an influence? Definitely and probably most obviously.

I also cite Art Spiegelman’s MAUS as an on-going influence, as well as major inspiration. The conceiving and execution of a true graphic novel like MAUS is something that neither Crumb nor Pekar (in my opinion) ever fully achieved.

Also, since then, there have been SO many talented cartoonists that have continued to have a major impact on me. Basically, anyone that approaches a finished BOOK as the final product of true self-expression, will catch my attention. Books like: Joe Sacco’s FOOTNOTES IN GAZA, Dan Clowes’ ICE HAVEN, Chester Brown’s LOUIS RIEL, or Carol Tyler’s YOU’LL NEVER KNOW are what I’m talking about. Like MAUS, they’re all strong, clearly conceived books, and that’s what inspires me the most.

-It is well-know that you like Charles Shulz’s Peanuts a lot. What of this strip do attracts you and which period of it do you like more?

There are SO many complimentary things that I can say about PEANUTS, that I barely know where to start!

For starters–it’s gorgeous, simple cartooning. The strip also functions as: pure entertainment, personal expression, as well as a tool for subtle preaching, morals and messages. It also has exceptional lettering, character design, compositions, clarity, story telling, and to top it off, it was also hilarious! It was also imaginative, idiosyncratic and a great exploitation (and catalog) of the many intrinsic strengths of cartooning and the comics medium. Hell, no one needs me to tell them how great PEANUTS is!

As for my favorite period, I’d have to say around the mid to late 1950s. There’s a point where Schulz’s art is still semi-realistic, and inked primarily with a brush, and it’s just gorgeous to me. Snoopy still retained a semblance to a cute puppy and his doghouse hadn’t yet become the flat, familiar icon that we all know so well. In fact, many of the background objects were still being drawn in a 3-dimensional way that Schulz eventually abandoned.

Still…as gorgeous as that early art was, I also have a fondness for the strip’s funniest, cruelest years, which I think may fall around 1968-1970. I’m not sure. It’s all so good….maybe right up until 1980 or so.

Even in its declining years, the strip remains interesting to me, right to the end. Schulz never stopped pushing himself, even if we don’t quite see it as the same type of continual progress, it’s still there, nonetheless.

-You collect Gasoline Alley strips, a great comic! Can you tell us what do you like of this strip and why?

GASOLINE ALLEY’S appeal to me can probably be summed up best by the words: “natural realism.” There has simply never been another strip like it.

It was real, low-key and subtle in a way that no other comic strip has ever been. The characters all aged slowly and naturally, and there were no punchlines or gags in the conventional sense of so many other comic strips.

Frank King’s beautiful cartooning was just the icing on the cake of this near-perfect comic strip. In fact, its appeal, value charms all seem so utterly obvious to me, that I feel ridiculous even describing them!

And since I’ve never owned a car or a house, I can say in all honesty that my GASOLINE ALLEY newsprint collection easily represents my largest purchase/expense of my entire life. In other words, I literally put my money where my mouth is, when it comes to this strip!

-What about your friendship with Seth and Chester Brown?

Haha! What about it? I’ve never had such wonderful, talented friends in my entire life. It kills and saddens me that I had to move away from them. I was an illegal resident in Canada, the entire 15 years that I lived there. So, when the opportunity arose and it looked like HBO was interested in turning my comics into a TV show, I figured it was the right time to move to LA and pursue that. Of course, the TV show never happened, but I have been very happy, here in LA regardless. The absence of Chester and Seth in my life is easily my #1 complaint now.

-In the recent years you moved from Toronto to L.A. Which changes in your comics has led this displacement?

I basically moved to LA for two reasons: a) I wasn’t a Canadian citizen and (especially after 9/11) I felt that I had to return to the US. And b) My comics have always made dismal money for me, so–I chased after Hollywood money, mostly as a gamble. It was always a half-hearted effort anyway. Even now, I just recently wrote a pilot script (entirely on spec) for Lionsgate Productions–and I expect absolutely nothing to come of it. But that’s fine. I’m used to being poor. The odds of this succeeding are just better than winning the lottery. That’s all.

-Your most recent work is collected in Spent, dated 2007. On what did you work in these years? A new comic?

My next book is about: my move out of Toronto, my experiences in Hollywood, and the two major relationships that I’ve had since moving here in 2003. It’s all fraught with pain and hence, I barely ever feel like working on it. But….I am going slowly broke and for me, that’s the best motivation in the world. So, hopefully, this book will be finished by the summer of 2011, if not sooner! Hopefully! PRAY FOR ME!! Thank you.

