Il gatto (matto) che se ne andava da solo

Gilbert Seldes

Quando si leggono articoli e analisi su Krazy Kat di George Herriman è facile imbattersi nel nome di Gilbert Seldes, che nel secolo scorso è stato uno dei più famosi critici americani della cultura popolare.

Di seguito proponiamo, il seminale saggio di Gilbert Seldes, tratto dal libro The seven lively arts, New York, Harper and Brothers, 1924, pagine 231-245.

Le note, fornite dal nostro traduttore Andrea Pachetti, sono a fondo pagina.

Link all’articolo in lingua originale.

Il gatto (matto) che se ne andava da solo [a]

di Gilbert Seldes

traduzione di Andrea Pachetti

Krazy Kat, la striscia quotidiana a fumetti di George Herriman è, per quanto mi riguarda, la più divertente, fantastica e appagante opera d’arte prodotta al giorno d’oggi in America e non intenderò trattare con chi ritiene impossibile considerare il fumetto un’espressione artistica. Le qualità principali di Krazy Kat sono l’ironia e la fantasia, giusto le stesse che possiamo trovare ad esempio ne La Rivolta degli Angeli; è assolutamente irrilevante indicare in questo contesto una preferenza per l’opera di Anatole France, che appartiene al novero delle arti maggiori. Relativamente a tale àmbito, in America l’ironia e la fantasia sono praticate soltanto da un paio d’autori, che producono peraltro spazzatura d’alta classe; al contrario il signor Herriman, privo d’ogni forma di presunzione e utilizzando un mezzo assai disprezzato, realizza giorno dopo giorno un lavoro invero di grande qualità. E’ il risultato di una sensibilità naïf abbastanza simile a quella del douanier Rousseau[b]; non latita nemmeno d’intelligenza, dato che si tratta di un’opera concepita e poi realizzata con attenta cura. Tra le cosiddette opere di second’ordine possiede caratteristiche di primo piano, oltre a esser davvero deliziosa; in questo periodo abbiamo accettato ed elogiato almeno un centinaio di farse provenienti dall’Europa e dall’Asia: rappresentazioni teatrali sciocche e scarse, dipinti mediocri, opere liriche sgradevoli, religioni inique, ogni cosa pacchiana e dozzinale ha avuto da noi il suo momento di gloria. Al contrario un prodotto locale genuino e onesto è passato totalmente inosservato fino all’anno di grazia 1922, in cui un balletto lo ha portato a una fama tardiva e ancora riluttante.

Herriman è il nostro gran maestro del fantastico e la sua carriera precedente e getta solo una fioca luce sul suo attuale capolavoro, dato che le opere anteriori risultano al confronto dei fallimenti. Nell’approccio realistico scelto all’inizio, aveva trovato un mezzo inefficace per veicolare sia il suo immaginario, sia la strana tecnica visuale che è il suo naturale modo d’esprimersi. Al realistico lettore, The Family Upstairs pareva davvero poco credibile: non riusciva a concedergli il piacere di riconoscere i propri vicini nei momenti più grotteschi. Aveva lo stesso difetto anche la striscia The Dingbats, una famiglia di sfortunati tapini. Invece già la striscia Don Koyote and Sancho Pansy si è avvicinata maggiormente al tono corretto: il folle Cavaliere della Mancia è sempre stato un pensiero fisso per Herriman, dato che riappare trasfigurato anche in Krazy Kat. Sebbene le sue ispirazioni non siano mai di natura letteraria, le affinità più forti, quando non si tratta di Cervantes, sono da ricercarsi in Dickens. L’approccio à la Dickens è visibile in Baron Bean, una figura a metà strada tra Micawber[c] e il Charlie Chaplin della maturità. Parlando di Chaplin, avevo fatto notare il profondo apprezzamento che il signor Harriman nutriva nei confronti delle prime scene de Il Monello. Segnalo dunque che egli ha utilizzato lo stesso tipo di dinamiche presenti nella pellicola, traducendole nel proprio mezzo espressivo. Il Barone Bean era sempre malvestito, affamato e senza un soldo: nonostante ciò manteneva il servo Grimes, atto a svolgere umili mansioni per lui. Grimes era la sua valvola di sfogo, il fedele servitore che, legato da vincoli d’ammirazione e rispetto, aiutava il Barone nei suoi affari di cuore. Come tutti i personaggi di Herriman, anch’essi vivevano nella mesa incantata di Coconino, vicino alla città di Yorba Linda. Il Barone era uomo d’ingegno: mancandogli le finanze per acquistare un francobollo, aveva affidato una lettera d’amore a un piccione viaggiatore; la sua frase “Va’, o mia colomba” pronunziata in quell’occasione, è rimasta immortale.

