Igort – Intervista Parte 1

Prima parte di una lunga conversazione esclusiva assieme ad Igort, che ringraziamo infinitamente per la sua disponibilità.

-Quello che avete fatto con il gruppo Valvoline è stato, fra le altre cose, quello di sperimentare coi segni e di dare molta importanza all’aspetto grafico. Ciò ha portato il vostro lavoro a distaccarsi dal cosiddetto fumetto tradizionale per affrontare nuovi territori narrativi.

Sì, per noi il fumetto era un linguaggio ricco di possibilità, lo ricordo, Valvoline fu un gruppo di autori che diede vita a un supplemento periodico sulle pagine di Alterlinus, completamente autogestito, una vera e propria rivista pubblicata a partire dal 1982. Anche se in realtà, pur senza un nome definito e un manifesto programmatico vero e proprio, il gruppo esisteva da almeno tre anni.

Questo lavoro nasce da un insieme di conversazioni e scambi fecondi tra Lorenzo Mattotti, Giorgio Carpinteri e me; siamo ai primissimi anni Ottanta, e la musica, il cinema e le arti sono in fermento. Noi abbiamo poco più che vent’anni e ci sentiamo parte di questa onda, ascoltiamo la nuova musica e frequentiamo le sale cinematografiche convinti che lo scambio con questi linguaggi, come con la fotografia, il teatro, l’architettura, la letteratura e l’arte non possa che arricchire la grammatica che stiamo elaborando.

In sintesi vista dagli occhi adulti di oggi credo che stessimo mettendo a fuoco il concetto che il raccontare confini strettamente con la mitopoiesi, con la capacità cioè, che il racconto generi mito.

-Questo è dovuto all’esigenza espressiva che ricercavate nel raccontare le vostre storie e a mio modo di vedere è l’insegnamento più grande che avete lasciato. Cos’era che vi ha spinto a questa ricerca?

Ero, ed eravamo convinti fermamente che i confini del raccontabile andassero estesi. Allora non si parlava ancora di graphic novel, ma sentivo chiaro il desiderio di misurarmi con la narrazione a lungo respiro. Tanto che il mio primo lavoro lungo, Goodbye Baobab, fu un lavoro di quasi un centinaio di pagine, che per allora era un vero record.

Erano stati pubblicati dei lavori come Una ballata del mare salato e Ici Meme (il signore di Montetetro) che avevano mostrato alcune possibilità. Ma in America c’era Spiegelman che disegnava Maus e ricordo con emozione quando Loustal, che noi sentivamo vicino, passò da storie brevi o brevisime di 2/4 tavole a un romanzo a fumetti di ben 64 pagine!

Allora fu importantissimo comprendere per me, che la cultura del moderno si poteva organizzare. Non volevo raccontare storie d’avventura canoniche, non mi interessava la figura dell’eroe, c’era stata una rivoluzione grafica, la reinvenzione del genere. Era la cultura pop americana che parlava, Wrightson o Kaluta, Corben o Irons ci avevano fatto sognare. Poe e Lovecraft erano tessiture di immaginario dark su cui i loro talenti visionari avevano inventato approcci nuovi. La cultura cosiddetta pulp, delle riviste a buon mercato che ospitavano storie di crimine o fantascienza, era la base per una nuova grammatica di racconto.

Questo fermento americano aveva contagiato la colta Europa, e in Francia le pagine di Metal Hurlant erano letteralmente esplose… Moebius, Druillet sfidavano le narrazioni convenzionali e le impaginazioni squadrate. Si respirava un’aria di totale libertà creativa. A me, e ai miei amici di Valvoline interessava questa ventata di aria fresca, ma volevamo ribadire l’importanza del racconto. Per questo motivo ci demmo una regola, che era la griglia delle tavole a sei vignette. Questa griglia fissa e geometrica significava che la sperimentazione era aperta, ma che il racconto regnava sovrano. All’epoca non si sentiva neppure nominare la parola manga e il confine tra fumetto popolare e fumetto d’autore era più rigido di oggi.

I lettori reagirono con grande foga, chi ci amava e chi ci detestava.

Oggi il lavoro è molto diverso, le riviste da edicola non esistono quasi più e quello che trenta anni fa era un’ipotesi quasi irrealizzabile, fare dei libri a fumetti, vere e proprie graphic novel, oggi è la norma. Il fumetto ha ripreso il suo respiro, senza la pubblicità delle riviste da edicola e il ritmo di lavoro di un autore somiglia forse più a quello di uno scrittore tout court. Oggi l’autore concepisce storie lunghe e contatta il suo editore quando ha in mano una cosa che poi diventerà un libro. Certo, all’epoca delle riviste ci si sentiva anche più protetti, si poteva crescere, una rivista era come un autobus, c’erano tante persone, più esperte e altre più giovani di te. Tu potevi sbagliare, capire i tuoi errori e poi rimediare con nuove storie. Oggi si cresce magari con la rete, con le riviste autoprodotte. Basta una stampante e in casa puoi farti una rivista da spedire a chi vuoi. Sul finire degli anni settanta, io e altri amici, che sarebbero diventati autori celebri, comprammo una macchina da stampa pur di poter autoprodurci il Pinguino Guadalupa, sul quale pubblicammo le nostre prime storie.

-Quando ti siedi al tavolo da disegno come ti approcci al foglio bianco che trovi davanti a te?