-There is something in particular that you want to do in comics you have not already done?

Yes. The challenge is always: to dig deeper and show aspects of myself that I’ve yet to show. It’s not easy, and too often, I find myself using humor to diffuse what might otherwise be too unsavory or realistic. It’s a tough balancing act–trying to be “real” but also entertaining to some degree.

Alright, I’m done with this interview!! WOO-HOO!! I’m now going to eat a bowl of Cherry Chocolate Chip Ice Cream and read some comics!! And just a few days ago, I met a new girl that I really liked, so at the moment, I’m hopeful for the future! It probably won’t last though. Haha. Still…hope springs eternal!

Thank you Joe!

Da sinistra: Seth, Chester Brown e Joe Matt, ritratti da Joe Matt

Jacques Tardi al tavolo da disegno

Un’estratto da un documentario che riprende il disegnatore francese Jacques Tardi mentre lavora su una tavola del socondo volume di Putain de Guerre.

Pensieri su 5000 Chilometri al Secondo

di Andrea Queirolo

Se Manuele Fior sa raccontare così bene è innanzitutto perché ha qualcosa da dire e sa come dirlo. Cinquemila Chilometri al Secondo è, infatti, un’opera di esperienze personali. Ciò non vuol dire che sia autobiografica o che i fatti siano accaduti realmente; vuol dire che l’autore si è ritrovato nel racconto e che è riuscito a domarlo, trasmettendo su carta paesaggi, situazioni e sentimenti veri.

Il viaggio rappresenta uno dei temi dell’opera e l’autore ci porta in due posti particolari e agli antipodi, due paesi in cui lui stesso ha vissuto per qualche tempo: la Norvegia e l’Egitto. Nella necessità di lavorare di getto, senza uno storyboard e partendo dal colore Fior impone al suo lavoro una spontaneità genuina. Questa necessità è data dal catturare nel tempo le sensazioni lasciando percepire ed elaborare al lettore il mondo creato dall’autore.
E’ l’occhio di Fior a guidare la mano e i suoi ricordi si fermano sulla carta.
Così la storia colpisce di netto e trascina la lettura che passa velocemente da un momento all’altro, da un paesaggio all’altro, da una situazione all’altra.

E’ la storia di una vita, un parallelo fra Lucy e Piero che da giovani si amano e le cui strade si dividono per rincontrarsi tempo dopo, in una mezz’età che non ammette ripensamenti.
E’ un libro basato sulla causa e l’effetto, sulle decisioni dei personaggi.
Un racconto di scelte e di errori, tutti decisivi.
E’ un racconto sulla lontananza dalla propria terra, sulla malinconia e sul ricordo, il quale allo stesso tempo è segnato dalla consapevolezza dell’essere cambiati.

Il fumetto, che si regge sul gioco della progressione temporale, è suddiviso in capitoli e ognuno inizia con delle gocce di pioggia, che aumentano man mano che i personaggi diventano adulti e che alla fine sfociano in un temporale. La pioggia che nasce, cresce e finisce può esser vista come una similitudine della vita, la quale ha un inizio e una fine.
Dopo il nubifragio ecco che la pagina dell’ultimo capitolo è bianca, tutto è finito, torna il sole e la storia ricomincia.

Nessun dei due protagonisti, alla fine è contento della sua situazione attuale, ed è l’imprevisto a mettergli pressione, portandoli in un futuro che per loro rimane incerto. E’ Nicola, l’amico di Piero, a segnare il finale, con la sua maglietta che sfoggia la scritta “No Future”, come a sottolineare l’incertezza dell’età adulta che verrà.

E’ la vita che scorre veloce, che va a 5000 chilometri al secondo, che ti trascina via e non ti lascia il tempo di riflettere. Poi, quando ti volti e guardi indietro, è ormai troppo tardi.

Per approfondire l’argomento potete leggere l’importante conversazione fra Giacomo Nanni e Manuele Fior: parte 1 / parte 2.

Conversazione con Paolo Bacilieri

di Andrea Queirolo

Questa bella conversazione con Paolo Bacilieri è frutto di una chiacchierata via Skype nei giorni 16, 17 e 18 novembre, in seguito editata. Ringrazio Paolo per la sua disponibilità, è stato un piacere parlare con lui e spero che piacerà anche a voi leggere quanto è stato detto.

andrea queirolo: Ciao Paolo, ci sei?