Alcuni personaggi stanno apparendo di nuovo nel più recente lavoro di Herriman: Stumble Inn, sebbene di quest’ultimo non abbia letto così tanto da avere un’opinione certa a riguardo. E’ in ogni caso a metà strada tra immaginazione e realtà; il signor Stumble di nuovo evoca sensazioni à la Dickens, trattandosi dell’accattivante locandiere sentimentale, colui che preferirebbe perdere anche l’ultimo cliente piuttosto che uccidere il proprio tacchino favorito per il Ringraziamento. Mi è giunta voce che di recente un cestino di cuccioli sia stato trovato nella cantina della locanda: da ciò devo dedurre che la fantasia ha avuto la meglio, poiché è proprio di Herriman camuffare ciò che vuol dire creando un mondo d’esseri viventi né umani né animali, ma con un approccio sui generis.

Ecco quindi l’origine di Krazy Kat. Il tema dell’amicizia tra gatto e topo aveva sempre divertito Herriman e un giorno li disegnò, quasi come nota a piè di pagina in una striscia di The Family Upstairs. Nella loro prima apparizione giocavano a biglie, mentre la famiglia stava avendo un alterco; nell’ultima vignetta una delle biglie cadeva in un buco in basso. Un giovane galoppino di nome Willie fu il primo a riconoscere le grandi virtù di Krazy Kat. Di sicuro si trattava del migliore di tutti i galoppini, dato che subito dopo fu il più importante degli editor, Arthur Brisbane, a confermarne l’opinione. Sollecitò Herriman a insistere con questi due personaggi; nel giro di una settimana iniziarono una vita semi-indipendente in una striscia alta un pollice, posta sotto l’altro fumetto. Lentamente se ne staccarono, furono spostati in un’altra posizione e infine diventarono i protagonisti assoluti della striscia principale, con l’interruzione di The Family. Arrivarono le tavole domenicali, e per tre quarti di pagina coinvolsero le intere famiglie di Krazy e Ignatz[1], oltre alla fiorente città di Coconino – la flora e la fauna della regione incantata che Herriman aveva creato ricorrendo alle sue memorie del deserto dell’Arizona, che così tanto aveva amato.

In una delle immagini più metaforiche della serie, Herriman mostra Kat nell’atto di dire a Ignatz: “Non sono un gatto … e non sono matto” (uso i puntini di sospensione per indicare il surreale cambiamento nei fondali che avviene mentre le frasi vengono pronunziate; sebbene l’azione sia continua e i personaggi immobili, il metodo di Herriman consiste nel mantenere lo sfondo in un perenne stato d’agitazione. Impossibile sapere quando un cespuglio diverrà una sequoia, oppure una tenda muterà in una chiesa) … “Io sono ciò che è dietro di me … E’ l’idea che sta dietro di me, Ignatz, ecco quel ke sono.” Con un atto da contorsionista Krazy punta verso lo spazio bianco alle sue spalle, ed è proprio lì che dobbiamo cercare “l’Idea”. Non è così lontana da raggiungere in fondo. Vi sono una trama e un tema – e considerando che a partire dal 1913 abbiamo avuto circa tremila strisce, si potrebbe azzardare che le variazioni siano davvero infinite. La trama: Krazy (androgino, ma che secondo il suo creatore vorrebbe essere entrambe le cose) è innamorato di Ignatz Mouse; Ignatz, sposato ma giramondo, disprezza Kat e uno dei suoi divertimenti preferiti consiste nel “Kolpire la Kapoccia di Kat con un mattone”, preso dalla fornitura di Kolin Kelly. Il frivolo Kat (Stark Young ha trovato la parola perfetta per definirlo: “crack-brained”, completamente fuori-di-testa) secondo una logica e una memoria cosmica ancora tutta da spiegare, interpreta il mattone come un simbolo d’amore; perciò non può apprezzare gli sforzi di Offisa B. Pupp, tesi a proteggerlo e ostacolare le attività del topo Ignatz. Una battaglia mortale è in corso tra Ignatz e Offisa Pupp – dato che quest’ultimo è innamorato di Krazy; si vedono spesso vignette in cui Krazy e Ignatz cospirano per sopraffare Offisa, entrambi vogliono la stessa cosa ma per motivazioni e fini in netto contrasto tra loro. Questa è la trama principale; è chiaro che il mattone ha poco a che spartire con le fini violente proprie di altre strisce, dato che esso è sovraccarico d’emozioni. Di frequente arriva non alla fine della striscia, ma subito all’inizio. Talvolta non arriva del tutto. E’ un simbolo.

