Archivi del mese: ottobre 2010

Eddie Campbell, lo scarabocchiatore parte 2

Secondo articolo di una lunga serie su Eddie Campbell ad opera di Charles Hatfield e Craig Fisher che, oltre ad essere professori universitari, sono anche due dei critici fumettistici più apprezzati in America, grazie soprattutto al loro blog: Thought Balloonists.

Leggi il primo articolo.

La compagnia del re canuto
di Craig Fisher

traduzione di Gabriele Amoroso

“Non sto cercando di rendere interessante la vita quotidiana: lo è già di suo. E’ incredibilmente eccitante.”
Eddie Campbell, The Comics Journal #145

Benvenuti al secondo appuntamento di una serie di articoli riguardanti Alec MacGarry, la graphic novel autobiografica di Eddie Campbell. (il primo episodio, più che altro un dialogo sulle collaborazioni di Campbell con Moore, lo trovate qui.) Oggi il nostro articolo verte su Alec: the King Canute Crowd.

Le storie contenute in Canute apparvero originariamente tra il 1981 e il 1987 in varie pubblicazioni, inclusa la rivista di fumetto alternativo britannica Escape di Paul Gravett e Peter Stanbury e la rivista Flick, autoprodotta dallo stesso Campbell. Un paio di acute vignette in Graffiti Kitchen (1993) ci chiariscono le idee sul perché Campbell e un suo amico abbiano deciso di chiamare Flick la loro auto-pubblicazione:



Dagli anni 80, tutto il materiale di Canute è stato ristampato in un volume intitolato The Complete Alec (Acme/Eclipse, 1990), ed è riapparso come una serie di racconti di supporto al fumetto Bacchus sempre di Campbell. In questa recensione, comunque, farò conto che la versione definitiva sia la più recente: Alec: The King Canute Crowd, pubblicata dalla Eddie Campbell Comics nel 2000. Per coloro che non avessero familiarità con le storie di Alec, vorrei sottolineare che sono autobiografiche nella loro interezza meno che nei nomi propri dei protagonisti. Nella sua prefazione all’edizione del 2000 di Canute, Campbell si augura di “sbarazzarsi di tutto ciò che concerne ‘Alec’ e ‘Danny’” e concentrarsi sui ricordi, ma preferirebbe non passare il resto della sua vita “rivisitando gli episodi passati quando c’è così tanto da fare nel presente.” Da qualche altra parte disse, tra il serio e il faceto, che non aspettava altro che la fine dei termini di prescrizione sugli avvenimenti per rivelare i nomi reali dei personaggi e dei luoghi da lui descritti.

Ma di cosa parlano queste storie? Nella vita di ognuno di noi, c’è una zona grigia, un luogo liminale temporaneamente fuori dall’influenza del perbenismo della società, quel lasso di tempo in cui si è superata l’infanzia ma non si è ancora pronti ad accollarsi le responsabilità dell’essere una persona adulta. Ricordo bene questo particolare periodo della mia vita, l’ondata inebriante di libertà e ormoni che ho provato quando mi iscrissi in una università pubblica dal sapore bohemiene dopo il diploma in una severissima scuola cattolica maschile. Ricordo la nottata passata a dormire nella mia auto fuori dal Continental, un ignobile bar punkettone nel centro di Buffalo, dopo

aver ballato così tanto da credere che la mia testa si sarebbe staccata dal collo. Ricordo quando mi innamorai, non ricambiato, di Nancy (non è il suo vero nome), colei che era con me la prima volta che vidi I 400 Colpi e il cui padre parlava Gaelico in modo così musicale (e indecifrabile per me), da sembrare un brano preso da La Veglia per Finnegan di Joyce. Personalmente non ho mai pensato di scrivere un memoriale (o una versione romanzata à la MacGarry, o una canzone) su quei giorni poiché non possiedo l’obiettività o l’intelligenza necessarie per descriverli in modo veritiero.
Nel 2006, ho reincontrato Nancy dopo più di 15 anni, e non sono stato in grado di spiccicare una parola: tutto quel che son riuscito a fare è stato osservarla inebetito per mezz’ora. Provavo una nostalgia così forte da congelarmi le parole in gola.

Ma a Eddie tutto ciò non sarebbe mai successo. Eddie è capace di parlare di quei giorni selvaggi con la grazia di un poeta.

Esiste un sacco di letteratura che tratta la ribellione adolescenziale– fanno ancora leggere ai ragazzi del liceo Il Giovane Holden e Pace Separata?ma ho come la sensazione che l’arte si prosciughi una volta che il ribelle si allontana da strutture repressive come collegi o famiglie disfunzionali. Una volta che il ribelle raggiunge un certo grado di libertà, il suo scopo diventa esistenziale e contemplativo (“Come vivrò la mia vita?”) e domande come queste non si prestano così facilmente a un trattamento drammatico come può’ essere, per esempio, il rapporto tra un professore moralista e uno studente sarcastico. Ci sono anche autori che fanno della domanda “Come vivrò la mia vita?” un tema portante del loro lavoro: Joyce esplora la difficoltà nell’elevarsi rispetto a temi come “lingua, nazionalità e religione” e il Dean Moriarty di Kerouac esemplifica i pericoli collegati alla ricerca della libertà. (Warren Ellis ha esposto un acuta osservazione su alcune connessioni tra Sulla Strada e Canute.)

Contemporaneamente, libertini sessuali e ideologici come Anaïs Nin e Henry Miller sostengono che le energie della nostra libido sono troppo selvagge per essere addomesticate da qualsiasi tentativo (ideologico o auto-imposto) di regolare le nostre vite. A un certo punto, Campbell cita un verso dal diario della Nin che funge da riassunto a Canute–”Erano tutti a casa con le bottiglie da cui speravano di estrarre una felicità imbottigliata altrove”–anche se mi sembra essere Miller l’influenza maggiore nel lavoro di Campbell.

Uno dei miei disegni preferiti di Campbell, che illustra in modo spiritosamente accurato la natura del dare e avere nella collaborazione tra Alan Moore e Campbell, rivela la stima di Eddie per l’autore di Tropico del Cancro e Sexus:

Se Alan è il costruttore di mondi metanarrativi Eddie ne è il seducente celebrante, l’artista che vede l’essenza dell’umanità non come legami di compassione, ma come un intreccio di relazioni fisiche di Milleriana memoria. Qui sotto possiamo ammirare le prime sei vignette del terzo libro di Canute, “Doggie in the Windows”:

Due vignette dopo, Alec scrive “Verte tutto attorno al sesso”, e Canute narra del suo tentativo di vivere una vita votata a bere e scopare all’inizio dei suoi 20 anni, stare fino a tardi nei pub con i tuoi “amici” sia letterali che figurati e svegliarsi in letti sconosciuti. In virtù dell’ascendente che il binomio Dean Moriarty/Sal Paradise ha su Campbell, Alec diventa il discepolo di Danny Grey, un donnaiolo poco più vecchio di lui ma decisamente più turbolento dedito a scappatelle amorose, a lanciarsi nelle risse, dondolare tra un palo del telefono e l’altro e annullare matrimoni all’ultimo minuto.
Canute inizia con Alec e Danny che si incontrano al lavoro, e termina con una zuffa tra i due che spezza per sempre il loro profondo legame.
(In
After the Snooter [2004], Eddie/Alec va a trovare Danny per la prima volta dopo molti anni, e vederli ormai come due stabili uomini di mezza età mi ha trasmesso la stessa sensazione di malinconia che ho trovato in Up, la serie di documentari di Michael Apted, o del modo in cui mi sentii quando vidi Nancy come donna sulla cinquantina). Ma nel momento in cui Alec e Danny tornano amici, partono col vento in poppa, trascinandoci con loro attraverso i quattro “libri” (paragrafi, a dire il vero) che compongono Canute.