Paolo Bacilieri: Sì.

Paolo Bacilieri: Ciao Andrea. Sono pronto

andrea queirolo: Ok, se ti va partirei dall’inizio, e ti chiederei il perchè hai scelto di fare fumetti e da dove è nata questa passione.

Paolo Bacilieri: Il dove lo collocherei in quella vasta offerta di fumetti che si potevano avere in Italia, anche nel paesino dove son cresciuto in alta Valpolicella, Veneto, negli anni settanta. Sono stato un lettore avidissimo e precocissimo, dice la mamma, e ben presto ho cercato di riprodurre da me i miei “preferiti” su delle risme di carta bucherellata (allora non c’erano computer) che mio padre portava dall’ufficio. Il perchè nn mi è del tutto chiaro. La risposta più comoda poterbbe essere: non so fare nient’altro. Forse il fatto di crescere in un luogo remoto, modesto, con poche attrazioni mi ha permesso di vedere in questo mondo cartaceo dei fumetti qualcosa di meraviglioso…

andrea queirolo: Già il Veneto occupa un posto in primo piano nei tuoi fumetti, sei rimasto molto attaccato alla tua terra…

Paolo Bacilieri: In realtà lo sono più ora forse che vivo a Milano…

andrea queirolo: Quindi parlare del Veneto nei tuoi fumetti è anche un modo per ricordarlo…

Paolo Bacilieri: Sì, certo. Anche perchè come altri luoghi “organici” ha subito in questi anni una trasformazione radicale, drammatica sia esterna che “spirituale”. Mi pare importante ricordare com’era.

andrea queirolo: Certo, comunque, come è stato il tuo inserimento nella professione vera e propria? Si sa che hai fatto un apprendistato con Manara, come ricordi quel periodo?

Paolo Bacilieri: Apprendistato è la parola esatta, ne ho un ricordo positivo. Manara fu davvero generoso, come Cimabue con Giotto! Mi portò con sè a Lucca nel 1982 mi presentò Pratt, Pazienza (avevo 17 anni) e un sacco di altri autori più o meno importanti (li ricordo tutti!)…forse a quell’età la cosa più importante è vedere qualcuno che fa (e come lo fa) quotidianamente questo mestiere.

andrea queirolo: In effetti hai cominciato mentre in italia c’era Frigidaire e il gruppo Valvoline, da loro hai assimilato qualcosa?

Paolo Bacilieri: Credo di sì. Più forse da Frigidaire che per un giovanotto di provincia aveva un appeal ben maggiore dei Valvoline. Quelli li ho apprezzati di più dopo…al Liceo Artistico di Verona, Pazienza & C erano il non plus ultra anche per molti miei compagni e compagne di scuola.

andrea queirolo: Forse per i giovani erano più immediati…

Paolo Bacilieri: Assolutamente, e disturbanti, quando non intimidatori. Non si erano mai viste cose così. Noi brat di classe media cresciuti a fumetti eravamo il target perfetto per “loro”…

Copertina dell’edizione francese di “Barokko”

andrea queirolo: Quindi quando ti sei messo a lavorare a Barokko pensavi anche a loro? Cioè Barokko mi è sempre sembrata un opera che “buca il foglio”…

Paolo Bacilieri: Sì, anche a Pratt però, unica ragione credo per la quale mantenni una griglia rigidissima di quattro striscie. Con Barokko cominciai a inserire paesaggi “specifici”, andando a zonzo facendo foto…cosa che poi non ho più smesso di fare.

andrea queirolo: I paesaggi assumo un ruolo importante nei tuoi racconti, a volte si muovono con i personaggi. Mi viene in mente in Zeno Porno, dove si passa spesso dalla città alla vegetazione, o più recentemente nella tua ultima storia di Jan Dix, dove la foresta sembra “viva”.
Cioè mi sembra che il paesaggio sia più di un semplice sfondo nelle tue storie.

Paolo Bacilieri: Senz’altro. E’ spesso uno se non il protagonista, ma si rischia la banalità. Non credo sia una novità. Togli a John Ford la Monument Valley per esempio…no aspetta, resta L’uomo che uccise Liberty Valance, un capolavoro girato quasi tutto in interni! Ho sbagliato esempio.
Comunque sia mi piace ed è una cosa che continuerò a fare credo, lavorare sui “luoghi”, ho appena finito una storiella con Zeno ambientata nel cimitero Monumentale di Milano. Un posto affascinante.

andrea queirolo: Ah ok! Comunque se ben ricordo Barokko fu pubblicato in Francia. Come sei arrivato subito al mercato francese?

