La diatriba italiana (e forse non solo) sul termine “graphic novel”

Forse non tutti sanno che The Comics Journal, fra le più importanti riviste di critica fumettistica americana, dopo essere passata dal formato cartaceo a quello gratuito e online, ha introdotto sulle sue pagine diversi critici da tutto il mondo.
Per l’Italia è stato scelto Marco Pellitteri:  sociologo dei media e dei processi culturali. Suoi contributi si trovano in riviste nazionali (fra cui Storia e problemi contemporaneiLiberIl PepeverdeLG ArgomentiValore Scuola, Childhood and Society) e straniere (The Japanese Journal of Animation StudiesInternational Journal of Comic ArtMechademia), in libri collettanei e atti di convegni in Italia e all’estero. Ha lavorato con l’università di Trento, il CERI di Parigi, l’Istituto IARD, l’AESVI. È autore dei libri Sense of Comics (1998), Mazinga Nostalgia (1999), Conoscere l’animazione (2004) e curatore del volume Anatomia di Pokémon (2002). Per Tunué dirige le collane di saggistica «Lapilli» e «Le virgole» e ha pubblicato, nella collana «Esprit» diretta da Gino Frezza e Sergio Brancato, Il Drago e la Saetta.

Con Marco abbiamo stretto un’altra pregevole collaborazione: riproporremo in italiano i suoi post che appaiono su The Comics Journal. Nell’attesa che prima o poi scriva qualcosa di esclusivo anche per noi lo ringrazio calorosamente con un in bocca al lupo per i suoi progetti.

La diatriba italiana (e forse non solo) sul termine “graphic novel”

di Marco Pellitteri

traduzione di Andrea Queirolo

Copertina di It Rhymes whit Lust

In questi anni l’espressione “graphic novel” è entrata nel comicdom di tutte le nazioni in cui vengono pubblicati fumetti.
Recentemente, come ha ricordato (anche) David Hajdu nel suo meraviglioso libro The Ten-Cent Plague (Farrar, Straus & Giroux 2008), il primo “graphic novel” pubblicato negli USA fu probabilmente It Rhymes with Lust che, fu scritto da Arnold Drake e Leslie Waller e disegnato da Matt Bsaker, fu pubblicato da Archer St. John nel 1950. E’ stato probabilmente il primo “graphic novel” non solo per l’effettivo risultato, ma anche perché gli autori e l’editore volevano realizzare questo tipo di prodotto. It Rhymes with Lust fu ideato, creato e pubblicato come un romanzo, in un singolo volume, ma sicuramente la storia fu raccontata utilizzando il linguaggio fumettistico. Oggi, molti critici riconoscono che precorse troppo i tempi. Era definito un “picture novel” (“romanzo per immagini”), come chiaramente si evince dal titolo in copertina; ma i lettori in quel periodo storico non erano, per così dire, pronti e non lo era neanche il mercato. Soprattutto non lo era la cultura.

Una pagina di “It Rhymes with Lust”

Ad ogni modo il volume fu accolto come un mero racconto pulp e niente di più. Questo si evince non solo dal contesto del libro e dalla sua veste grafica, ma anche dall’assenza in copertina del nome degli autori. Non c’era nessun intento letterario – e neppure il pretesto – anche perché il ruolo ufficiale degli autori, intesi come soggetti che affermano la loro paternità, mancava del tutto: questo, come ho detto prima, da quel che si evince dalla strategia di presentazione.
It Rhymes with Lust non ebbe successo, ma qui non è materia di discussione.

Copertina della prima edizione di “Poema a fumetti”

Quello che ho riportato in precedenza serviva a introdurre un altro fatto nella storia del “graphic novel”. Nel 1969 Dino Buzzati, un acclamato scrittore italiano, pubblicò il suo Poema a fumetti (che in inglese può essere tradotto come A Poem in Comics): penso che questa sia stata il primo “graphic novel” (o uno dei primi) ad ottenere un sostanziale successo nel mercato occidentale. Poema a fumetti usava il linguaggio del fumetto, ma usufruiva anche di una forma personale di poesia “alfabetica” (cioè verbale); una sorta di stile pittorico che in alcuni passaggi del lavoro, credo, non possa essere propriamente definito come linguaggio fumettistico convenzionale; e soprattutto il titolo stesso afferma che questo libro non era un romanzo. Era un poema. A fumetti. (Il libro è stato recentemente tradotto in inglese col titolo di Poem Strip, trad. Marina Harss, New York Review Books 2009).