Il tema è preponderante rispetto alla trama. Nella brillante prefazione al suo balletto, John Alden Carpenter ha puntualizzato che Krazy Kat è una combinazione di Parsifal e Don Chisciotte, il perfetto ingenuo e il perfetto cavaliere. Ignatz è Sancho Panza e, dovrei aggiungere, anche Lucifero. Prova disgusto per gli slanci sentimentali e filosofici di Krazy; interrompe con un mattone ben assestato ogni eccesso romantico del compagno. Per esempio: abbiamo Krazy bendato e con la bilancia della Giustizia in mano che dice: “Le cose son tutte fuori tropporzione, Ignatz” “In che senso, sciocco!” chiede il Topo mentre la scena si sposta dalla riva d’uno stagno al deserto. “Be’, per esempio, prendi l’oceano…” “Bene!” aggiunge Ignatz. Con le teste sprofondate giù nel mare, solo le zampe posteriori, le code e le frasi pronunciate sono visibili: “L’oceano è distribrutto così iniquamente.” Appaiono poi seduti su delle cime montuose, al di là delle nuvole, e Kat osservando casualmente lo strapiombo si rivolge a Ignatz: “Prendi ‘Denva, Kollorado’ e ‘Tulsa, Okrahoma’, loro di oceano non ne hanno popio nulla-” (sono poi trasportati nella vastità del mare, dentro una cassa d’imballaggio) “mentre ‘Sem Frencisco, Kellafornia’ e ‘Bostin, Messachoosit’ hanno più oceano di kuanto gliene serve” e così Ignatz distibuisce con grazia un bel mattone sulla capoccia di Krazy. Ignatz “non ha tempo” per le sciocchezze; è un realista e Vede le Cose per Come SONO. “Non credo a Babbo Natale,” dice: “Sono troppo di larghe vedute ed evoluto per simili stupidaggini.”

Ma il signor Herriman, con grande ironia, comprende appieno il sentimento della compassione. Il destino di Ignatz è quello di non conoscere mai quale significato rivesta il suo mattone per Krazy. Non dispone delle memorie razziali di Kat che giungono fino ai giorni di Cleopatra, di Bubastis, dove i gatti erano considerati sacri. Un bel giorno, un topo s’innamora di Krazy (la splendida figlia- di-Kleopatra) Kat; timido, consigliato da un indovino a trascrivere il suo sentimento, incide una dichiarazione d’amore su un mattone e, lanciando la “missiva”, questa viene accettata, sebbene Kat sia stato quasi ucciso. “Quando i tempi dell’Egitto sono terminati è divenuta un’abitudine Romana quella di colpire la capoccia dell’amata con un bel mattone, saturo di teneri sentimenti… e così via, attraverso i secoli”… la tradizione si perpetua. Ma solo Krazy ne è a conoscenza. Così alla fine è proprio l’inguaribile romantico, la vittima del Bovarysmo acuto a trionfare; infatti ogni giorno Krazy perde i sensi in pieno possesso della sua illusione e Ignatz, scagliando stupidamente il suo proiettile pensando di nuocere, in realtà incoraggia l’illusione stessa e mantiene Krazy “felice”.