Paolo Bacilieri: Ci arrivai tramite Luca Aurelio Staletti, l’agente di Manara e di molti fumettisti all’epoca. Fu Staletti a propormi alla Casterman e a Jean Paul Mougin, allora direttore del mensile (À Suivre), piacquero le mie cose. Sia quelle disegnate con i testi di Mescola e sia poi Barokko. In effetti pubblicai entrambi in Francia prima che in Italia. Andò così.

andrea queirolo: Insomma già allora il mercato francese era più ricettivo di quello italiano…

Paolo Bacilieri: Non ho mai capito molto bene le regole di questa recettività. Era ed è sicuramente più grande.

andrea queirolo: Poi hai cominciato a lavorare con Bonelli, come si è presentata l’occasione?

Paolo Bacilieri: Non è stata immediata la cosa. In mezzo tra l’ultima storia di Barokko e il mio primo Napoleone ci sono stati 5 / 6 anni ntensi.

andrea queirolo: Effettivamente hai disegnato Durasagra e cominciato a lavorare anche su Blue

Paolo Bacilieri: L’ordine è questo: Durasagra, Phonx, SuperMaso, Zeno Porno.

andrea queirolo: Quello che voglio dire è: avresti poi pensato, però, di arrivare alla Bonelli?

Paolo Bacilieri: No. Non ci pensavo proprio…

andrea queirolo: Insomma, hai fatto un percorso articolato, quelle sopra sono quattro opere tutte diverse. SuperMaso per esempio mi ha colpito molto quando l’ho letto, è forse uno dei primi esempio di cronaca fumettistica in italia (passami il termine)…

Paolo Bacilieri: Sì non è la prima volta che mi viene attribuita questa cosa. Non credo sia del tutto vero, altri esempi se ne possono trovare, comunque all’epoca trattare a fumetti fatti del genere era in Italia sicuramente meno “normale”di quanto lo sia ora.

andrea queirolo: Si non era una cosa comune…
Durasagra invece doveva essere pubblicato anche in Francia?

Paolo Bacilieri: Durasagra a Mougin e agli altri della Casterman non era piaciuto proprio. David B. (a differenza del sottoscritto) ricorda che ad Angouleme andai a proporre Durasagra all’Association. Neanche a loro piacque. Fu là che incontrai gli editori che lo pubblicarono poi in Italia. Quelli della R&R che sta per Restauri e Ristrutturazioni, un editore di Matera che da poco aveva cominciato a produrre e pubblicare libri a fumetti. A loro piacque molto, lo presero al volo. Un veneto che trova lavoro in Basilicata. Era il 1994, mi pare.

andrea queirolo: interessante! In realtà però conosco solo l’edizione Black Velvet, non ho mai visto quella della R&R…

Paolo Bacilieri: La R&R smise poco dopo di pubblicare fumetti…

andrea queirolo: Capisco.
Quindi cosa hai cercato di fare con questo volume rispetto a Barokko? Il disegno si fa ancora più preciso, di quel volume mi colpirono molto le anatomie oltre che le vedute archittettoniche.

Paolo Bacilieri: Sì. Il fatto di applicare ad un “museo a cielo aperto” come Venezia il metodo di lavoro messo a punto con Barokko, oltre a quello di viverci, ha fatto sì che entrassi in una sorta di “trip monumentale”. Credo somigliassi ad un tossicodipendente all’epoca anche se la mia droga erano Lotto, Bellotto, Bellini e Piazzetta, Rizzo e Sansovino. Abbandonai la striscia regolare per un decoupage più articolato e cominciai a lavorare anche sul lettering…

andrea queirolo: Certamente il lettering è un altro elemento importante del tuo lavoro…

Paolo Bacilieri: Il lettering è importante sempre…

andrea queirolo: Si, nel tuo caso poi è proprio un marchio di fabbrica…e poi come è nata l’idea di Zeno?

Paolo Bacilieri: Per sbaglio mi viene da dire. All’epoca l’unico editore con ci lavoravo era Coniglio che faceva Blue che erano fumetti porni. La banalissima idea di partenza era quella di voltare lo sguardo di 180° e dare un occhiata a chi il porno lo consuma,lo fruisce. Il nome era programmatico quindi (oltre che musicalmente buono, cosa per me importante): Zeno Porno. Doveva essere un personaggio cupo, un poco come l’Harvey Keitel del “Cattivo tenente”, invece poi subito ha cambiato aspetto e ha preso a vagare…

andrea queirolo: Zeno ti assomiglia anche…scelta stilistica o necessità?