Questo non significa, tuttavia, che le loro avventure siano l’equivalente di un Superbad trasposto in graphic novel. Campbell è molto attento nel celebrare la vita del seduttore e contemporaneamente sottolineare i suoi limiti e pericoli. Consciamente o inconsciamente, Alec (e Eddie) abbraccia la quintessenza dialettica Freudiana di Eros e Thanatos; anche quando è preda di pensieri a sfondo sessuale, Alec è ossessionato dal concetto di mortalità, e una delle metafore per la sua (e altrui) eventuale morte è la salute dentale. Alla fine della storia nel secondo libro di Canute, Alec si prepara per andare alla festa di compleanno della sua amica Penny Moore, indeciso se fare “qualcosa” con Penny una volta giunto lì, ma arriva Danny che dice ad Alec che Penny ha avuto un incidente d’auto e ha “perso un paio di denti”. Alec reagisce rabbrividendo con orrore, e Campbell rivelerà, più avanti nel secondo libro, che la perdita dei denti è l’angoscia peculiare di Alec (e presumibilmente anche di Eddie stesso) :

Questa inquietudine per i denti sboccia nel quarto libro in un racconto brevissimo di sei vignette che Campbell ipocritamente sostiene non avere alcuna connessione con null’altro all’interno di Canute.

Alec corre da un party all’altro, razionalizzando il suo stile di vita da fannullone con filosofie bohemien sui rapporti carnali, ma i suoi denti si stanno pian piano consumando e il teschio sotto la pelle gli ricorda costantemente che i bei tempi (e l’esistenza) non sono infiniti.
In
Graffiti Kitchen il primo romanzo breve a fumetti che Campbell disegna dopo Canute, i denti simboleggiano non solo la mortalità ma anche l’incapacità di Alec nel trascendere i suoi desideri e provare empatia per le persone della sua vita. Dopo esser capitato in una strana, e in un qualche modo non corrisposta relazione con una ragazza di nome Georgette, Alec finisce a letto con Jane, madre di Georgette (L’immagine a esempio del Flick in cima all’articolo è la prima volta in cui Alec e Jane finiscono a letto insieme). Le ragioni di Alec sono complesse–è seriamente attratto da Jane, ma la sua sembra anche una scopata vendicativa e piena di rabbia verso Georgette– e durante un appuntamento subito dopo la chiavata Alec e Jane “discutono davanti a una birra come sarebbe imbarazzante trovarsi improvvisamente davanti al corpo di qualcun’altro.” La risposta:

“Concordammo sul fatto che la cosa più difficile a cui abituarsi fossero i denti posteriori dell’altra persona”

Prevedibilmente, questa relazione fisica finisce male. Alec non riesce ad essere a proprio agio coi denti di Jane; non prova mai a guardare la situazione dal punto di vista di Jane, e lei non diviene altro che una pedina nella sua relazione di amore-odio con Georgette.
In
Canute, Campbell suggerisce che il moto costante di Alec– il suo scappare dal Tristo Mietitore, e da relazioni stabili con le donne che lo circondano– minaccia di farlo apparire immaturo e superficiale.
La prima volta che Alec e Danny escono fuori a bere, per esempio, Alec porta con sé alcuni appunti con citazioni di famosi pensatori e artisti come supporto “durante le pause imbarazzanti”, aggiungendo ben poco della sua esperienza e delle sue idee alla discussione.
E nel momento in cui interviene con le sue opinioni, ci fa quasi rimpiangere di non essere rimasto in silenzio.

Una scena inizia con Alec in visita dai suoi genitori impegnati in una discussione sull’aborto. Nel momento in cui Alec si rifiuta di prendere una posizione sulla questione, sua madre lo rimprovera in questo modo:

“Come puoi non avere un opinione chiara riguardo a un argomento così importante? Non si puo’ stare nel mezzo…devi decidere da che parte stare- non puoi vivere la tua vita con gli occhi chiusi!”

Le critiche di Alec montano man mano che il libro si avvia verso la conclusione. Alec ha “sempre più scatti d’ira” nei confronti di Penny Moore, uno in particolare culmina con Alec che le blocca la testa costringendola a terra. (Ed è una scena inquietante, come l’occhio nero che Joe Matt fa a Trish in Peepshow.) Durante la stessa nottata di bagordi Danny,colto da un attacco di sonnambulismo, orina inavvertitamente nella borsetta di Penny, e viene svegliato dalla risate beffarde di Alec:

Tutto è un grosso scherzo per Alec: aborto, amicizia, amore. La Compagnia del Re Canuto si scioglie dopo questo scontro, e Alec sa che “le avventure sono giunte alla fine. E’ tempo di tornare al ben noto e noioso contegno della vita reale.” Ma Campbell l’Artista lo sa ancora meglio. In Canute, Campbell descrive un periodo straordinario della sua vita–un pazzo, turbolento, straziante spasso–imparando una lezione imprevista lungo il processo: i ritmi della vita quotidiana sono, infatti, eccitanti ed emozionanti se sei in grado di andare al di là delle banalità e delle “filosofie decadenti” mostrando la vita con onestà e abilità artistica. La devozione di Campbell al memoriale e alla rappresentazione di episodi di vita vissuta, determineranno il resto della sua esemplare carriera.

Forse comprerò una copia in più di Canute da mandare a Nancy.

Ricordo che il blog di Campbell, un oggetto di rara bellezza, lo trovate qui.

Post originale dell’autore.

 

Appunti di conversazione parte 1

di Andrea Queirolo


Animazione di Brad Wolfey, selezionata per la biennale dei video creativi del Guggenheim.

“Pussey” by Dan Clowes

Tintin negli incubi di Burns Parte 2

di Andrea Queirolo

Charles Burns è pronto per Halloween

Leggi le parti: 1 / 3 / 4 / 5 / 6

Leggi l’intervista inedita a Burns

E’ uscito in questi giorni in America X’ed Out, il nuovo libro di Charles Burns.
Precedentemente avevamo parlato dell’influenza che Hergè e il suo personaggio hanno avuto su Burns e il suo lavoro. Riprendiamo ora questo discorso proprio tramite le parole dello stesso autore che risponde ad un’intervista, forse la prima incentrata sul suo nuovo libro.

L’intervistatore accenna al fatto che X’ed Out possa essere visto come un “Black Hole incontra Tintin” e Burns dice:

C’è un po’ di quello. C’è sicuramente un’influenza molto forte di Hergé. Se si pensa allo stile franco-belga di creare fumetti in quel formato, il modo europeo di fare fumetti di 64 pagine, di 48. Un volume cartonato con personaggi fissi. Sono stato uno dei pochi bambini della mia generazione a crescere leggendo Tintin e questo su di me ha avuto un forte effetto, da qui posso riflettere e giocare con quelle idee.

Alla domanda sul perché avesse scelto di utilizzare il colore Burns risponde:

Ho sempre voluto fare un libro a colori. Immagino che derivi dalla lettura di Tintin quando ero un bambino. Prima che potessi effettivamente leggere, guardavo quei libri e li assorbivo. Ho cercato di fare qualcosa di differente, una sfida diversa. Quando mi sono approcciato ad un libro a colori ho voluto fare qualcosa che non fosse solo una versione colorata dei miei lavori in bianco e nero. Voglio veramente cercare di usare il colore come un modo per raccontare la storia [...] C’è una parte del libro che è fatta di linee pulite, tratti aperti, che sono simili allo stile fumettistico franco-belga, dove il colore è sempre una parte fondamentale.

Parlando della serializzazione in tre volumi dell’opera, l’intervistatore chiede a Burns se X’ed Out sia concepito come i libri di Tintin, dove una storia finisce e si ricollega al volume seguente:

Assolutamente. All’inizio volevo fare solo due volumi e quello era il mio pensiero. Per esempio avresti Obiettivo Luna e Uomini Sulla Luna. Ce ne sono stati pochi altri. Il segreto del LiocornoIl Tesoro di Rakam il Rosso. Hai due volumi che sono distinti, ma che eventualmente raccontano una storia unica, come questo.
Sto aderendo a quella tradizione [riferito a quella franco-belga per la quale passano uno o più anni tra la pubblicazione di un volume e l'altro] .

Pagina tratta da “X’ed Out”

Capriccio all’italiana

Grant Morrison All Star

Copertina del volume ad opera di Francesco Biagini.