Non sempre, per essere precisi. Recentemente abbiamo visto Krazy fumare un “elegantoso sigarone Avana” nell’atto di cercare Ignatz; tutto il fumo prodotto lo ha nascosto dalla vista giusto al passaggio di Ignatz e, prima che il topo potesse tornare indietro, Krazy passa il sigaro a Offisa Pupp e se ne va, dicendo “Guardare ‘Offisa Pupp’ che fuma come una ciminiera è molto assai interessante, ma ancor più vitale è trovare ‘Ignatz’ “. Il topo, pensando che la coltre di fumo sia uno stratagemma, scaglia il suo mattone, fa un occhio nero allo sceriffo ed è prontamente acciuffato dal braccio della legge. Fino a questo punto è in scena l’abituale canovaccio della striscia a fumetti, vecchio quanto Shakespeare. Ma poi si nota la vignetta finale di Krazy che osserva l’inseguimento, sconsolato, privato del suo mattone, solo, che mormora: “Ah, eccolo lì che gioca ad acchiapparella con ‘Offisa Pupp’, da grandi amiconi che sono.” E’ questo tocco d’ironia e compassione che trasforma tutta l’opera di Herriman, che la avvicina a qualcosa di profondamente vero e toccante sebbene il materiale di partenza sia del tutto irreale. Non è possibile per me raccontare alla perfezione le immagini ma, almeno fino a quando queste storie saranno raccolte e pubblicate, è l’unico modo mediante il quale posso far comprendere la dolce ironia di Herriman, la sua comprensione dei temi tragici, della sancta simplicitas, dell’innocente leggiadria presente nel cuore di una creatura più simile a Pan di ogni altra creazione del nostro tempo.

Una volta dato il tema generale le variazioni sono innumerevoli e l’immaginazione mai decresce. Utilizzerò degli esempi presi a caso dagli anni 1918-1923 poiché, sebbene Kat sia leggermente cambiato dai giorni in cui era anche talvolta un vero felino, l’essenza è sostanzialmente la stessa. Come Charlot, vive sempre in un mondo tutto suo, sottoponendo alla sua logica superiore i luoghi comuni della vita reale. Quando Ignatz dice che “l’uccello si trova nell’aria” Krazy sospetta un errore e dopo l’attento esame di alcuni volatili, risponde che “da recenti osservazzioni risulta invece ke l’uccello si trova nell’aia[d]. Oppure Ignatz osserva che Don Kiyote si è fermato a correre. Sbagliato, dice il magnifico Kat: “o è fermo o corre, ma non può essere fermo e correre nello stesso momento” Ignatz arriva con una borsa che contiene, così afferma, semi per uccelli. “Non è che dubiti della tua parola, Ignatz,” dice Krazy, “ma vorrei dare un’occhiata!” Ed è stupito di notare che sono davvero semi per uccelli, dopo tutto, poiché da sempre aveva pensato che gli uccelli nascessero dalle uova e non dai semi. E’ Ignatz colui che s’impressiona per una stella cadente; per Krazy “sono quelle che non cadono” a essere un miracolo. Raccomando la lettura di Krazy al signor Chesterton, il quale certamente apprezzerà i suoi momenti migliori. La sua mente è eternamente occupata dalle stranezze, con una profonda idiosincrasia sussistente tra la sua natura e le cose semplici. Lo vediamo entrare una banca e con una certa esaltazione compilare un assegno per trenta milioni di dollari. “Non hai così tanti soldi in banca” dice il cassiere. “Sì, lo so,” risponde Krazy; “voi li avete?” Vi è totale ingenuità nei comportamenti di Krazy; come un bambino, osserva con aria seriosa gli sforzi delle persone adulte tesi a sembrar solenni, a pretendere che le cose siano davvero ciò che sembrano; proprio come i bambini, ci spaventa poiché nessuna delle nostre finzioni può sfuggirgli. Per lui un re al massimo è “Sua carineria.”Ho sempre pensato che fossero granderrimi, magnificiontissimi, meraviglioni, maestrosi… ma, oh cielo! Non è popio kosì.” Dovrebbe essere presentato all’enfant terrible di Hans Andersen, che conosceva la verità sul re[e].