Paolo Bacilieri: Sì. Quando mi chiedono se sono io rispondo no. Sono “anch’io”, semmai.

Bacilieri nei preparativi per la mostra personale a Bologna durante il festival Bilbolbul 2010

andrea queirolo: Zeno racchiude un po il tuo modo di vedere certe cose?

Paolo Bacilieri: Certo. Tuttora lo uso spesso, è come un paio di scarpe comode…il nome nn ha più molto senso ma per la disperazione della mia mamma lo mantengo…

andrea queirolo: Ahah :)
Mi ha sempre incuriosito quando Zeno parla dei remake delle storie Disney. Quale è il tuo rapporto con queste?

Paolo Bacilieri: Naturalmente prima di tutto mi piacciono. E mi piace questa cosa del lavorare su personaggi fissi immutabili come quelli Disney. Succede solo da noi in italia, credo…

andrea queirolo: Già, quindi si può dire che in parte con Napoleone hai raggiunto un tuo scopo?

Paolo Bacilieri: Ovvero?

andrea queirolo: Hai potuto lavorare su un personaggio non tuo, già definito, in un certo senso immutabile, anche se poi hai potuto scriverne anche le storie e dare una tua impronta. Sbaglio?

Paolo Bacilieri: Ah, no, anzi sì…mi spiego meglio…trovo interessante il fatto che Zeno faccia una cosa che ha degli aspetti anche frustranti come scrivere Disney, in senso narrativo, come posso trovare interessante raccontare di un sergente dei marines in vietnam senza per questo morire dalla voglia di far la guerra.
Detto questo Napoleone era per fortuna molto più maneggevole, proprio perchè meno classico e consolidato dei personaggi Disney e anche dei suoi colleghi Dylan Dog, Tex, ecc…

andrea queirolo: E’ anche per questo che sei riuscito a collaborare con Bonelli?

Paolo Bacilieri: Credo di sì…

andrea queirolo: Voglio dire, in qualche modo hai infranto le regole ferree della Bonelli, sei l’unico autore che può fare certe cose su un albo del genere. La trovo una cosa importante…

Paolo Bacilieri: Sì Carlo [Ambrosini] ha sempre avuto la massima benevolenza verso le mie manomissioni delle sue storie, ma il mio intento quando faccio Napoleone o Dix non è certo quello di stravolgere nulla, credo anzi di avere nel mio dna della bonellitudine assorbita in tenera età…

andrea queirolo: Si, indubbiamente. Forse è che hai assimilito ed elaborato in modo personale. Comunque come ti sei trovato a di dover scrivere un personaggio non tuo?

Paolo Bacilieri: Bene direi, ho sempre alternato e continuo a farlo, cose mie, personali, con lavori fatti con altri. Con Napoleone è stato facile: l’ambientazione , il suo impermeabile e la sigaretta…la 1100, quell’aria rilassata, tutto assolutamente consono alle mie attitudini. Inoltre ribadisco, sia Carlo che Franco Busatta, che faceva da editor, apprezzavano e stimolavano il mio lavoro. Se c’era qualcosa che non andava naturalmente lo facevano presente, ho ridisegnato qualche vignetta e spesso Carlo ha migliorato i miei dialoghi. Si chiama lavoro di squadra.

andrea queirolo: C’era qualche aspetto che avresti voluto approfondire? Forse la città in cui era ambientata la vicenda, Ginevra?

Paolo Bacilieri: Ginevra a dire il vero l’ho disegnata abbastanza! Piuttosto l’Africa, l’Etiopia, che è un paese di infinite risorse (vedi Pratt ovviamente) e che dopo la prima storia nn ho più avuto occasione di raccontare. Giarabub, bel nome no?

andrea queirolo: Ahah, si indubbiamente!

Paolo Bacilieri: Orde Wingate!

andrea queirolo: Mi manca Napoleone

andrea queirolo: Parlando della tua esperienza su Napoleone, cosa ti ha dato lavorare in quel modo, su quel formato e con una scadenza diversa?