Prima di sedermi al tavolo c’è un lavoro lungo di gestazione, che è continuo e dura anche anni. Sono idee, situazioni, intuizioni che diventano personaggi o dialoghi. Ci sono decine di block notes nei quali gli appunti vengono messi a fuoco. Questo per dire, alla maniera orientale, che il foglio bianco non è che il capolinea di un lungo processo creativo. Idealmente posso fare un paio di tavole al giorno senza grossi problemi. Ma non sarebbe possibile nessuna tavola senza un processo di sedimentazione. Si vive con le storie per anni, anche decenni, i personaggi si crede di conoscerli, è qualcosa di scarsamente illuminato, come processo, di non logico. Somiglia più che altro a una vera gestazione.

-Il ritmo narrativo è una componente chiave dei tuoi lavori. Come riesci a trovare il giusto equilibrio che ti permette di bilanciare sceneggiatura e disegno?

Il ritmo è il tono della voce con cui parlare. E’ la cosa più importante che mi fa capire, quando si palesa, se ho in mano la storia o meno. Molto spesso ci si mette in navigazione, seguendo certe rotte che poi ti portano sulle secche. Allora, se si è onesti, ci si ferma e si riparte da un altro punto. Capita. Ci sono libri che non vedono mai la luce. E a volte lo spunto che li aveva generati pareva ottimo. Eppure…

-A tal proposito ho letto sul tuo blog che hai “qualcosa come undici libri inediti nel cassetto”. Una cifra considerevole dunque e, come ti si chiede nei commenti, cosa ti spinge a pubblicare un libro e a tenere nel cassetto un altro?

Questo quesito è quello cui cerco di rispondere nel libro che sto facendo proprio ora, si chiama Il libro della polvere. E’ una riflessione di diverse centinaia di pagine.

-I tuoi racconti sono molto espressivi e ricchi di sfumature perché spesso frutto di più linguaggi come ad esempio la musica, il cinema e la letteratura. Trovi che diversi fumetti siano poco riusciti perché interagiscono troppo spesso con il fumetto stesso senza cercare stimoli fuori da esso?

Ho smesso, con il tempo, di credere che i racconti meticci, tra diversi linguaggi, siano più fertili. Credo che quel che ci dice la grande letteratura o la grande visione di certo artisti o cineasti sia una lente con cui comprendere il nostro esistere. A me interessa chi ha qualcosa da dire, chi vive esperienze e cerca di trasmetterle attraverso il proprio linguaggio, la propria grammatica. A volte guardo certi fumetti che amo molto e non posso fare a meno di constatare che sono disegnati in maniera semplicissima, a volte elementare. Non è la complessità grafica che fa un grande fumetto, ma la ricchezza esistenziale che questo porta. Questa ricchezza è fatta di sguardo, di attenzione verso quello che Chandler chiamava “onestà”. Essere molto sinceri, al di là delle maniere, degli stilismi.

-Nei tuoi libri hai affrontato diversi generi e tematiche, però il noir è il territorio che hai battuto di più. Cosa ti lega particolarmente a questo modo di raccontare?

Non ti dirò, come molti pensano che il noir è il territorio principe per certe escursioni sociologiche, per capire la nostra società malata e via dicendo. Sono tutte bellissime parole, ma non c’entrano nulla con me. A me piace il noir perché è il genere in cui albergano solitudine, vita metropolitana, una certa ossessione esistenziale e molta malinconia. Io respiro il noir a partire da queste cose. A me interessa raccontare uomini, non personaggi, e ancora di meno eroi. A me interessano i perdenti, ecco. In questo senso Peppino Lo Ciciero o Sinatra, l’italo americano che fa l’elettricista e si mette nei guai, sono paradigmatici.

Qualche anno fa Toni Servillo ha detto che io disegno i “bislacchi” di cechoviana memoria. E’ una cosa che mi ha fatto molto piacere.

-Parliamo di Baobab. Ho letto che lo consideri il tuo lavoro più ambizioso. Ad oggi sono usciti tre volumi, che in effetti ho trovato increscendo, cosa ci aspetta prossimamente?

Baobab è una storia che racconta la nascita del racconto a fumetti. E il nostro rapporto con i sogni, con i desideri. E’ una storia che si intreccerà per ancora diverse centinaia di pagine, E’ il punto sul mio mondo, su certe cose, come il Parador, che esistono nella mia fantasia da decenni oramai.

-Da dove nasce l’idea del Parador, che ricordo sviluppasti già nel tuo libro Goodbye Baobab?

Il Parador è uno staterello immaginario situato in Sud America. E’ la trasposizione dell’isola nella quale sono nato e cresciuto sino alla mia adolescenza, la Sardegna. Con le sue leggende, i suoi modi di fare subtropicali, i suoi venti e le difficoltà del vivere che bussano alla porta di primo mattino. Prima era qualcosa di indistinto, un idea pallida appunto, che poi prese man mano a farsi strada nelle immagini dei fumetti che disegnavo prima dei miei vent’anni.

Fu a Bologna che Stefano Federici, amico e autore che voleva prendersi cura di me e sistematizzare le storie che avevo in mente, portarle diventare qualcosa di definito che mi disse “le tue storie si ambientano in Parador”, io sulle prime trovai meccanico quel nome che ricordava il Paraguay e l’Ecuador, ma poi senza che neppure me ne rendessi conto questo era entrato nelle mie pagine, nei miei disegni, in una parola aveva preso ad esistere.

Fine prima parte.

Vai alla seconda parte.

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2 risposte a “Igort – Intervista Parte 1

  1. roberto la forgia

    grazie. è sempre piacevole sentire certe cose.
    attendo la seconda parte.

  2. Pingback: Best of 2010 | Conversazioni sul Fumetto

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