La prima definizione del termine “graphic novel” (e delle sue correlazioni semantiche) è storia ben conosciuta oggigiorno – 1978, Will Eisner, Contratto con Dio e altre storie – e non voglio ripeterla al pubblico americano/internazionale. Sarebbe molto più interessante leggere (o rileggere) il “Grahic Novel Manifesto” di Eddie Campbell (la cui prima versione fu scritta nel 2005).

Eddie Campbell mi regala dei fiori per averlo citato

Però adesso, se posso ripetermi, il perché e il percome gli scrittori di “graphic novel” creino i loro “graphic novel” non mi interessa più di tanto. Anche tralasciando l’epica discussione riguardante il significato inglese di “graphic novel” (ed è per questo che insisto a mettere la parola tra virgolette), che è una questione da riprendere in un altro apposito post, osserviamo solamente che molti autodichiarati “graphic novel” sono stati e vengono pubblicati senza essere romanzi (ma per esempio, lavori di non-fiction o collezioni di storie brevi) e che l’aggettivo “graphic” non indica propriamente il linguaggio del fumetto, ma una vaga idea di una storia narrata tramite mezzi grafici.
È per questo che mi piace molto il termine “comics novel” (che non è molto diffuso). Tuttavia mi sembra una definizione più onesta.

In Italia la “lotta” sul termine “graphic novel” è su più livelli. Diversi critici, studiosi, autori, lettori e giornalisti, spesso intendono cose diverse. Il caso peggiore è quello dei giornalisti (primo livello). Una volta mi è stato chiesto da una di loro se io studi “fumetti” o “graphic novel”. Quando ho controbattuto: “Cosa intende dire implicando una differenza tra i due termini?” lei rispose che i fumetti sono “brutti” e “convenzionali” e che le “graphic novels” sono “valide”, fumetti “nuovi”. Se oggi è questa l’idea comune sul “graphic novel”, beh, chapeau a Will Eisner. Il termine vende molto bene. Non solo i fumetti sono generalmente considerati brutti e convenzionali, ma sembra che attualmente per un fumetto essere convenzionale significhi essere brutto. Comunque spero solo di aver incontrato una pessima (e convenzionale?) giornalista.

Secondo livello: il vero uso del termine in inglese. Il linguaggio italiano è forse, tra gli idiomi e le culture europei, quello che ha assimilato maggiormente i termini e i modi di dire inglesi (specialmente dell’inglese statunitense). Nel caso dell’espressione “graphic novel”, alcuni studiosi osservano che il termine inglese è impreciso e che “romanzo a fumetti”, o più in generale “libro a fumetti”, sarebbe non solo molto più preciso ma anche pronunciato nella lingua nazionale, che dopotutto non sarebbe così male. La discussione, negli altri paesi europei, è molto vivace: per esempio la Spagna (consultate il libro “La novela gráficadi Santiago García e almeno un commento intelligente su di esso) .

Copertina de “La novela gràfica”

C’è anche un terzo livello. Il genere. Incominciamo dal presupposto che la parola “fumetto [sing.] / fumetti [plur.]” è in italiano una parola maschile. Forse poche persone di madrelingua inglese si sono domandate quale sia il genere delle parole “comics” e “graphic novel”, perché per loro questa questione deve essere una sciocchezza. Non in Italia (o in Francia, dove il problema è stato puntualmente risolto alla radice: “la ‘bande dessinée’” è femminile mentre “le ‘roman graphique’”, tradotto dall’inglese “graphic novel” è senza dubbio maschile). In Italia in diversi dicono “la [fem.] ‘graphic novel’”, altri dicono “il [masc.] ‘graphic novel’”. È una questione sciocca? Evidentemente non la penso così. Prima di tutto la parola “novel”, in inglese, significa ‘romanzo’ e in italiano ‘romanzo’ è una parola maschile (in italiano non c’è un genere neutrale, come “it” in inglese o “es” in tedesco); ma, secondariamente, “novel” deriva dall’antica parola ‘novella’ (parola femminile in italiano), che originariamente si riferiva a un racconto breve, non ad un romanzo lungo; infatti in italiano la ‘novella’ era un genere letterario precedente alla nascita del romanzo moderno. Ecco perché il meccanismo linguistico spontaneo di molti italiani in riferimento al“graphic novel” è femminile: automaticamente (ma in modo errato) viene riferito al genere della parola ‘novella’ (una parola che è ancora molto in uso) e non a quello della parola “novel” tradotto in italiano (che è, precisamente, ‘romanzo’, maschile).