Pubblichiamo, grazie al permesso degli autori e della Double Shot, un estratto del volume su Grant Morrison.
In questo breve articolo si parla di All-Star Superman ed in particolare di Leo Quintum.

Ricordo che il volume Grant Morrison All-Star (16×24, B, 320 pp B/N e Col – 20 euro), sarà già disponibile presso lo stand dell’editore Double Shot a Lucca Comics 2010. Per maggiori informazioni visitate il blog ufficiale.

 

Leo Quintum o Lex Luthor travestito?

Uno dei più affascinanti personaggi minori della maxiserie All-Star Superman, e più in generale, di tutta la produzione morrisoniana, è Leo Quintum, il misterioso super- direttore del P.R.O.J.E.C.T. che, secondo Morrison, “rappresenta lo spirito scientifico ‘buono’, il tipo di scienziato razionale, illuminato, progressista e utopista che pensavo potesse essere ispirato da Superman” ma, allo stesso tempo, “ha un qualcosa di luciferino… e addirittura si riferisce a se stesso come ‘il Diavolo in persona’”.
L’intrigante personaggio dal cappotto arcobaleno è usato da Morrison come elaborata metafora del team creativo della serie (Quintum crea con passione una nuova mitologia supermaniana, ma allo stesso tempo, “rende Superman merce… una franchigia, una rivisitazione più grande e bella… più nuova del nuovo ma allo stesso tempo familiare”, proprio come gli autori di All-Star Superman), ma non solo. Data l’assenza di spiegazioni sulle origini di questo novello “Man Who Fell to Earth”, infatti, è circolata su internet una serie di interessanti speculazioni “cospirazionistiche” che, sebbene non necessariamente da prendere come oro colato, sembrano certamente avere una base di verosimiglianza, alimentate anche dalla scrittura di un Morrison volutamente (?) ambiguo nella disseminazione delle tracce, troppe per essere dovute solo al puro caso.

Leo Quintum.

La tesi, riportata anche sullo storico forum Barbelith, è semplice e accattivante: nel ventiquattresimo secolo (quando presumibilmente tutta l’umanità ascende al rango di superumanità), Lex Luthor si pente e cambia vita, tornando indietro nel tempo e usando le proprie immense capacità in termini di cervello e risorse economiche per rimediare al male commesso nel passato e, in qualche maniera, dirigere il proprio se stesso passato nella direzione dell’empatia con Superman, in un perfetto finale circolare che, in un certo senso, torna con il finale “vero” della maxiserie.
A supporto di questa ipotesi, Quintum è certamente un viaggiatore temporale, che cerca di “scappare da un mondo spacciato… il passato” (All-Star Superman 1), e mostra molte delle qualità che Luthor spreca nel suo odio nei confronti di Superman.

Durante la serie, Morrison inserisce altri possibili riferimenti subliminali (fra i più significativi, Luthor che, parlando a se stesso, parla a Quintum nella vignetta opposta – nel numero 1 – e, durante il cammino di redenzione che culminerà “nell’illuminazione” del numero 11, indossa abiti – e occhialetti – stranamente simili a quelli di Quintum, ma non multicolori, simbolo di un viaggio interiore non ancora concluso) ma soprattutto, nell’ultimo numero, lascia due tracce potenzialmente importantissime. È Quintum, infatti, a raccontarci che cosa succede a Luthor quando Superman sparisce nel suo viaggio verso il sole, e il criminale deve affrontare il fatto che il proprio arcinemico non c’è più (come se Quintum, guardando la propria versione del ventesimo secolo, potesse capirne lo stato d’animo meglio di ogni altro). E la serie si chiude proprio con Quintum, nell’ultima pagina, come a significare che la più grande vittoria di Superman è quella di elevare l’umanità al proprio rango (simboleggiata in questo senso dal Luthor coi poteri dell’Uomo d’Acciaio), lasciando agli esseri umani un’eredità rappresentata dal raggiungimento di un potenziale troppo spesso sprecato.

Una copertina da “All-Star Superman” by Frank Quitely

Il nuovo ricicla il vecchio

Forse più che riciclare dovremmo dire utilizzare; il vecchio al servizio del nuovo e viceversa, ma essenzialmente poco importa. Quello che ci interessa è che Little Nemo verrà proposto su iPad.
Nel lungo gioco della storia (e della vita) del fumetto la creatura di McCay ha avuto un ruolo fondamentale e, se anche recentemente si è parlato di un possible plagio, rimane innegabile l’importanza dell’approccio creativo e visivo alla tavola.
In questo  momento di fermento tecnologico, forse la parte più importante sta nella rincorsa all’archiviazione, alla conservazione di tutte le cose importanti che hanno formato la nostra cultura. D’altra parte è utile invece guardare avanti e utilizzare queste nuove risorse per promuovere e far conoscere.
Ecco allora, in un mondo dove la notizia scorre veloce e presto dimenticata, ritornare la magia di un tempo passato. Fermare una pagina di Little Nemo su uno schermo relativamente grande da poterla ammirare, ma soprattutto leggere, non può altro che essere un bene.
Già si osserva in giro per la rete di come l’iPad rovinerà rimpicciolendo tavole e vignette, mentre si va perdendo di vista la vera importanza di questa operazione: promuovere un fumetto, un tipo di fumetto che rischia di essere dimenticato (non dai critici o dagli appassionati) o ancor più importante letto e conosciuto dalle nuove generazioni.
Peter Maresca è una persona che da sempre si batte per far arrivare al pubblico edizioni definitive di opere immortali. Là dove la carta frena il suo potenziale, la tecnologia, l’iPad può. Un libro-oggetto dalla inestimabile bellezza di Little Nemo in Slumberland – So Many Splendid Sundays, dalla cartonatura pesante, dalla carta spessa, dalle dimensioni quasi originali e dal prezzo di 250$ può star bene sulla libreria di un appassionato, ma difficilmente potrà entrare in casa di un lettore qualsiasi.
Ora invece con un click e per soli 3.99$ tutti potranno accedere, leggere, conoscere e rimirare l’immaginario mondo tratteggiato dalla penna di McCay.

La storia de L’Ultima Caccia di Kraven

Una copertina della serie

Cosa si nasconde dietro una delle più acclamate ed importanti storie dell’ Uomo Ragno? Un percorso creativo durato anni e la lotta personale di un grande autore come John Marc DeMatteis.
Una storia che è rimasta ferma nel tempo e che dopo oltre vent’anni è ancora capace di sorprendere il lettore.
La storia dietro la storia de L’Ultima Caccia di Kraven,  spiegata dall’autore e tradotta col suo consenso:

La storia dietro la caccia

di John Marc DeMatteis

traduzione di Andrea Queirolo

Confessione: non ho scritto L’Ultima Caccia di Kraven.

Be, non come pensate.

Gli scrittori tendono a credere di controllare il loro materiale, ma questa è solo una bugia di comodo. Dopo più di venticinque anni della mia vita come narratore, mi diventa estremamente – a volte dolorosamente – chiaro che sono solo un mezzo, un modo per far nascere la storia. Infatti è la storia stessa che crea il racconto. Suona come se stessi dicendo che le storie hanno vita propria, bene…è proprio così. Sono convinto che le storie siano creature viventi: si muovono, pensano, respirano. Forse non come noi umani; ma in una qualche maniera impenetrabile, in un certo regno, queste creature che noi chiamiamo Storie esistono – penso che la S maiuscola sia appropriata. Così anche i personaggi che le popolano. Le Storie – non gli scrittori, i disegnatori e gli editori – la fanno da padroni. Alcuni di questi Mondi Immaginari scelgono di emergere completamente e subito. Ad altri invece – come la saga di Kraven – piace prendere il proprio tempo.

E’ stata lunga la strada: dal primo bagliore di ispirazione, attorno al 1984 o ’85, al lavoro finale, pubblicato. Se fosse dipeso da me – e grazie a dio non lo è stato – l’idea originale avrebbe visto la stampa come una miniserie di Wonder Man (Simon Williams – sconfitto in battaglia da suo fratello, il Sinistro Mietitore – si risveglia in una bara, cerca di uscirne e scopre che è stato sepolto vivo per mesi). Invece la Storia ne sapeva di più. Sapeva che gli serviva il tempo di fermentare nel mio inconscio e trovare forma propria. Tom DeFalco – in seguito direttore esecutivo della Marvel – ne convenne. Quando gli presentai la mia idea su Wonder Man la rifiutò prontamente. Però, in questo concetto di “ritorno dalla tomba”, c’era qualcosa da non lasciar perdere.