Egli è certamnte accecato dall’amore. Mentre cammina per conto suo in primavera, soffre alla vista d’ogni cosa ch’è rimasta da sola; lo preoccupa osservare la tristezza di un pino solitario e, quando ne avvista un altro, giunge nel cuore della notte a trapiantare il secondo in prossimità del primo, “Ecco che, a tempo debito, la Natura ha fatto finalmente il suo korso.” Ma vi sono poi momenti in cui l’ardente spasmo della passione non corrisposta si placa. “In quest’ore beate la mia anima non vedrà konflitti,” confida al signor Bum Bill Bee il quale, mentre la conversazione prosegue, avvista Ignatz recante un mattone, si alza in volo, lo punge e ritorna giusto in tempo per udire: “Nel mio Kosmo non vi sarà spazio per esaltazione o discordia… tutte le mie emozioni saranno sentimenti dolci e gentili.” Oppure lo vediamo tranquillo, vicino a Ignatz. Ha appena acquistato un paio d’occhiali ma, vedendo che Ignatz non ne possiede li divide in due, in modo che entrambi abbiano a disposizione un monocolo. E’ dolce, un vero gentleman, e tanto caro; divagazioni di questo tipo appartengono ai suoi momenti più adorabili; poiché quando entra in gioco l’ironia si dimostra indifeso, tanto quanto noi umani.

Mettere un simile personaggio in musica è stato un bel pensiero, ma il signor Carpenter doveva immaginare che sarebbe stato condannato al fallimento. E’ stato uno sforzo notevole, dato che nessun’altro tra i nostri compositori ne aveva notato le opportunità; temo che la maggior parte di essi non abbia voluto “abbassarsi” a tanto, comunque. Il signor Carpenter è riuscito a catturare nel balletto molta della fantasia; è stata proprio un’idea azzeccata iniziare con una parodia: il Pisolino Pomeridiano di un Fauno[f]. Anche il “Class A Fit” e il Blues dell’Erbagatta erano molto buoni. (Esiste una tavola domenicale relativa a questa scena – penso sia del 1919 e ritrae centinaia di Krazy Kat che fanno baldoria nel campo d’erbagatta, una specie di baccanale, una danza dei satiri, un festino erotico, col nostro Krazy che suona la viola nell’angolo e Ignatz, ormai ubriaco, che firma la promessa solenne). Il signor Carpenter si è dimenticato di una questione essenziale: l’estasi di Krazy nell’atto di ricevere il mattone alla conclusione; senza dubbio, mentre il signor Bolm[g] danza, si percepisce solo il trionfo di Ignatz e non il grande sobbalzo che sopraggiunge nel cuore di Krazy, l’appagamento del desiderio nel momento in cui il mattone finalmente colpisce il segno. Manca anche il lato ironico. Ed è stato un errore affidare il ruolo a Bolm, dato che per interpretare Krazy non è necessario un balletto di stampo sovietico, ma piuttosto di danza americana. Solo un uomo potrebbe renderlo alla perfezione e a lui rivolgo un appello pubblico affinché possa omaggiare una delle poche creazioni che gli sono eguali in America, anche se fosse solo per una singola occasione e per un numero esiguo di spettatori. Mi riferisco certamente a Charlie Chaplin. E’ stato sollecitato a fare molte cose contrarie alla sua natura, questa invece ne sarebbe una alla quale è destinato. Fino a quel giorno, il balletto avrebbe dovuto avere Johnny e Ray Dooley come suoi creatori: spero che il signor Carpenter non abbia mandato via altri compositori. Qui c’è abbastanza materiale da tenere impegnati Irving Berlin e Deems Taylor. Perché non proprio loro? La musica appropriata per l’opera deve avere una tocco jazz, cosa che il signor Carpenter sa bene. Per vari motivi Berlin e Taylor potrebbero riuscirci perfettamente.