Paolo Bacilieri: Credo sia stata importante, anche perchè è arrivata abbastanza tardi da permettermi un approccio personale e abbastanza presto da essere affrontata con entusiasmo e una certa incoscienza, insomma non ero completamente bollito. Le contingenze (scadenze, formato, esigenze editoriali, ecc…) anzichè abbruttirmi mi hanno stimolato. Ho già detto credo che la considero una palestra formidabile che mi ha aiutato anche nelle cose extra bonelliane.

andrea queirolo: Alla fine per completare un albo quanto tempo ti ci voleva?

Paolo Bacilieri: Non ho mai avuto scadenze brutali, la media era di un’albo all’anno ma mi è capitato di farne anche due. Contrariamente a quanto le mie tavole possono far pensare sono abbastanza veloce. Diciamo che una tavola al giorno è la mia produzione normale.

andrea queirolo: Un ottimo standard direi!
Quindi subito dopo Napoleone ti sei messo a lavorare a Jan Dix?

Paolo Bacilieri: Sì. Carlo ci stava lavorando già da un pò quando ho finito il mio ultimo Napoleone. Quindi niente soluzione di continuità. Passare a Dix ha comportato le difficoltà tipiche del prender le misure a un personaggio inedito, (Napoleone mi veniva in automatico) e con i mattoni delle case di Amsterdam!

andrea queirolo: In più ti sei dovuto confrontare con quadri e pittori! Come è stato, hai avuto bisogno di documentazione?

Paolo Bacilieri: Ho sempre bisogno di documentazione. La prima storia che ho disegnato aveva a che fare con una Wunderkammer e lì ci vado a nozze, semmai il problema sorge con materiale tipo Cezanne. Come rappresentarlo in un fumetto in bianco e nero senza “copia e incolla” ma cercando di farlo onestamente, senza banalizzarlo, in modo vivo…dinamico…? RM Rilke dice che forse il modo migliore di rappresentare un opera di Cezanne è un numero di moltissime infinite cifre. Stupendo ma poco praticabile in un fumetto come Dix

andrea queirolo: In effetti il volume su Cezanne è fra i miei preferiti della serie, proprio perchè dinamico….questa volta, non vorrei sbagliarmi, ma non hai scritto storie su Dix, non c’e’ stato modo?

Paolo Bacilieri: Non ce n’è stato il tempo, se la serie avesse proseguito probabilmente avrei finito per farlo, ma con i se…

Una tavola da “Jan Dix”

andrea queirolo: Purtroppo non ha proseguito come fu per Napoleone…comunque in mezzo ai due personaggi bonelliani è stato pubblicato Canzoni in A4, una sorta di sketchbook, giusto?

Paolo Bacilieri: No, no. Ho fatto di tutto perchè non fosse uno sketchbook…credo che almeno nella parte finale non lo sia proprio.

andrea queirolo: Quindi è stato pensato come un libro? Però raccoglie molti sketchs…

Paolo Bacilieri: Si, del resto non so cosa sia! Ahaha!

andrea queirolo: Ahah, quindi non lo sai neanche te! :)

Paolo Bacilieri: Dunque, è andata così: quelle belle persone Cristina e Fausto della galleria MioMao volevano fare una mia mostra. Si pensò a che genere di mostra e i MioMao si misero a spulciare nelle risme (tante risme) di A4 che intasano il mio studio. Roba accumulata nel corso di una decina d’anni venne alla luce e così si decise che la mostra sarebbe stata di A4. Poi venne l’idea delle Canzoni, poi venne l’idea che anzichè un catalogo si poteva fare un libro, e i Kappa furono d’accordo. Molto del materiale lo disegnai l’estate stessa, e molto rimase fuori. Disegni anche belli ma troppo sketchbook. Così, in tempo per l’inaugurazione, uscì il libro…

andrea queirolo: Il libro è interessante perchè da un’idea dell’evoluzione del tuo stile.
Una cosa che ho notato è che fai poco uso dei neri pieni, e mi sembra che negli ultimi tempi il tuo tratto sia sempre più essenziale, anche se poi ci si accorge che la pagina è sempre molto elaborata. A volte sembra che disegni direttamente senza usare le matite preliminari…

Paolo Bacilieri: nel caso di Canzoni in A4 l’uso della matita non era proprio contemplato in effetti. Più in generale la matita la uso eccome anche se non sono metodico come chi riesce a fare storie intere a matita prima e ripassare il tutto poi a china…

andrea queirolo: Ok, parliamo un po di Sweet Salgari che è il progetto su cui stai lavorando ora, da dove nasce l’idea?