Il mio passo successivo, alcuni mesi dopo, fu la DC Comics, dove presentai quella che pesavo fosse un’idea incredibile all’editor Len Wein (che era supervisore della serie di Batman): il Joker uccide Batman – almeno crede di farlo – e, con lo scomparire della principale ragione di vita, la sua mente vacilla. Sicuramente il Joker è già pazzo così, mentre dà di matto, diventa sano di mente. Batman nel frattempo è sepolto e quando, settimane dopo, esce dalla bara, la nuova fragile esistenza del Joker viene tragicamente sconvolta. Len aveva sulla sua scrivania un’altra storia su Batman e Joker – qualcosa chiamato The Killing Joke, opera di un nuovo scrittore inglese di nome Alan Moore – e credeva che alcuni elementi del mio Joker si sovrapponessero a quelli di Alan.

Un rifiuto. Ancora. (Pensai di riutilizzare l’idea “del diventare sano di mente” quasi una decade dopo – ed è diventata una delle mie favorite di sempre)

Ero deluso – ma sospetto che la Storia fosse molto soddisfatta da questi eventi.

Sapeva che il tempismo non era giusto. Sapeva quali elementi gli servivano per emergere.

Così aspettò pazientemente mentre io…

Bé, la riscrissi ancora. Come una storia di Spider-Man? No. Ancora un’altra storia di Batman. Scaricai il Joker e lo rimpiazzai con Hugo Strange. Mi rifeci a una classica storia di Steve Englehart-Marshall Rogers dove Strange – credo per due pagine – indossava il costume di Batman. Pensai: non sarebbe interessante se Hugo Strange fosse colui che apparentemente uccide Batman e, col suo ego e con la sua arroganza, decidesse di diventare Batman, indossandone il costume, ricoprendone il ruolo, con lo scopo di provare la sua superiorità? Ero convinto di avere una storia che nessun editor potesse rifiutare.

A quel tempo Len Wein diventò un freelancer e Danny O’Neil lo rimpiazzo come editor di Batman. Indovinate?

Denny rifiutò la storia.

Così ora questa idea era stata rifiutata tre volte, da tre dei migliori editor nel business. Forse stavo delirando. Magari avrei dovuto solo lasciar perdere e andare avanti.

Però la Storia non me lo lasciava fare.

Ero frustato, per non dire di peggio, da tutte le porte sbattute in faccia, ma il seme di questa idea – che oramai era germogliato – continuava a crescere, col proprio ritmo, col suo tempo.

Sapeva, al contrario di me, che avrebbe presto trovato corpo e, soprattutto, i personaggi che aveva cercato a lungo.

Autunno 1986. Un giorno stavo visitando gli uffici della Marvel quando Jim Owsley, l’editor di Spider-Man, e Tom DeFalco (cosa? ancora lui?) mi invitarono a pranzo. Volevano che ricoprissi l’incarico di scrittore su Spectacular Spider-Man, ma ero riluttante ad impegnarmi su un altra serie mensile. Owsley e DeFalco insistettero. Cedetti. Misero più pressione. Accettai.

Così, il tempo di arrivare a casa, e realizzai che colpo di fortuna fosse: ora avevo un’altra chance, forse l’ultima, di fare un altro tentativo con questa idea del “ritorno dalla tomba”. Più importante: scoprii come Spider-Man – recentemente sposato con Mary Jane- fosse una scelta nettamente migliore rispetto a Wonder Man o Batman. Peter Parker è forse il personaggio più emotivamente e psicologicamente autentico di ogni universo supereroistico. Sotto quella maschera, lui è confuso, difettoso e umanamente toccante, come le persone che lo leggono – e lo scrivono: la quintessenza dell’Uomo Qualunque. Inoltre, l’amore di questo Uomo Qualunque per la sua nuova moglie, per la nuova vita che stavano costruendo assieme, era il carburante emozionale che alimentava la storia. Era la presenza di Mary Jane, il suo cuore e la sua anima, che raggiungeva le profondità dell’anima e del cuore di Peter, costringendolo ad uscire da quella bara, fuori dalla tomba, nella luce.

Ecco come è nata L’Ultima Caccia di Kraven.

Insomma, non realmente. Vedete, Kraven non era ancora nell’insieme. Dato che sono un genio pensai: Okay, non posso usare Hugo Strange. Perchè non creare un mio stesso antagonista – uno nuovo – per svolgere questo ruolo nella storia? E questo è quello che feci. (Non chiedetemi il nome di questa brillante creazione…o qualsiasi altra cosa su di lui…perché, onestamente, non ricordo nulla!) Finita la bozza la mandai a Owsley. Lui la amò. “Facciamolo”, disse. Ero estasiato. Il viaggio era finalmente finito.

Certo, avrebbe dovuto essere finito per me – ma non per la Storia. C’erano alcuni elementi finali che gli servivano per completarsi.

Un pomeriggio ero seduto nel mio ufficio, e stavo facendo quello in cui tutti gli scrittori riescono meglio: evitare di lavorare e perdere tempo. Questo accadeva prima di internet – la più grande perdita di tempo nella storia dell’umanità – così stavo curiosando fra alcuni fumetti che avevo impilato sul pavimento. Presi su un Marvel Universe Handbook. Mi fermai, senza nessun motivo particolare, alla voce Kraven il Cacciatore.

Per favore, notate che non avevo nessun interesse particolare in Kraven. Infatti, ho sempre pensato che fosse uno dei più banali e meno interessanti cattivi della galleria di Spider-Man. Impossibile reggere il confronto con Dock Ock o Goblin.

Ma c’era, sepolto in questa voce del Marvel Universe, un fatto intrigante: Kraven era russo. (A quel tempo non sapevo se questo fosse stabilito dalla continuity o se fosse un capricco dello scrittore di quella particolare voce)

Russo? Russo!

Perché questo dovrebbe eccitarmi così? Una parola: Dostoyevsky. Quando alle superiori lessi Delitto e Castigo e I Fratelli Karamozov, questi filtrarono attraverso la mia mente, fino alle profondità del mio sistema nervoso…e mi strapparono in pezzetti. Nessun altro narratore ha mai esplorato il precario dualismo dell’esistenza, illuminato l’apice mistico e le riprovevoli profondità del cuore umano, con la brillantezza di Dostoyevsky. L’anima russa, così esposta nei suoi romanzi, era realmente l’Anima Universale. Era la mia anima.

E Kraven era russo.

In un instante compresi Sergei Kravinov. In un istante, l’intera storia cambiò direzione.

Jim non era entusiasta dell’idea. Gli piaceva il nuovo cattivo. Però, Dio lo benedica, mi lasciò fare.

E così ora la storia era completa, giusto?

Quasi. Vedete, Owlsley corteggiò Mike Zeck per fargli disegnare Spectacular Spider-Man. Mike e io abbiamo lavorato assieme, per diversi anni, su Capitan America. Posso pensare a una manciata di disegnatori di super-eroi validi come Zeck, ma non riesco a pensarne uno migliore. Il disegno di Mike è fluido, energico, profondamente emozionale…e racconta una storia con una tale facilità che scrivere per lui risulta ugualmente semplice. Mike lasciò la serie di Cap (per disegnare l’originale Guerra Segreta) giusto mentre la nostra collaborazione maturava – e ero entusiasta della chance di riprendere da dove avevamo lasciato.