Potrebbero però non esser capaci di scrivere nell’idioma personalissimo di Krazy. In questa sede ho tentato di preservare la sua pronunzia e spero che le citazioni abbiano fornito qualche accenno al suo stile. L’accento è in parte dickensiano, in parte Yiddish e il resto impossibile da identificare, poiché proprio della sua persona. E’ strano notare che nelle note “classifiche” di Vanity Fair, Krazy è spalla a spalla col “Dottor Johnson”, al quale deve molto del suo vocabolario. Vi è un particolare senso del colore nelle parole e una straordinaria immaginazione in passaggi come “gli echeggianti dirupi di Kaibito” e “a nord del ‘picco del gatto selvatico’ le ‘squaw della neve’ scuotono le bianche coltri dell’inverno e portano un gelo che cavalca con briglie e speroni, scaglia brina con mano gelata e ricopre di ghiaccio una landa incantata, assorta nel grembo della Primavera”; c’è un ritmo teso di meraviglia ed eccitazione in “Ooh, ‘Ignatz’ è terribboli; si è tagliato le gambe su fino ai gomiti, e indossa delle scarpe, e se ne sta sul pelo dell’acqua”.

E nonostante l’apporto del signor Herriman in prima persona, non si riuscirà in un balletto a rendere l’idea dei fondali cangianti. Solo quando è per conto proprio ha completa liberta di movimento; nei suoi disegni grandi e piccoli le scene cambiano a volontà – si tratta effettivamente della nostra unica opera di stampo espressionista.

Mentre Krazy e Ignatz stan parlando, vengono trasportati dalla montagna al mare; oppure un albero stentato e appiattito da una serie d’ornamenti all’improvviso cresce lungo e smilzo; o una casa diviene una chiesa. Nella mesa incantata, gli alberi sono quasi sempre posti dentro a dei vasi da fiori, con echi Copti ed Egiziani presenti sia nel fogliame che nel vaso stesso. Ci sono muri di mattoni, piante di cactus grottesche, escrescenze e funghi bizzarri. E tutti insieme vanno a comporre uno stile. Può essere definito primitivo o espressionista, ma Herriman rimane comunque un’artista; le sue opere sono davvero ben costruite; vi è una relazione ben precisa tra il tema e la struttura, così come tra le linee, le masse e la pagina. I suoi capolavori a colori mostrano nuove meraviglie, poiché egli è tanto naïf e sicuro col colore, quanto con le linee e col bianco e nero. La piccola figura di Krazy costruita attorno al suo ombelico è straordinariamente adattable al contesto, e Herriman riesce a fargli esprimere tutto lo spettro emozionale in economia, semplicemente muovendo una sua mano, curvando il fazzoletto che indossa attorno al collo o torcendone la coda.

Egli ha così tanto da esprimere proprio perché ha sofferto molto. Ritornerò adesso al vasto novero delle tavole domenicali. Una in particolare è realizzata interamente in modo inclinato. Ignatz ordina a Krazy di spostare un’enorme roccia e spingerla in discesa. Così va giù, sbriciolando case, sradicando alberi, scavando gallerie nelle montagne, con Krazy così intento a seguire il sasso da finirci praticamente sotto quando finalmente si ferma. Faticando, poi torna indietro percorrendo la salita. “Ma ha raccolto del muschio!” chiede Ignatz. “No.” “Ecco, proprio quello che pensavo.” “Piccolo filosofetto” commenta Krazy, “cerka sempre la verità, e sempre la trova.” C’è poi il gran giorno in cui Krazy ode una lezione di biologia relativa all’ectoplasma, di come “esso arrivi dall’Etere incommensurabile, per fluttuare, libero di scatenarsi, volente o nolente, senza vincoli” che diventa per lui “Ve lo immaginate, Valente e Klemente, il vostro ‘ectospasmo’ che se ne va in giro in mezzo all’Ettore inimmensurabile, davvero incredibboli-” fino a quando un palloncino a forma di Ignatz aumenta il gesto eroico e il senso della tragedia.