Paolo Bacilieri: L’idea ce l’ho tra le scatole da così tanto che non mi ricordo più bene…sono almeno una decina di anni…
andrea queirolo: Ah, quindi è un progetto che hai in mente da tanto! credevo fosse una cosa recente…

Paolo Bacilieri: Si possono fare molti discorsi su Salgari…ho letto biografie, cose inedite, studi, ecc…e ancora non ho finito, ma forse la cosa primaria è quella faccia un pò così…con la paglietta e i baffoni…di solito parto da qui, da un elemento prettamente visivo…

andrea queirolo: Perchè il personaggio è Salgari stesso…

Paolo Bacilieri: Sì, non ci saranno i suoi personaggi ma lui stesso e l’Italia di allora, i posti dove ha vissuto: Verona, Venezia, Genova, Torino…

andrea queirolo: Una sorta di biografia quindi…fin’ora abbiamo visto un capitolo su Pic-Nic, la pubblicazione continuerà li sopra o raccoglierai tutto in volume?

Paolo Bacilieri: Continuando Pic-Nic (spero) continuerà Sweet Salgari su esso. La seconda puntata è già da tempo in mano ai Superamici. Poi verrà raccolto in volume.

Una pagina da “Sweet Salgari”

andrea queirolo: E le storie brevi che appaiono su Animals verranno raccolte?

Paolo Bacilieri: Beh, spero di sì. Non ho ancora programmato la cosa. Le vedo bene in una sorta di Canzoni in A4 bis…

andrea queirolo: Bene, sarebbe un’ottima cosa.
Stai anche lavorando a qualcosaltro o sei concentrato solo su Salgari?

Paolo Bacilieri: In questo momento sto facendo altro. L’adattamento a fumetti di Adios Muchachos, un romanzo di Daniel Chavarria, per l’editore Casterman. L’uscita, se tutto va bene, è prevista per l’anno prossimo.

andrea queirolo: Ah, che bella notizia, speriamo di vederlo anche in Italia ovviamente!

andrea queirolo: Ok, e per finire, quando ti vedremo all’opera su Tex? :)

Paolo Bacilieri: Ahahah!

andrea queirolo: Eheh, ok direi che può andare Paolo, grazie tantissimo e a presto!

Paolo Bacilieri: Grazie a te Andrea, ciao!

Tex in una copertina realizzata per XL di Repubblica

Un discorso su X’ed Out – Tintin negli incubi di Burns Parte 4

di Andrea Queirolo

Leggi le parti: 1 / 2 / 3 / 5 / 6

Leggi l’intervista inedita a Burns

Che Charles Burns faccia fumetti per passione e che nella maggior parte dei casi non ci paghi le bollette è cosa vera. Le sue storie procedono lentamente, in un susseguirsi di stop e ripartenze dettate dal bisogno di dar la precedenza a tutti quei lavori commissionati che gli permettono di mantenere la famiglia. Un bene per il suo modus operandi, minuzioso, perfezionista e sempre alla ricerca del giusto spunto. Un po’ meno bene per i lettori, avidi di sue storie e sempre, perennemente in attesa.
Ora Burns, grazie al formato scelto per la sua ultima opera, ha finalmente trovato il giusto compromesso fra tempo impiegato e aspettativa del pubblico.
Rifacendosi alla miglior tradizione francese, la scelta felice che Burns ha fatto è stata quella di trascendere la nuova tendenza che vede il graphic novel pensato come un volume unico di trecento pagine.
Burns adotta un metodo che vuole albi pubblicati a distanza di un anno o due.
Così facendo mette le mani avanti sulle sue scadenze e si ritaglia il tempo per completare l’annunciata trilogia.
L’autore conosce bene il mercato europeo, ci ha lavorato, conosce i generi, li ha assimilati e propone un volume che spiazza il lettore americano: cartonato di grosso formato, 56 pagine con griglia fissa, colore piatto e disegni lineari.
Leggere Charles Burns vuol dire entrare nel suo mondo.
Leggere X’ed Out vuol dire entrare nella vita dell’autore stesso.
Ci entri uscendo da un buco, un buco simile a quello di Black Hole che invece ti imprigionava.

Sembra proprio essere questo uno dei temi principali dell’opera: la costante ricerca di una via di fuga dalla prigionia, dalla dipendenza, dallo stato di oppressione nel quale è rilegato il protagonista. Doug, un ragazzo che cerca di disintossicarsi e che smarca dal calendario i giorni che mancano alla fine della cura; li cancella come un carcerato tiene il conto dei giorni passati in prigione.