Ho fatto questo gioco abbastanza a lungo per sapere che l’alchimia scrittore/disegnatore non può essere creata o forzata: c’è o non c’è. Con Mike, c’era…e anche parecchio. Se qualsiasi altro artista avesse disegnato questa storia – se ogni singolo particolare, ogni singola parola fosse stata esattamente la stessa – non avrebbe potuto commuovere le persone nello stesso modo o raggiungere l’entusiastica reazione che sta ancora avendo, dopo più di vent’anni dalla sua creazione. Non sarebbe stata L’Ultima Caccia di Kraven. (Non un mio titolo, comunque. La chiamai Tremenda Simmetria (Fearful Symmetry) - in onore di un altro mio eroe letterario, William Blake. Jim Salicrup, che prese l’incarico di editare i lavori quando Jim Owsley lasciò lo staff, venne fuori con l’idea de L’Ultima Caccia di Kraven. Salicrup fu anche quello che ebbe quella pensata geniale che sarebbe poi stata copiata da tutti: pubblicare le sei parti della storia su tutte e tre le testate ragnesche, per la durata di due mesi. Un processo che oggi siamo abituati a vedere. Nel 1987 è stato rivoluzionario.

Poichè Zeck era dei nostri, decisi di usare un cattivo di Capitan America creato assieme – l’uomo-topo chiamato Vermin. Una decisione casuale (che sembrava casuale a me; ma, sospetto non per la Storia) che si è dimostrata estremamente importante: Vermin si rilevò un elemento cardine, fornendo il contrasto fra la visione di Spider-Man di Peter Parker e l’immagine speculare distorta di Kraven.

Ora c’è la parte strana: negli anni che erano passati dal momento in cui pensai all’idea originale di Wonder Man, la mia vita personale passò dalla padella alla brace. Vi risparmierò i sordidi dettagli: lasciatemi solo dire che ero in un periodo della mia vita in cui ogni giornata assomigliava ad una fatica di Ercole. Mi sentivo sepolto vivo come Peter Parker; un’abitante del sottosuolo come Vermin; perso, disperato e sconvolto come Sergei Kravinov.

In breve, per me fu un periodo infelice – ma un periodo perfetto per scrivere la storia.

Se ne avessi scritto una versione alcuni anni prima, o alcuni anni dopo (quando la mia vita si era sistemata in modo miracoloso), L’Ultima Caccia non sarebbe stata la stessa. Le mie battaglie personali, riflesse nelle battaglie dei nostri tre protagonisti furono, credo, quello che diede alla scrittura una l’urgenza e l’onestà emotiva. (Non so cosa ispirò il brillante lavoro di Zeck, ma spero non fosse nulla di così straziante.)

Allora ditemi: chi è esattamente il responsabile? Chi scrisse davvero questa storia? Pensavo di essere io – ma, in cuor mio, so che c’è Qualcosa di Grosso la fuori, che sta usando la sua magia attraverso di me…e attraverso tutti noi che ci definiamo scrittori.

Le Storie hanno una vita propria.

E io non le potrei creare in nessun altro modo.

Link all’articolo in lingua originale.


Wikio topblog Fumetti: Ottobre

Come ogni mese, sul blog Fumettologicamente, Matteo Stefanelli propone in anteprima la classifica aggiornata dei primi 20 blog fumettistici di Wikio.

Questa volta ha deciso di farla pubblicare a noi e quindi eccola qua:

1 -Dalla Parte di Asso Merrill-
2 Fumettologicamente
3 Mauro Biani
4 Mamma! Satira e giornalismo
5 Diegozilla
6 House of Mystery
7 comicsblog
8 Cartoonist Globale
9 oneComics
10 Flusso di coscienza
11 INSERTO SATIRICO
12 vukicblog
13 Nero_su_bianco
14 Guardare e leggere
15 Conversazioni sul Fumetto
16 Canemucco
17 Spari d’inchiostro
18 AVSL
19 Sono Storie
20 Verticalismi

Classifica disegnata da Wikio

Un grazie a Matteo per i complimenti e l’appoggio che ci offre, nonché per la visibilità che ci concede. Quindi se ancora non seguite il suo blog, uno dei migliori, correte a farlo.

Il gatto (matto) che se ne andava da solo

Gilbert Seldes

Quando si leggono articoli e analisi su Krazy Kat di George Herriman è facile imbattersi nel nome di Gilbert Seldes, che nel secolo scorso è stato uno dei più famosi critici americani della cultura popolare.

Di seguito proponiamo, il seminale saggio di Gilbert Seldes, tratto dal libro The seven lively arts, New York, Harper and Brothers, 1924, pagine 231-245.

Le note, fornite dal nostro traduttore Andrea Pachetti, sono a fondo pagina.

Link all’articolo in lingua originale.

Il gatto (matto) che se ne andava da solo [a]

di Gilbert Seldes

traduzione di Andrea Pachetti

Krazy Kat, la striscia quotidiana a fumetti di George Herriman è, per quanto mi riguarda, la più divertente, fantastica e appagante opera d’arte prodotta al giorno d’oggi in America e non intenderò trattare con chi ritiene impossibile considerare il fumetto un’espressione artistica. Le qualità principali di Krazy Kat sono l’ironia e la fantasia, giusto le stesse che possiamo trovare ad esempio ne La Rivolta degli Angeli; è assolutamente irrilevante indicare in questo contesto una preferenza per l’opera di Anatole France, che appartiene al novero delle arti maggiori. Relativamente a tale àmbito, in America l’ironia e la fantasia sono praticate soltanto da un paio d’autori, che producono peraltro spazzatura d’alta classe; al contrario il signor Herriman, privo d’ogni forma di presunzione e utilizzando un mezzo assai disprezzato, realizza giorno dopo giorno un lavoro invero di grande qualità. E’ il risultato di una sensibilità naïf abbastanza simile a quella del douanier Rousseau[b]; non latita nemmeno d’intelligenza, dato che si tratta di un’opera concepita e poi realizzata con attenta cura. Tra le cosiddette opere di second’ordine possiede caratteristiche di primo piano, oltre a esser davvero deliziosa; in questo periodo abbiamo accettato ed elogiato almeno un centinaio di farse provenienti dall’Europa e dall’Asia: rappresentazioni teatrali sciocche e scarse, dipinti mediocri, opere liriche sgradevoli, religioni inique, ogni cosa pacchiana e dozzinale ha avuto da noi il suo momento di gloria. Al contrario un prodotto locale genuino e onesto è passato totalmente inosservato fino all’anno di grazia 1922, in cui un balletto lo ha portato a una fama tardiva e ancora riluttante.

Herriman è il nostro gran maestro del fantastico e la sua carriera precedente e getta solo una fioca luce sul suo attuale capolavoro, dato che le opere anteriori risultano al confronto dei fallimenti. Nell’approccio realistico scelto all’inizio, aveva trovato un mezzo inefficace per veicolare sia il suo immaginario, sia la strana tecnica visuale che è il suo naturale modo d’esprimersi. Al realistico lettore, The Family Upstairs pareva davvero poco credibile: non riusciva a concedergli il piacere di riconoscere i propri vicini nei momenti più grotteschi. Aveva lo stesso difetto anche la striscia The Dingbats, una famiglia di sfortunati tapini. Invece già la striscia Don Koyote and Sancho Pansy si è avvicinata maggiormente al tono corretto: il folle Cavaliere della Mancia è sempre stato un pensiero fisso per Herriman, dato che riappare trasfigurato anche in Krazy Kat. Sebbene le sue ispirazioni non siano mai di natura letteraria, le affinità più forti, quando non si tratta di Cervantes, sono da ricercarsi in Dickens. L’approccio à la Dickens è visibile in Baron Bean, una figura a metà strada tra Micawber[c] e il Charlie Chaplin della maturità. Parlando di Chaplin, avevo fatto notare il profondo apprezzamento che il signor Harriman nutriva nei confronti delle prime scene de Il Monello. Segnalo dunque che egli ha utilizzato lo stesso tipo di dinamiche presenti nella pellicola, traducendole nel proprio mezzo espressivo. Il Barone Bean era sempre malvestito, affamato e senza un soldo: nonostante ciò manteneva il servo Grimes, atto a svolgere umili mansioni per lui. Grimes era la sua valvola di sfogo, il fedele servitore che, legato da vincoli d’ammirazione e rispetto, aiutava il Barone nei suoi affari di cuore. Come tutti i personaggi di Herriman, anch’essi vivevano nella mesa incantata di Coconino, vicino alla città di Yorba Linda. Il Barone era uomo d’ingegno: mancandogli le finanze per acquistare un francobollo, aveva affidato una lettera d’amore a un piccione viaggiatore; la sua frase “Va’, o mia colomba” pronunziata in quell’occasione, è rimasta immortale.