E la più notevole di tutte, l’epica Odissea della porta: Krazy osserva un ghiro[h], un piccolo topino vicino a un’enorme porta. Lo impressiona, dato che dev’esser terribile che “un topino così piccoletto e delikatino” debba portarsi in giro una porta tanto pesante. (A questo punto l’Odissea inizia; usano la porta per attraversare un precipizio.) “Una porta non serve a niente se non è attaccata a una casa.” (Diventa ora una zattera per percorrere un corso d’acqua) “Non ha alcun valore ekonomiko.” (Viene utilizzata come tavola da pranzo.) “Manca d’ogni base d’utilità” (Li protegge da una tempesta di neve.) “Storicamente è tutta sbagliata e fallace.” (Li difende da tuoni e fulmini) “Come oggetto d’arte è scarso in ogni aspetto.” (Li ripara dal sole.) Mentre Krazy continua con la sua lezione: “Non vedrai mai farlo al signor Steve Door, al signor Torra Door, o al signor Kuspa Door[i], non trovi?” e “Ma te lo immagini il mio piccolo amico Ignatz che si trascina in giro una porta?” proprio il piccolo amico Ignatz appare, impugnando il mattone; non notato da Krazy, lo lancia; questo viene intercettato dalla porta, rimbalza e finisce per colpire proprio il topo. Krazy intanto continua a parlare fino a quando il ghiro s’allontana, e alla fine si siede per “koncentrarsi su Ignatz e immaginarsi dove sia finito.”

Il nostro Krazy è fatto così. E’ un’opera che l’America dev’essere orgogliosa d’aver prodotto e che deve sbrigarsi ad apprezzare. E’ ricca di qualcosa che possiediamo ancora troppo poco: la fantasia. E’ piena di tenera ironia; possiede delicatezza, sensibilità e una bellezza ultraterrena. Gli strani alberi disotrti, il linguaggio né umano né animale, gli eventi così logici eppure così folli sono tutti tappeti e polveri magiche che possono condurci a mondi irreali. Là vaga Krazy, la più tenera e innocente delle creature, un gentile piccolo mostro della nostra nuova mitologia.

* * *

[1] Devo affrettarmi a correggere un’impressione errata che può aver causato pensieri a molti ammiratori di Krazy. I tre piccoli Milton, Marshall e Irving appartengono a Ignatz e non, come ha detto il signor Stark Young, a Krazy. Krazy non è una ragazza madre. Per amor di precisione adesso vado ad elencare i nomi di alcuni degli altri personaggi principali: Offisa Bull Pupp; La signora Ignatz Mice; Kristofer Kamel; Joe Bark l’odiatore della luna; Don Kiyoti, il pittoresco anticonformista; Joe Stork, alias Jose Cigueno; Mock Duck; Kolin Kelly il mercante di mattoni, Walter Cephus Austridge; inoltre, il Kat Klan: la zia Tabby, lo zio Tom, Krazy Katbird, Osker Wildcat, Alec Kat e Krazy Katfish.

* * *

[a] Orig. “The Krazy Kat that walks by himself”, cit. dal racconto di Rudyard Kipling “The Cat that walks by himself”. (NdT)

[b] il pittore Henri Rousseau (1844-1910), detto “il doganiere” a causa della sua occupazione. (NdT)

[c] Wilkins Micawber, personaggio del romanzo “David Copperfield”. (NdT)

[d] Traduzione libera del dialogo ispirato alla nursery rhyme “Spring is sprung, De grass is riz, I wonder where dem birdies is? De little birds is on de wing, Ain’t dat absurd? De little wing is on de bird!” (NdT)

[e] La fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” e la frase “il re è nudo”. (NdT)

[f] Parodia di http://en.wikipedia.org/wiki/Afternoon_of_a_Faun_(Nijinsky) (NdT)

[g] Il ballerino e coreografo sovietico Adolph Blom (1884-1951) che interpreta Krazy http://en.wikipedia.org/wiki/Adolph_Bolm (NdT)

[h] intraducibile (se non con parole inventate, tipo “portopo”) il gioco di parole tra dormouse (ghiro) e door (porta) cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Dormouse (NdT)

[i] assonanze intraducibili con le parole d’origine spagnola stevedore (stivatore delle navi), toreador e cuspidor (sputacchiera). Potrebbe essere tentato un adattamento utilizzando forme comiche del tipo “Porta N. Tino”, ma ciò esula dall’intento di questa traduzione (NdT)

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