“X’ed out” che vuol dire, appunto, cancellato.

Sono i sogni e le allucinazioni di Doug a formare la storia che si divide in due parti, una popolata da personaggi grottescamente irreali, che fa il verso al mondo narrativo di Hergè e l’altra ambientata nell’America del punk, in quel periodo dei tardi anni ’70, che è tanto caro all’autore.
In realtà Burns avrebbe voluto creare un racconto basato sugli anni passati al college, ma questo si sarebbe poi rivelato troppo banale e stucchevole. Allora eccolo ricorrere al cut-up, eccolo pescare a piene mani dalle sue visioni, dalle sue tradizioni e dalle sue passioni: Tintin, che ha impegnato le sue giornate ancora prima di saper leggere; William Burroughs, che da sempre gli indica la retta via; Lucas Samaras, del quale tentava sempre di imitare le fotografie. Queste sono le tre fonti principali che scorrono sotto la pelle del libro e che si manifestano all’occhio del lettore.
Tintin diventa Nitnit, personaggio di un fumetto del quale Doug è un accanito lettore, e anche quello che in sogno diventa il suo alter ego. Nitnit capovolge il mondo di Tintin pur mantendone inalterate certe peculiarità: anche lui ha un fido compare, il gatto Inky e anche lui viene affiancato da un avventuriero, uno strano asiatico che può prendere il posto del capitano Haddock. Inoltre è curioso notare come Burns giochi in parallelo con l’identità dei due personaggi, infatti Nitnit non si ricorda chi è, non sa da dove viene e quale sia il suo scopo, proprio come di Tintin non si conoscono né il passato né l’età.

Nel gioco dei rimandi, Burroughs e Samaras non solo evidenziano il tono autobiografico che Burns riversa in Doug, ma vengono anche menzionati direttamente nella storia.
Nel racconto che occupa tutta la parte centrale del libro, Doug si sveglia con una medicazione alla testa e in preda ad attacchi d’ansia cerca di ripercorre gli avvenimenti passati. La sua scarsa lucidità gli preclude alcuni ricordi e i flashback mischiano le sue memorie.
E’ qua che Burns sfilaccia la logica e contorce la narrazione grazie all’uso estremo di quel cut-up che lo fece innamorare di Burroughs.
Il risultato è notevole, si introduce una spirale di pensieri e parole dettate dai deliri del protagonista. Il lettore viene catapultato da Doug nell’angosciosa composizione di un puzzle mnemonico.

Un quadro via via sempre più inquietante, incentrato ancora una volta sulle manie di Burns: il gusto del macabro, la fotografia, la letteratura, il punk, il fumetto.

Wilson va al cinema?

di Andrea Queirolo

Quando Dan Clowes si muove Hollywood lo segue.
E’ una vicenda che succede già da un po, prima con Ghost World, poi con Art School Confidential e ora con Wilson.
L’adattamento cinematografico sarà scritto dallo stesso Clowes e probabilmente diretto da Alexander Payne, regista di A proposito di Schmidt e di Sideways – In viaggio con Jack (vincitore di un Oscar per la migliore sceneggiatura non originale).
Wilson su pellicola mi stimola una serie di interrogativi da lasciare l’amaro in bocca. Quello che mi arrovella di più è:  almeno si divertirà un po Wilson andando al cinema?

Tintin negli incubi di Burns Parte 3

di Andrea Queirolo

Leggi le parti: 1 / 2 / 4 / 5 / 6

Leggi l’intervista inedita a Burns

Oggi, a Parigi, presso la Galerie Martel si inaugura la mostra di Charles Burns.
Sul sito potete ammirare gli originali di X’ed Out e di opere meno recenti.

Intanto noi continuiamo il nostro discorso…


Quella sopra è una famosa sequenza di Tintin tratta da Le Sette Sfere di Cristallo, mentre quella sottostante è la title page di X’ed Out.

e ancora:

Questa è la copertina de L’orecchio Spezzato e di seguito c’è un’illustrazione di Burns per un portfolio edito dalla Galerie Martel.

E, ringraziando Ken Parille:

Vi invito a segnalarci altri esempi, e vi lascio con un link ad un video (che purtroppo non riesco a postare correttamente), nel quale il buon vecchio Charles si improvvisa attore, per un’intervista che trovo geniale e soprattutto originale. Da vedere assolutamente: http://bit.ly/aSZnH7.