Alcuni personaggi stanno apparendo di nuovo nel più recente lavoro di Herriman: Stumble Inn, sebbene di quest’ultimo non abbia letto così tanto da avere un’opinione certa a riguardo. E’ in ogni caso a metà strada tra immaginazione e realtà; il signor Stumble di nuovo evoca sensazioni à la Dickens, trattandosi dell’accattivante locandiere sentimentale, colui che preferirebbe perdere anche l’ultimo cliente piuttosto che uccidere il proprio tacchino favorito per il Ringraziamento. Mi è giunta voce che di recente un cestino di cuccioli sia stato trovato nella cantina della locanda: da ciò devo dedurre che la fantasia ha avuto la meglio, poiché è proprio di Herriman camuffare ciò che vuol dire creando un mondo d’esseri viventi né umani né animali, ma con un approccio sui generis.

Ecco quindi l’origine di Krazy Kat. Il tema dell’amicizia tra gatto e topo aveva sempre divertito Herriman e un giorno li disegnò, quasi come nota a piè di pagina in una striscia di The Family Upstairs. Nella loro prima apparizione giocavano a biglie, mentre la famiglia stava avendo un alterco; nell’ultima vignetta una delle biglie cadeva in un buco in basso. Un giovane galoppino di nome Willie fu il primo a riconoscere le grandi virtù di Krazy Kat. Di sicuro si trattava del migliore di tutti i galoppini, dato che subito dopo fu il più importante degli editor, Arthur Brisbane, a confermarne l’opinione. Sollecitò Herriman a insistere con questi due personaggi; nel giro di una settimana iniziarono una vita semi-indipendente in una striscia alta un pollice, posta sotto l’altro fumetto. Lentamente se ne staccarono, furono spostati in un’altra posizione e infine diventarono i protagonisti assoluti della striscia principale, con l’interruzione di The Family. Arrivarono le tavole domenicali, e per tre quarti di pagina coinvolsero le intere famiglie di Krazy e Ignatz[1], oltre alla fiorente città di Coconino – la flora e la fauna della regione incantata che Herriman aveva creato ricorrendo alle sue memorie del deserto dell’Arizona, che così tanto aveva amato.

In una delle immagini più metaforiche della serie, Herriman mostra Kat nell’atto di dire a Ignatz: “Non sono un gatto … e non sono matto” (uso i puntini di sospensione per indicare il surreale cambiamento nei fondali che avviene mentre le frasi vengono pronunziate; sebbene l’azione sia continua e i personaggi immobili, il metodo di Herriman consiste nel mantenere lo sfondo in un perenne stato d’agitazione. Impossibile sapere quando un cespuglio diverrà una sequoia, oppure una tenda muterà in una chiesa) … “Io sono ciò che è dietro di me … E’ l’idea che sta dietro di me, Ignatz, ecco quel ke sono.” Con un atto da contorsionista Krazy punta verso lo spazio bianco alle sue spalle, ed è proprio lì che dobbiamo cercare “l’Idea”. Non è così lontana da raggiungere in fondo. Vi sono una trama e un tema – e considerando che a partire dal 1913 abbiamo avuto circa tremila strisce, si potrebbe azzardare che le variazioni siano davvero infinite. La trama: Krazy (androgino, ma che secondo il suo creatore vorrebbe essere entrambe le cose) è innamorato di Ignatz Mouse; Ignatz, sposato ma giramondo, disprezza Kat e uno dei suoi divertimenti preferiti consiste nel “Kolpire la Kapoccia di Kat con un mattone”, preso dalla fornitura di Kolin Kelly. Il frivolo Kat (Stark Young ha trovato la parola perfetta per definirlo: “crack-brained”, completamente fuori-di-testa) secondo una logica e una memoria cosmica ancora tutta da spiegare, interpreta il mattone come un simbolo d’amore; perciò non può apprezzare gli sforzi di Offisa B. Pupp, tesi a proteggerlo e ostacolare le attività del topo Ignatz. Una battaglia mortale è in corso tra Ignatz e Offisa Pupp – dato che quest’ultimo è innamorato di Krazy; si vedono spesso vignette in cui Krazy e Ignatz cospirano per sopraffare Offisa, entrambi vogliono la stessa cosa ma per motivazioni e fini in netto contrasto tra loro. Questa è la trama principale; è chiaro che il mattone ha poco a che spartire con le fini violente proprie di altre strisce, dato che esso è sovraccarico d’emozioni. Di frequente arriva non alla fine della striscia, ma subito all’inizio. Talvolta non arriva del tutto. E’ un simbolo.

Il tema è preponderante rispetto alla trama. Nella brillante prefazione al suo balletto, John Alden Carpenter ha puntualizzato che Krazy Kat è una combinazione di Parsifal e Don Chisciotte, il perfetto ingenuo e il perfetto cavaliere. Ignatz è Sancho Panza e, dovrei aggiungere, anche Lucifero. Prova disgusto per gli slanci sentimentali e filosofici di Krazy; interrompe con un mattone ben assestato ogni eccesso romantico del compagno. Per esempio: abbiamo Krazy bendato e con la bilancia della Giustizia in mano che dice: “Le cose son tutte fuori tropporzione, Ignatz” “In che senso, sciocco!” chiede il Topo mentre la scena si sposta dalla riva d’uno stagno al deserto. “Be’, per esempio, prendi l’oceano…” “Bene!” aggiunge Ignatz. Con le teste sprofondate giù nel mare, solo le zampe posteriori, le code e le frasi pronunciate sono visibili: “L’oceano è distribrutto così iniquamente.” Appaiono poi seduti su delle cime montuose, al di là delle nuvole, e Kat osservando casualmente lo strapiombo si rivolge a Ignatz: “Prendi ‘Denva, Kollorado’ e ‘Tulsa, Okrahoma’, loro di oceano non ne hanno popio nulla-“ (sono poi trasportati nella vastità del mare, dentro una cassa d’imballaggio) “mentre ‘Sem Frencisco, Kellafornia’ e ‘Bostin, Messachoosit’ hanno più oceano di kuanto gliene serve” e così Ignatz distibuisce con grazia un bel mattone sulla capoccia di Krazy. Ignatz “non ha tempo” per le sciocchezze; è un realista e Vede le Cose per Come SONO. “Non credo a Babbo Natale,” dice: “Sono troppo di larghe vedute ed evoluto per simili stupidaggini.”

Ma il signor Herriman, con grande ironia, comprende appieno il sentimento della compassione. Il destino di Ignatz è quello di non conoscere mai quale significato rivesta il suo mattone per Krazy. Non dispone delle memorie razziali di Kat che giungono fino ai giorni di Cleopatra, di Bubastis, dove i gatti erano considerati sacri. Un bel giorno, un topo s’innamora di Krazy (la splendida figlia- di-Kleopatra) Kat; timido, consigliato da un indovino a trascrivere il suo sentimento, incide una dichiarazione d’amore su un mattone e, lanciando la “missiva”, questa viene accettata, sebbene Kat sia stato quasi ucciso. “Quando i tempi dell’Egitto sono terminati è divenuta un’abitudine Romana quella di colpire la capoccia dell’amata con un bel mattone, saturo di teneri sentimenti… e così via, attraverso i secoli”… la tradizione si perpetua. Ma solo Krazy ne è a conoscenza. Così alla fine è proprio l’inguaribile romantico, la vittima del Bovarysmo acuto a trionfare; infatti ogni giorno Krazy perde i sensi in pieno possesso della sua illusione e Ignatz, scagliando stupidamente il suo proiettile pensando di nuocere, in realtà incoraggia l’illusione stessa e mantiene Krazy “felice”.