L’anglofilia nell’uso sociale del linguaggio italiano è un dato di fatto (e la mia posizione su questa tendenza è neutrale). Però, in Italia, l’uso del termine “graphic novel” ha un effetto negativo in due sensi: (1) tende a cancellare dal pubblico generalista il concetto che il “graphic novel” è in realtà un opera a fumetti. Non un “comic book” nell’accezione anglofona, ma un libro (come oggetto) che si esprime con il linguaggio a fumetti. La giornalista di cui ho parlato in precedenza è una vittima di questa tendenza deprecabile. Infine (2) questo diventa un’etichetta impropria che può essere apposta sulle copertine di fumetti che non sono romanzi ma, per esempio, opere di non-fiction.

Ovviamente, questo post non ha alcuna conclusione, perché ho solamente proposto alcuni punti di conversazione e soprattutto perché la discussione è ancora in corso.

pagina da “Poema a fumetti” di Dino Buzzati

9 risposte a “La diatriba italiana (e forse non solo) sul termine “graphic novel”

  1. Concordo su due punti in particolare: il ricorso spesso pretestuoso a termini anglofoni quando esistono equivalenti più che validi in italiano e l’uso di romanzo a fumetti (quando ci si riferisce a una storia di ampio respiro, ovviamente) invece di graphic novel, quest’ultimo assolutamente fuorviante per l’italiano medio. Mi chiedo, però, se “Poema a fumetti” sia effettivamente il primo esempio di racconto di ampio respiro apparso in Italia. La “Ballata” di Pratt non è di un paio d’anni prima? E che dire del Pinocchio di Jacovitti? Pur non essendo un testo originale è pur sempre una storia di una certa lunghezza.

  2. Marco Pellitteri

    Liberandoci del termine “graphic novel” e dunque usando il termine italiano “romanzo a fumetti”, a rigor di logica andrebbero esclusi dal novero tutti i libri a fumetti che non siano romanzi.
    “Poema a fumetti” (1969) è un poema, appunto, non un romanzo; ammettiamo per semplicità che sia effettivamente a fumetti nel senso più accettato del termine (ci sarebbe da condurre un discorso a parte sulla “fumettità” del libro di Buzzati, ma già molto se n’è scritto e rimandiamo il tema ad altra sede). Dunque è da definirsi come “libro a fumetti”. L’intento, il formato e l’esito editoriali sono assai diversi da “Una ballata del mare salato” (1967) di Hugo Pratt. La “Ballata” uscì per la prima volta in rivista su “Sgt. Kirk”, a puntate. Diciamo pure, se vogliamo, “a capitoli”, e intendiamolo come un romanzo a dispense; pur sempre a fumetti, pur sempre romanzo. Un romanzo a fumetti a puntate. Così è avvenuto per molti altri lavori poi imbellettati col termine “graphic novel”. Il celeberrimo “Watchmen” è una miniserie in 12 numeri, in origine. Eppure è per molti il “graphic novel” per antonomasia.
    Quindi nel definire il concetto di “graphic novel”, o più in generale di libro a fumetti, ci sono diverse variabili da tenere in considerazione. Non c’è un’accezione perfettamente univoca del termine. Io però intendo il graphic novel, *oggi*, come un formato e una strategia di presentazione editoriali. Un libro che esce appunto in forma libro, e fin da subito, senza serializzazione in altre sedi. In tal senso il “Poema a fumetti” fu uno dei primissimi libri a fumetti in Italia e, come ho scritto, di sicuro il primo a conseguire un sostanziale successo di vendite nella sua forma di libro intesa come forma primigenia di apparizione.
    Invito a leggere il mio commento di risposta, in inglese, a una domanda di un lettore sotto al post originale sul sito del “Comics Journal”, dove aggiungo qualche altro elemento di discussione.
    Infine, su Jacovitti e le sue versioni di Pinocchio, invito a leggere l’esauriente articolo su http://www.artifexlibris.com/jacovitti-e-pinocchio/, infinitamente più informato di quanto non sarebbero stati eventuali miei commenti in proposito.
    Grazie per la stimolante domanda e spero di aver risposto adeguatamente.
    Marco Pellitteri

  3. Pingback: Quei seri problemi con la parola “graphic novel” « Fumettologicamente

  4. Pingback: Qualche opinione sulla critica e lo studio del fumetto (in Italia e in generale) | Conversazioni sul Fumetto