Non sempre, per essere precisi. Recentemente abbiamo visto Krazy fumare un “elegantoso sigarone Avana” nell’atto di cercare Ignatz; tutto il fumo prodotto lo ha nascosto dalla vista giusto al passaggio di Ignatz e, prima che il topo potesse tornare indietro, Krazy passa il sigaro a Offisa Pupp e se ne va, dicendo “Guardare ‘Offisa Pupp’ che fuma come una ciminiera è molto assai interessante, ma ancor più vitale è trovare ‘Ignatz’ “. Il topo, pensando che la coltre di fumo sia uno stratagemma, scaglia il suo mattone, fa un occhio nero allo sceriffo ed è prontamente acciuffato dal braccio della legge. Fino a questo punto è in scena l’abituale canovaccio della striscia a fumetti, vecchio quanto Shakespeare. Ma poi si nota la vignetta finale di Krazy che osserva l’inseguimento, sconsolato, privato del suo mattone, solo, che mormora: “Ah, eccolo lì che gioca ad acchiapparella con ‘Offisa Pupp’, da grandi amiconi che sono.” E’ questo tocco d’ironia e compassione che trasforma tutta l’opera di Herriman, che la avvicina a qualcosa di profondamente vero e toccante sebbene il materiale di partenza sia del tutto irreale. Non è possibile per me raccontare alla perfezione le immagini ma, almeno fino a quando queste storie saranno raccolte e pubblicate, è l’unico modo mediante il quale posso far comprendere la dolce ironia di Herriman, la sua comprensione dei temi tragici, della sancta simplicitas, dell’innocente leggiadria presente nel cuore di una creatura più simile a Pan di ogni altra creazione del nostro tempo.

Una volta dato il tema generale le variazioni sono innumerevoli e l’immaginazione mai decresce. Utilizzerò degli esempi presi a caso dagli anni 1918-1923 poiché, sebbene Kat sia leggermente cambiato dai giorni in cui era anche talvolta un vero felino, l’essenza è sostanzialmente la stessa. Come Charlot, vive sempre in un mondo tutto suo, sottoponendo alla sua logica superiore i luoghi comuni della vita reale. Quando Ignatz dice che “l’uccello si trova nell’aria” Krazy sospetta un errore e dopo l’attento esame di alcuni volatili, risponde che “da recenti osservazzioni risulta invece ke l’uccello si trova nell’aia[d]. Oppure Ignatz osserva che Don Kiyote si è fermato a correre. Sbagliato, dice il magnifico Kat: “o è fermo o corre, ma non può essere fermo e correre nello stesso momento” Ignatz arriva con una borsa che contiene, così afferma, semi per uccelli. “Non è che dubiti della tua parola, Ignatz,” dice Krazy, “ma vorrei dare un’occhiata!” Ed è stupito di notare che sono davvero semi per uccelli, dopo tutto, poiché da sempre aveva pensato che gli uccelli nascessero dalle uova e non dai semi. E’ Ignatz colui che s’impressiona per una stella cadente; per Krazy “sono quelle che non cadono” a essere un miracolo. Raccomando la lettura di Krazy al signor Chesterton, il quale certamente apprezzerà i suoi momenti migliori. La sua mente è eternamente occupata dalle stranezze, con una profonda idiosincrasia sussistente tra la sua natura e le cose semplici. Lo vediamo entrare una banca e con una certa esaltazione compilare un assegno per trenta milioni di dollari. “Non hai così tanti soldi in banca” dice il cassiere. “Sì, lo so,” risponde Krazy; “voi li avete?” Vi è totale ingenuità nei comportamenti di Krazy; come un bambino, osserva con aria seriosa gli sforzi delle persone adulte tesi a sembrar solenni, a pretendere che le cose siano davvero ciò che sembrano; proprio come i bambini, ci spaventa poiché nessuna delle nostre finzioni può sfuggirgli. Per lui un re al massimo è “Sua carineria.”Ho sempre pensato che fossero granderrimi, magnificiontissimi, meraviglioni, maestrosi… ma, oh cielo! Non è popio kosì.” Dovrebbe essere presentato all’enfant terrible di Hans Andersen, che conosceva la verità sul re[e].

Egli è certamnte accecato dall’amore. Mentre cammina per conto suo in primavera, soffre alla vista d’ogni cosa ch’è rimasta da sola; lo preoccupa osservare la tristezza di un pino solitario e, quando ne avvista un altro, giunge nel cuore della notte a trapiantare il secondo in prossimità del primo, “Ecco che, a tempo debito, la Natura ha fatto finalmente il suo korso.” Ma vi sono poi momenti in cui l’ardente spasmo della passione non corrisposta si placa. “In quest’ore beate la mia anima non vedrà konflitti,” confida al signor Bum Bill Bee il quale, mentre la conversazione prosegue, avvista Ignatz recante un mattone, si alza in volo, lo punge e ritorna giusto in tempo per udire: “Nel mio Kosmo non vi sarà spazio per esaltazione o discordia… tutte le mie emozioni saranno sentimenti dolci e gentili.” Oppure lo vediamo tranquillo, vicino a Ignatz. Ha appena acquistato un paio d’occhiali ma, vedendo che Ignatz non ne possiede li divide in due, in modo che entrambi abbiano a disposizione un monocolo. E’ dolce, un vero gentleman, e tanto caro; divagazioni di questo tipo appartengono ai suoi momenti più adorabili; poiché quando entra in gioco l’ironia si dimostra indifeso, tanto quanto noi umani.

Mettere un simile personaggio in musica è stato un bel pensiero, ma il signor Carpenter doveva immaginare che sarebbe stato condannato al fallimento. E’ stato uno sforzo notevole, dato che nessun’altro tra i nostri compositori ne aveva notato le opportunità; temo che la maggior parte di essi non abbia voluto “abbassarsi” a tanto, comunque. Il signor Carpenter è riuscito a catturare nel balletto molta della fantasia; è stata proprio un’idea azzeccata iniziare con una parodia: il Pisolino Pomeridiano di un Fauno[f]. Anche il “Class A Fit” e il Blues dell’Erbagatta erano molto buoni. (Esiste una tavola domenicale relativa a questa scena – penso sia del 1919 e ritrae centinaia di Krazy Kat che fanno baldoria nel campo d’erbagatta, una specie di baccanale, una danza dei satiri, un festino erotico, col nostro Krazy che suona la viola nell’angolo e Ignatz, ormai ubriaco, che firma la promessa solenne). Il signor Carpenter si è dimenticato di una questione essenziale: l’estasi di Krazy nell’atto di ricevere il mattone alla conclusione; senza dubbio, mentre il signor Bolm[g] danza, si percepisce solo il trionfo di Ignatz e non il grande sobbalzo che sopraggiunge nel cuore di Krazy, l’appagamento del desiderio nel momento in cui il mattone finalmente colpisce il segno. Manca anche il lato ironico. Ed è stato un errore affidare il ruolo a Bolm, dato che per interpretare Krazy non è necessario un balletto di stampo sovietico, ma piuttosto di danza americana. Solo un uomo potrebbe renderlo alla perfezione e a lui rivolgo un appello pubblico affinché possa omaggiare una delle poche creazioni che gli sono eguali in America, anche se fosse solo per una singola occasione e per un numero esiguo di spettatori. Mi riferisco certamente a Charlie Chaplin. E’ stato sollecitato a fare molte cose contrarie alla sua natura, questa invece ne sarebbe una alla quale è destinato. Fino a quel giorno, il balletto avrebbe dovuto avere Johnny e Ray Dooley come suoi creatori: spero che il signor Carpenter non abbia mandato via altri compositori. Qui c’è abbastanza materiale da tenere impegnati Irving Berlin e Deems Taylor. Perché non proprio loro? La musica appropriata per l’opera deve avere una tocco jazz, cosa che il signor Carpenter sa bene. Per vari motivi Berlin e Taylor potrebbero riuscirci perfettamente.