  5. Attilio Capuozzo

    Anche se da un lato concordo nell’affermare che l’uso del termine “graphic novel” è piuttosto modaiolo, per altri versi non va dimenticato che la critica fumettistica e il comicdom in generale ha iniziato a utilizzare il suddetto termine (nelle sue varie declinazioni linguistiche) solo a seguito dell’introduzione dello stesso per opera di Will Eisner nel 1978.
    E’ pur vero che il Maestro Eisner ha codificato le regole del “graphic novel” ma il romanzo a fumetti ha certamente delle origini ben più remote di quelle del capolavoro eisneriano (“Contratto con Dio”).
    A mio avviso, cercare nella storia della Nona Arte l’origine del romanzo a fumetti diventa impresa ardua che si trasforma ben presto in uno speculativo e sterile esercizio di stile.
    Piuttosto risulto assai più interessante ricercare gli autori che nell’ambito delle principali “scuole” (franco-belga, anglo-americana, etc.) hanno per primi realizzato opere (seppur originariamente serializzate e cioè pubblicate a puntate) assimilabili al concetto di romanzo a fumetti.
    E così, giusto per citare qualche esempio più famoso, in Italia oltre al “Maestro di Malamocco” e alla sua “Ballata” , nel 1967 fu pubblicato il romanzo “La rivolta dei Racchi” dell’artista romano Guido Buzzelli; esempi ancor più datati si possono ritrovare nel fumetto giapponese e in particolare nell’opera del “Dio dei Manga” Osamu Tezuka precursore, sin dalla fine degli anni’40 del c.d. story-manga!
    A proposito di Pratt, è doveroso precisare per i detrattori di turno, che “Una Ballata del mare salato” pur essendo la prima storia del ciclo dedicato negli anni a seguire al Corto Maltese può essere considerata un romanzo in quanto nelle iniziali intenzioni dell’autore veneziano, “il gentiluomo di fortuna” non avrebbe dovuto diventare un personaggio seriale.Fu solo grazie al successo che il personaggio ebbe a seguito della ripubblicazione sul “Corriere dei Piccoli” che divenne protagonista di diversi episodi pubblicati originariamente in Francia e poi riproposti successivamente in Italia.

  6. Se opere ‘originariamente … pubblicate a puntate’, senza l’intento di creare un personaggio seriale, si possono definire ‘romanzi a fumetti’, mi domando perchè dimenticare le storie pubblicate nei primi anni ’60 sul Corriere dei Piccoli, disegnate da Battaglia, ma anche Uggeri e altri. A volte il testo era di un altro autore, spesso Milani, ma trovo giusto in tal caso considerarli romanzi a fumetti a quattro mani. Uno degli esempi più belli a mio parere è ‘Selena’

    http://corrierino-giornalino.blogspot.com/2009/01/selena.html

    di Milani-Battaglia, pubblicata sul Corriere dei Piccoli tra luglio e ottobre 1962.
    Altri romanzi, che cito a memoria’ sono stati ‘Guerra agli invisibili’, ‘Johnny e Zeta a spasso tra le nuvole’, ‘I nemici fratelli’, ‘ Il piccole re’, ‘L’ hostess del DC-8′.
    Alcuni di questi non si sarebbero poi distinti molto dalle storie pubblicate in quegli anni sugli Albi dell’ Audacia, che avevano per di più il formato di un piccolo libro (su carta da fumetti!!).
    Forse mi sfugge qualche punto importante, ma non capisco perchè si voglia collocare l’ inizio del romanzo a fumetti nella seconda metà degli anni ’60, quando già nel 1950 cominciavano le storie di Blake e Mortimer, che vanno considerati personaggi del romanzo a fumetti allo stesso modo in cui Sherlock Holmes è indiscutibilmente un personaggio della letteratura scritta.

  7. Pingback: La querelle sul Graphic Novel

  8. Dal 18 al 28 febbraio 2013, Teatro Libero ha il piacere di presentare il debutto milanese dello spettacolo che il Teatro Stabile di Verona ha tratto da “Poema a fumetti”, diretto ed interpretato da Paolo Valerio con videoproiezione delle immagini originali dell’opera di Buzzati. 

    Per info 028323126 – biglietteria@teatrolibero.it

    http://www.facebook.com/events/335994869850262/

  9. Pingback: Sulla Salade Niçoise di Baudoin, o prima il segno e poi la storia?!? | Conversazioni sul Fumetto

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