Potrebbero però non esser capaci di scrivere nell’idioma personalissimo di Krazy. In questa sede ho tentato di preservare la sua pronunzia e spero che le citazioni abbiano fornito qualche accenno al suo stile. L’accento è in parte dickensiano, in parte Yiddish e il resto impossibile da identificare, poiché proprio della sua persona. E’ strano notare che nelle note “classifiche” di Vanity Fair, Krazy è spalla a spalla col “Dottor Johnson”, al quale deve molto del suo vocabolario. Vi è un particolare senso del colore nelle parole e una straordinaria immaginazione in passaggi come “gli echeggianti dirupi di Kaibito” e “a nord del ‘picco del gatto selvatico’ le ‘squaw della neve’ scuotono le bianche coltri dell’inverno e portano un gelo che cavalca con briglie e speroni, scaglia brina con mano gelata e ricopre di ghiaccio una landa incantata, assorta nel grembo della Primavera”; c’è un ritmo teso di meraviglia ed eccitazione in “Ooh, ‘Ignatz’ è terribboli; si è tagliato le gambe su fino ai gomiti, e indossa delle scarpe, e se ne sta sul pelo dell’acqua”.

E nonostante l’apporto del signor Herriman in prima persona, non si riuscirà in un balletto a rendere l’idea dei fondali cangianti. Solo quando è per conto proprio ha completa liberta di movimento; nei suoi disegni grandi e piccoli le scene cambiano a volontà – si tratta effettivamente della nostra unica opera di stampo espressionista.

Mentre Krazy e Ignatz stan parlando, vengono trasportati dalla montagna al mare; oppure un albero stentato e appiattito da una serie d’ornamenti all’improvviso cresce lungo e smilzo; o una casa diviene una chiesa. Nella mesa incantata, gli alberi sono quasi sempre posti dentro a dei vasi da fiori, con echi Copti ed Egiziani presenti sia nel fogliame che nel vaso stesso. Ci sono muri di mattoni, piante di cactus grottesche, escrescenze e funghi bizzarri. E tutti insieme vanno a comporre uno stile. Può essere definito primitivo o espressionista, ma Herriman rimane comunque un’artista; le sue opere sono davvero ben costruite; vi è una relazione ben precisa tra il tema e la struttura, così come tra le linee, le masse e la pagina. I suoi capolavori a colori mostrano nuove meraviglie, poiché egli è tanto naïf e sicuro col colore, quanto con le linee e col bianco e nero. La piccola figura di Krazy costruita attorno al suo ombelico è straordinariamente adattable al contesto, e Herriman riesce a fargli esprimere tutto lo spettro emozionale in economia, semplicemente muovendo una sua mano, curvando il fazzoletto che indossa attorno al collo o torcendone la coda.

Egli ha così tanto da esprimere proprio perché ha sofferto molto. Ritornerò adesso al vasto novero delle tavole domenicali. Una in particolare è realizzata interamente in modo inclinato. Ignatz ordina a Krazy di spostare un’enorme roccia e spingerla in discesa. Così va giù, sbriciolando case, sradicando alberi, scavando gallerie nelle montagne, con Krazy così intento a seguire il sasso da finirci praticamente sotto quando finalmente si ferma. Faticando, poi torna indietro percorrendo la salita. “Ma ha raccolto del muschio!” chiede Ignatz. “No.” “Ecco, proprio quello che pensavo.” “Piccolo filosofetto” commenta Krazy, “cerka sempre la verità, e sempre la trova.” C’è poi il gran giorno in cui Krazy ode una lezione di biologia relativa all’ectoplasma, di come “esso arrivi dall’Etere incommensurabile, per fluttuare, libero di scatenarsi, volente o nolente, senza vincoli” che diventa per lui “Ve lo immaginate, Valente e Klemente, il vostro ‘ectospasmo’ che se ne va in giro in mezzo all’Ettore inimmensurabile, davvero incredibboli-“ fino a quando un palloncino a forma di Ignatz aumenta il gesto eroico e il senso della tragedia.

E la più notevole di tutte, l’epica Odissea della porta: Krazy osserva un ghiro[h], un piccolo topino vicino a un’enorme porta. Lo impressiona, dato che dev’esser terribile che “un topino così piccoletto e delikatino” debba portarsi in giro una porta tanto pesante. (A questo punto l’Odissea inizia; usano la porta per attraversare un precipizio.) “Una porta non serve a niente se non è attaccata a una casa.” (Diventa ora una zattera per percorrere un corso d’acqua) “Non ha alcun valore ekonomiko.” (Viene utilizzata come tavola da pranzo.) “Manca d’ogni base d’utilità” (Li protegge da una tempesta di neve.) “Storicamente è tutta sbagliata e fallace.” (Li difende da tuoni e fulmini) “Come oggetto d’arte è scarso in ogni aspetto.” (Li ripara dal sole.) Mentre Krazy continua con la sua lezione: “Non vedrai mai farlo al signor Steve Door, al signor Torra Door, o al signor Kuspa Door[i], non trovi?” e “Ma te lo immagini il mio piccolo amico Ignatz che si trascina in giro una porta?” proprio il piccolo amico Ignatz appare, impugnando il mattone; non notato da Krazy, lo lancia; questo viene intercettato dalla porta, rimbalza e finisce per colpire proprio il topo. Krazy intanto continua a parlare fino a quando il ghiro s’allontana, e alla fine si siede per “koncentrarsi su Ignatz e immaginarsi dove sia finito.”

Il nostro Krazy è fatto così. E’ un’opera che l’America dev’essere orgogliosa d’aver prodotto e che deve sbrigarsi ad apprezzare. E’ ricca di qualcosa che possiediamo ancora troppo poco: la fantasia. E’ piena di tenera ironia; possiede delicatezza, sensibilità e una bellezza ultraterrena. Gli strani alberi disotrti, il linguaggio né umano né animale, gli eventi così logici eppure così folli sono tutti tappeti e polveri magiche che possono condurci a mondi irreali. Là vaga Krazy, la più tenera e innocente delle creature, un gentile piccolo mostro della nostra nuova mitologia.

* * *

[1] Devo affrettarmi a correggere un’impressione errata che può aver causato pensieri a molti ammiratori di Krazy. I tre piccoli Milton, Marshall e Irving appartengono a Ignatz e non, come ha detto il signor Stark Young, a Krazy. Krazy non è una ragazza madre. Per amor di precisione adesso vado ad elencare i nomi di alcuni degli altri personaggi principali: Offisa Bull Pupp; La signora Ignatz Mice; Kristofer Kamel; Joe Bark l’odiatore della luna; Don Kiyoti, il pittoresco anticonformista; Joe Stork, alias Jose Cigueno; Mock Duck; Kolin Kelly il mercante di mattoni, Walter Cephus Austridge; inoltre, il Kat Klan: la zia Tabby, lo zio Tom, Krazy Katbird, Osker Wildcat, Alec Kat e Krazy Katfish.

* * *

[a] Orig. “The Krazy Kat that walks by himself”, cit. dal racconto di Rudyard Kipling “The Cat that walks by himself”. (NdT)

[b] il pittore Henri Rousseau (1844-1910), detto “il doganiere” a causa della sua occupazione. (NdT)

[c] Wilkins Micawber, personaggio del romanzo “David Copperfield”. (NdT)

[d] Traduzione libera del dialogo ispirato alla nursery rhyme “Spring is sprung, De grass is riz, I wonder where dem birdies is? De little birds is on de wing, Ain’t dat absurd? De little wing is on de bird!” (NdT)

[e] La fiaba “I vestiti nuovi dell’imperatore” e la frase “il re è nudo”. (NdT)

[f] Parodia di http://en.wikipedia.org/wiki/Afternoon_of_a_Faun_(Nijinsky) (NdT)

[g] Il ballerino e coreografo sovietico Adolph Blom (1884-1951) che interpreta Krazy http://en.wikipedia.org/wiki/Adolph_Bolm (NdT)

[h] intraducibile (se non con parole inventate, tipo “portopo”) il gioco di parole tra dormouse (ghiro) e door (porta) cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Dormouse (NdT)

[i] assonanze intraducibili con le parole d’origine spagnola stevedore (stivatore delle navi), toreador e cuspidor (sputacchiera). Potrebbe essere tentato un adattamento utilizzando forme comiche del tipo “Porta N. Tino”, ma ciò esula dall’intento di questa traduzione (NdT)